18 marzo 1978 Fausto e Iaio, per sempre ragazzi

«Era una giornata primaverile, soleggiata, il ricordo è ancora vivo in me . La notizia della morte di mio fratello mi colpì in maniera atroce. Il problema più grande era quello di dirlo ai miei genitori, che non avevano mai sopportato che facessimo politica e che consideravano Milano un posto pericoloso. Dopo la morte di Iaio non parlarono con i giornalisti, non reagirono, si chiusero in se stessi. Io al contrario, ho provato portare avanti questa battaglia. Con me tanti amici di Fausto e Iaio, tante persone desiderose di giustizia, ma soprattutto una donna che fin da subito ha mobilitato tutte le sue energie per cercare la verità, la madre di Fausto, Danila».
Maria Iannucci, sorella di Iaio

«Ma poi questi ragazzi sono stati abbandonati. Fausto è nato a Trento, città da cui sono originaria. Ci siamo poi trasferiti in Germania e infine a Milano, dove mio figlio ha trovato la morte. Era un ragazzo davvero meraviglioso, un bravissimo studente, amato da tutti. Ci sono stati grandi funerali, ma poi in molti li hanno dimenticati. Prima di tutto lo Stato, le istituzioni. Che non hanno voluto fare giustizia».
Danila, madre di Fausto
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“L’archiviazione definitiva è stata un brutto colpo: avere appreso che pur con forti indizi a carico di tre esponenti della destra neofascista legati alla banda della Magliana, Bracci, Carminati e Corsi, non è possibile procedere ad un processo? è stato un pugno nello stomaco. Quello che rimane è un delitto inquietante e insoluto. Non ci resta che tenere vivi i loro ideali».
Maria Iannucci, sorella di Iaio

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16 marzo 2003 Rachel Corrie


27 febbraio 2003
(alla madre)

Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l’adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po’ della realtà della situazione.

Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione.

Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l’aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l’Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l’accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.

Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l’Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po’ violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch’io.

Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l’esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all’importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche.

Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un’eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.
Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.

Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile.
Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli.
Rachel



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16 marzo 2003 Davide Cesare Dax

perche lui?lui era un ragazzo fortunato , una di quelle poche persone che aveva la famiglia unita con papà e mamma che giurando amore davanti all altare portano avanti finchè morte non li separi. lui aveva una figlia che lo adorava e riponeva la sua vita nel suo pugno, sempre chiuso xk doveva lottare ogni giorno.. ma forse anche perchè lo sterzo del suo camion era troppo duro da tenere con il solo palmo. la figlia gli assomiglia molto. destino?
si perché ora lei ha il compito di vivere anche per lui ..lui che in carne ed ossa non ce … ma non ci ha lasciati perché lui é in ogni bandiera rossa al vento. lui é in ogni pugno chiuso che schiaccia ogni punto nero che gira per questo povero paese. lui é davide.. il mio grande papà.
(Jessica)

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Agli angeli ribelli

In ricordo di Francesco Lorusso
ucciso da un carabiniere a Bologna l’11 marzo 1977

Ti ho visto scivolare verso il fondo di un’epoca più ripida di altre, con gli occhi rivolti al resto di una vita rimasta in bilico sugli anni, quelli appena sfiorati e quelli intuiti di lontano. Chissà, forse non ci saresti mai finito su quel fondo, se solo un attimo prima di scendere le scale avessi avuto il dubbio di non poterle risalire, né quel giorno di marzo né mai più, eppure le voci dei compagni e i suoni spenti degli spari sono stati un richiamo più forte di ogni legame istintivo con la vita, per quanto fosse ancor più forte delle parole adatte al sacrificio, tuo e di tutti quelli che hanno anteposto il credere in qualcosa al non credere in niente. E noi, che ci siamo salvati dal finire insanguinati e senza fiato, noi,che abbiamo schivato i troppi anni di galera e le fughe solitarie da un Paese all’altro, noi, combattenti di strada congedati dalla Storia, in fila per dieci coi bastoni tra le dita e la “Hazet 36” nascosta da maglioni sempre più larghi, noi, dicevo, adesso vorremmo scampare anche a ciò che ci perseguita in silenzio, al ricordo del tuo viso un po’ strappato e all’impotenza di non avere più la forza per….
E mi sembra di sentirla la domanda, su quale forza possa contare ancora chi la forza l’ha dispersa nel vivere dispersi, rinchiusi a due alla volta nelle stanze dell’attesa, di uno scontro a fuoco oggi e di una rivoluzione post-domani, fino a quando la porta si apriva all’improvviso e al posto della rossa primavera entrava l’aria cupa e violenta delle teste di cuoio. E tutti noi rimasti fuori, a guardare di lontano quella guerra di nervi più scoperti di altri, ma non sapendo calcolare le distanze tra un bene presunto e un male altrettanto presunto, perché le nostre ragioni erano anche le loro e loro, in fondo, non erano altro che noi cento metri più avanti, noi trasformarti nell’avanguardia di nessuno, noi devastati dagli stessi lutti – eppure disarmati di fronte alla protervia dello Stato – e infine noi all’ennesima potenza, convinti che bastasse qualche geometria a rendere più solida la nuova casa della Storia. Chissà, anche la tua mente – come la nostra, d’altronde – sarà stata martellata per giorni e giorni da quella sequenza di fotogrammi sparsi, stampati su un giornale d’altri tempi, con quel gippone allo stato brado che rincorre i marciapiedi, e poi i compagni uno per uno, e il corpo di Giannino sbalzato sulla strada, e il suo cervello schizzato a dieci metri dalla sua figura inanimata, e il cuore rosso di Milano mangiato dai nemici di ogni cambiamento e sputato addosso alla nostra pazienza, col chiaro intento di farcela svanire. Ed è svanita a tanti la pazienza, in fondo a un mese di agguati e rappresaglie – la campagna elettorale del ’75 -, una dozzina i morti dalla nostra parte, persino il giorno della festa, e dalla parte loro neanche un graffio, con tutti noi a masticare amaro, a discutere per ore di come farla pagare a quei bastardi, se oggi, domani o un giorno che verrà, se a mani nude e solo un casco in testa o con qualcosa in tasca che pareggiasse i conti. Alla fine ognuno ha scelto per se stesso, lasciando agli altri il ruolo dei conigli o delle lepri, di chi ha paura e di chi corre troppo in fretta, ma segnati entrambi dallo stesso destino. Ed è un destino in bianco e nero, forse più nero che bianco, ma sempre migliore del tuo, che da quegli anni ti aspettavi un po’ di luce e hai avuto, invece, il buio di una notte senza fine. Dentro quella notte, nascosti all’ombra di quel famoso ultimo sole, ci stiamo un po’ anche noi, ma non tutti per la verità, perché nel tempo i colori possono sbiadire, e le fedi assolute vacillare, e il richiamo di troppe foreste far perdere l’orientamento anche ai veterani esperti, così che in tanti hanno lasciato un pezzo della propria vita per abbracciarne un’altra, comoda e serena come quella dei nemici di una volta. Tu non l’avresti mai fatto, ne sono certo, e adesso il tuo esempio pesa sui percorsi di chi crede che il tempo possa cancellare anche le tracce di un vecchio proclama, in base al quale “per i compagni uccisi non basta il lutto” – te lo ricordi? Quante volte l’avrai scandito anche tu… – perché alla fine, signori dello Stato, “pagherete caro, pagherete tutto!”, e invece loro non hanno pagato un bel niente e adesso, magari a doppia firma con qualcuno dei “nostri”, scrivono articoli di sdegno e di allarme ad ogni vetrina rotta, ad ogni palloncino pieno di vernice catapultato sulle visiere dei caschi blu, ad ogni gesto dissacrante compiuto da qualche nuovo ribelle. E giù inchiostro velenoso sugli anni Settanta che stanno per tornare, sui giorni bui che nessuno vorrebbe rivedere e sul piombo sparato da una parte sola – sempre la stessa, la nostra – come se nei caricatori delle armi loro ci avessero infilato i cartuccini rossi e gialli della Upim, al posto di quei proiettili color ottone con cui hanno interrotto anche la tua corsa. Dov’è finita la tante volte gridata “giustizia del proletariato”, che faceva rima con il “sarai vendicato”, riferito a questo a quell’altro militante assassinato? E dove siamo finiti noi, che ad ogni appello a far qualcosa ci schieravamo in testa al bisogno di rilanciare le utopie, con i cordoni compatti a separare i mondi contrapposti, quei cordoni disegnati con la riga e con la squadra, così da spaventare i celerini con una sola mossa, le chiavi inglesi alzate verso il cielo e il grido, scandito all’unisono, “pi-esse esse-esse”? Al nostro passaggio si aprivano le acque, e chi aveva un motivo per temerci tirava giù, in fretta e furia, le serrande dei negozi, e abbassava lo sguardo per non far vedere la paura, e affrettava il passo covando un odio da delegare ai poliziotti. Più tardi s’andava pure in osteria, a ridere delle gambe levate di commercianti incravattati e a brindare alla guerriglia di questo o di quel Paese lontano, lanciandosi – da un tavolo all’altro, da un gruppo all’altro – slogan e canti ironici, così da rafforzare il senso dell’appartenenza, ma col sorriso, un po’ stirato, sulle labbra (“Noi siamo quelli di Lc, Lotta continua sì, facciamo la rivoluzione il martedì, uaah uaah… “ subito contrastato dal gesto mimato di un finto pallone da basket che rimbalzava tra terra e mano al suono di “Pdup, pup, pop, pap, nap!”, o dal sarcasmo con cui, sull’aria di una vecchia sigla di “Canzonissima”, si demoliva il militarismo dei compagni di Potop cantando: “Sarà capitato anche a voi, di fare la lotta di classe, gridare potere alle masse, potere potere, potere operaio, bum bum bum bum bum, bum bum bum bum!”). E dopo l’osteria – e quel bere sempre un po’ di più di quanto fosse necessario, ammesso e non concesso che abbia senso fissare dei limiti quando si parla di noi dopo l’osteria, dicevo, dopo quel rito capace di scaricare le tensioni e, per una sera, di farci recuperare la nostra adolescenza, c’era il problema di chi portava a casa chi, di quell’ultimo costretto ad aprire il portone da solo, magari in un quartiere sbagliato e di un altro colore. E allora – sarà successo anche a te, chissà? – si saliva sulle macchine a quattro per volta (che si trattasse della piccola Cinquecento o della fluttuante Due Cavalli, della mitica R4 o della più rapida Centoventisei) per poi perlustrare le strade strette intorno alle nostre abitazioni, in modo tale da intercettare le auto civetta della squadra politica, o quelle più lussuose dei neri della zona. Alla fine, ridotti i rischi al semplice imprevisto, cominciava il tour del ritorno a casa, fino alla quotidiana paranoia del mattino dopo, quando si usciva solo se dall’alto di una finestra la via sembrava sgombra e se, prima di chiudersi il cancello alle spalle, lo sguardo aveva indagato per benino a destra come a sinistra. Lo so, siamo costretti al ricordo e non ci piace, perché il vivere di oggi non è proprio il vivere che ci si aspettava, e so anche che siam finiti così fuori sintonia rispetto al mondo da non aver più voglia di cercare nemmeno le stazioni, come ad aver perso le frequenze una volta per tutte. E’ vero, non dovrei dirlo a te, ché magari attendi il giorno giusto nascosto in un altro sentimento, ma un po’ ci si deprime a confrontare le idee col nulla, la rabbia con la rassegnazione, lo spirito della rivolta con quello della resa e i grandi temi con il chiacchiericcio. In più – lo sai tu e lo sanno tutti quelli come te – certe promesse fatte a caldo bisognerebbe mantenerle, pena il sentirsi traditori per il resto della vita, e bastardi a mille, e anche un po’ cialtroni, semmai qualcuno se ne possa ancora vergognare. Traditori… è una parola che solo a pronunciarla mi sembra troppo vecchia (non avevamo detto, nel corso di questi anni, che tradire se stessi è pur sempre un segno d’apertura? Sì, d’accordo, ma tradire gli altri che cos’è?), eppure sento che la debbo usare, scarnificata da tutta la pelle malata del Novecento, ripulita dall’uso manicheo che fu di tanti, alleggerita da un pregresso che tuttora ce la rende odiosa, sì, certo, ma la debbo usare, perché non ce ne sono altre in grado di spiegare quel comportarsi a fasi alterne, oggi tutti d’un pezzo e domani sgretolati dalla testa ai piedi. Solo che tradire chi, come reazione, non può neppure sputarti in faccia è molto peggio del compiere qualunque altro tradimento, e se questo termine continua a infastidirmi (è chiaro, penso all’uso che ne hanno fatto per decenni gli stalinisti di ogni ordine e grado…) ancor più m’infastidisce riascoltare la vecchia nenia sul fatto che allora avevamo vent’anni e adesso cinquanta e anche di più, e quindi, secondo la stessa litania, non c’è nulla di male a dimenticare ciò che si è urlato più di trent’anni prima, magari col sangue agli occhi e un subbuglio in fondo al cuore. Li ho sentiti – cosa credi? – tagliare corto grazie al cinismo di certe frasi, del tipo “c’è andata bene, alcuni sono morti e altri no, e allora godiamoci senza tante storie il fatto di essere ancora qui, vivi, e facciamola finita con le celebrazioni a tempo scaduto e con i sogni che non si realizzeranno mai!”. Tu non c’eri – anche se c’eri, eccome, assieme a noi – ma loro sì, in quella via Rizzoli stracolma di facce messe al bando dalla “sinistra” dei gasisti e dei democristi, di qua i tuoi compagni, i “soliti provocatori pagati dai padroni” – compresi i tanti che non ti avevano mai visto – e di là, ad occupare la piazza fin dal mattino, tutto l’arco costituzionale, un arco senza più frecce e senza più colori, con Zangherì/Zangherà (ma stavolta non “ride tutta la città”, eh no!) assieme alle divise e ai tanti “uomini delle istituzioni”, sicuri di se stessi fino al masochismo. E se adesso riguardo le foto di quella marea umana stretta tra le torri e Piazza Re Enzo, se con la lente cerco d’ingrandire i volti, be’, ne riconosco molti di coloro i quali, da tempo, hanno smesso d’inseguire qualunque cosa fosse in
movimento. Sono diventati adulti, caro mio, o almeno così dicono ogni volta che qualcuno chiede loro di tuffarsi nel passato, ma solo per un istante, perché hanno perso l’abitudine a restarsene in apnea mentre il mondo, sotto i loro occhi, s’inabissa. E quando riemergono fanno no con la testa, come a dire che là sotto, dove il passato si confonde con ciò che s’intende ricordare, non c’è niente d’importante da recuperare, e se anche qualcosa ci fosse ormai sarebbe così appesantita dalle incrostazioni da impedire a chiunque di riportarla in superficie, con buona pace di chi ama dissociarsi da se stesso ad ogni cambio
di stagione.
Più avanti, dopo quel lungo trambusto d’emozioni, ti ho visto sul fronte di mille manifesti, per più di trenta primavere. Tu sempre te stesso, col viso tirato di chi fa parte di qualcosa, e noi sempre di meno – senza un granché di cui sentirci parte – a ripetere il tuo nome a bassa voce e ad osservare con fastidio certi fiori che giungono in ritardo, a posarsi sui rimorsi, o, forse, ad abbellire le coscienze. Dove siano finiti i molti assenti credo tu l’abbia già capito, senza bisogno che io insista su quanto mi deprima il solo farci i conti. Di cosa siamo noi adesso, noi pochi a stare qui a tanti anni di distanza, davvero non saprei che dirti, se non fermandomi a pensare più di quanto il tempo mi permetta. Veniamo qui in tuo nome, sotto la lapide che ti ricorda, chi ti ha conosciuto e chi no, chi ha condiviso le giornate con te e chi, semplicemente, ti ha vissuto come un simbolo di ciò che era giusto fare e non siamo stati in grado di portare in fondo. Si arriva alla spicciolata, verso le nove e mezza dell’undici marzo di ogni anno, in quella strada stretta e porticata, l’ultima ad essersi fissata nei tuoi occhi. No, stai tranquillo, non c’è aria di circostanza – non da parte nostra, almeno – e si riesce persino a sorridere dei fianchi che s’allargano e dei capelli che svaniscono o s’imbiancano, e di quella ruga in più dell’anno precedente, spuntata all’improvviso a rammentarci che di tempo, da quel giorno, ne è trascorso molto più di quanto, a te, abbiano concesso di passarne in vita. Poi ci sono i baci e gli abbracci, le domande su quella compagna malata e su quel compagno che se n’è andato troppo presto, e pensare che l’anno scorso era qui con noi, e i figli vanno ancora a scuola, sì, li aveva avuti tardi, e adesso a loro chi ci pensa, perché la madre, insomma, si sa che è un po’ depressa, be’, mi raccomando, se c’è bisogno di tirar fuori un po’ di soldi io ci sono, fatemi sapere… . Un quarto d’ora dopo, quando ad occhio e croce sembriamo un centinaio, a taccuini aperti e a telecamere schierate arriva il momento dei discorsi, che, chissà perché, non spettano mai ai tuoi compagni, bensì agli “esponenti delle istituzioni”, a persone che in quei giorni non stringevano le nostre mani, anzi, ti dirò che forse qualcuna di loro se ne stava a difendere il sacrario dei caduti partigiani, pensa te che assurdità, a proteggerlo da noi, che i partigiani li amavamo sopra tutto e sopra tutti, malgrado la loro distanza dalla nostra idea di praticare una nuova resistenza. E così, quando
comincia il rito delle frasi fatte, da dietro le colonne cominciamo a mugugnare, ma sottovoce, tanto per fare, perché sappiamo bene che, in fondo in fondo, la loro presenza è una nostrapiccola vittoria, che il loro essere qui è anche un modo di scusarsi per averci chiamato “untorelli”, che la città è ormai pacificata e… eppure si fa fatica a mandar giù quel rospo, e poiché bisogna farlo, quel borbottare all’aria aperta ci aiuta, ogni anno, nello sforzo. Ecco cosa siamo, caro mio, e non credere si possa parlare a nome e per conto di questi o di altri cento, perché se andiamo a scavare troviamo tante sfumature, che una volta emerse diventano di pietra, piccole differenze destinate a costruire muri che non vorremmo più vedere, e invece ci tocca. Poi ce ne andiamo alla spicciolata: qualcuno, con l’ultima coroncina nelle mani, diretto al giardino che finalmente porta il tuo nome (sì, è un posto sfigato, non ci passa mai nessuno, ma è meglio di niente…), tutti gli altri sulla strada di casa o del luogo di lavoro, perché sta per scadere il permesso di due ore, quello richiesto ogni anno nello stesso giorno senza che il padrone, il direttore o il caporeparto ne capiscano il senso. A fine mattinata – e te lo garantisco – quando ognuno
ritorna solo con se stesso, le gambe si fanno prima più pesanti e poi s’attorcigliano intorno al desiderio di camminare all’infinito, fermando la nostra ennesima marcia contro o a favore di qualcosa, come se, in mancanza di altri occhi e di altri piedi, non ci fosse più la forza necessaria e nemmeno quella d’emergenza. E’ a quel punto che si viene risucchiati, dalla nostalgia di quel tempo da incendiari o dalla consapevolezza di aver perso il proprio ruolo, di non sentirsi più all’altezza, di non servire quasi a niente, se non a riempire qualche vuoto di memoria a chi non c’era. E lì, per sopravvivere al peso di quel quarto d’umanità che ci è toccato trasportare a spalla, ci si lascia andare ai suoni intensi che ci hanno accompagnato, su e giù per le scale scalcinate delle comuni di campagna, o chiusi nelle stanze affumicate di palazzi senza porte, o con porte senza chiavi, e con chiavi senza indirizzi, perché di promiscua confusione si viveva, così come di musica sparata in aria e nelle orecchie, fino a fondersi con lei – sì, non essa, ma lei, come se fosse una donna – e con tutto ciò che ci ruotava intorno. Nel vuoto austero del dopo cerimonia, nel lutto certosino che non riusciamo a superare, quelle note risuonano da un capo all’altro, dentro la nostra voglia di attaccarcele alla pelle, tra gli accordi veraci degli Stones e la voce roca di Janis Joplin, le scosse di barocco dei vecchi Genesis e la chitarra tirata di Bob Fripp, la fine del mondo di Jim Morrison e gli arzigogoli dorati dei quattro genî di Liverpool, i tempi dispari degli Area e la rabbia distorta di Jimi Hendrix, fino alla commozione, senza vergogna alcuna.
E commosso lo sono stato anche un giorno di tanti anni fa, quando ti ho visto circondato dagli ultimi saluti, e dalle facce livide di chi ti sorreggeva, e dall’ostilità di chi continua a non capire, oggi come allora, il senso di marcia dei destini di rivolta. La rivedo col pensiero quella fila di bandiere rosse listate a lutto, qualcuna sorretta da un bastone lungo – così che da lontano s’intuisse quel dolore tutto nostro – e altre issate su bastoni corti, disordinati e casinisti persino nel momento dell’addio.
Tutt’intorno, a fissare il tuo corpo imprigionato nel legno, migliaia di facce di marzo, o di marziani, come si usava dire allora, con quell’ironia di cui, sotto le due torri, si era maestri. Lentezza e incomprensione, raccoglimento e indifferenza, condivisione e disprezzo… sentimenti contrapposti, come contrapposte erano due città divise in una, costrette a convivere a forza l’una nell’altra, senza un briciolo d’amore, e quello striscione appeso in Piazza Verdi – “Pci: meno ti vediamo meglio stiamo” – a chiarire la frattura tra comunisti immobili e comunisti in movimento. Che fine han fatto le camicie colorate, il teatro nelle strade, il treno dei disoccupati che sfrecciava lungo il muro dell’accademia, trascinando futuri scenografi, scultori e malpittori contro un carrarmato scudocrociato, perché “alle bistecche preferiamo i sacrifici, siamo degli artisti e mangiamo le vernici”? E che fine han fatto coloro i quali quel treno hanno dipinto, lasciando il segno del loro passaggio? Mi dispiace dirlo, e mi costa pure un po’, ma in giro ne vedo davvero pochi a ricordarsi di quei segni, a rivendicare di averli tracciati in cambio di niente, o forse del proprio posto nel mondo. Invece di rispondere sono in tanti ad abbassare gli occhi, mentre attraversano le piazze stringendo il manico di una borsa fuori moda, da avvocato d’altri tempi, da medico condotto di quando la gente viveva ancora in campagna, o da professore di un liceo di provincia. Càpita d’incontrarli, compresi in un ruolo adatto a rappresentare ciò che sono diventati adesso: i più ci fanno un cenno di saluto, rapido e nervoso, a ribadire con quel gesto che proprio non c’è tempo per dirsi neanche due parole, mentre gli altri s’affannano a scendere dai
marciapiedi, a cambiare strada d’improvviso, a guardare l’orologio fingendo di aver dimenticato chissà quale appuntamento, fissato sempre dietro le loro spalle e mai in direzione dei nostri occhi. Sai, anche in questi casi vale il vecchio detto che, se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, solo che qui da noi, ora, non c’è né da piangere né da ridere, ma da prendere atto in silenzio dei mille tascapane nascosti dietro i paraventi di vite incompiute, delle camicie abbandonate al sole delle religioni, degli anfibi rivenduti agli ambulanti dei mercati, degli eskimo trasformati in giacconi da pesca d’alto bordo, dei maglioni peruviani riposti nei cassetti perché sanno ancora di patchouli, delle sciarpe rosse usate come stracci e dei baschi guevaristi ai quali, per prudenza o persino per vergogna, sono state strappate le stellette. Così si sono spogliati di tutto, della furia e della vecchia identità, degli abiti civili e di quelli militanti, fino a restare nudi di fronte ai richiami del passato. Perché se il presente fugge e il futuro è sempre incerto, è il passato a tirarci giù dal letto quando il mattino sembra non venirci incontro mai. E allora, quando gli anni tornano a visitare la nostra mente un po’ annebbiata, tendiamo a trattenere il meglio e a rimuovere le scorie, l’esatto contrario di ciò che fa chi vuole liquidare l’intera nostra storia, segnata – per loro – da errori, orrori e mostri, e mai da slanci generosi e da scalate al cielo. E poiché, caro mio, io non ho mai creduto ai punti d’equilibrio, né alle benefiche rincorse al centro, oggi non peso tutto sulla stessa bilancia, ma tengo cari i nostri gesti, pur sapendo in quale momento le ossa delle nostre dita, indicando un altro mondo, sono scricchiolate. E oltre a rivedere te rivedo tutti gli altri, quelli che alle scalate al cielo hanno creduto senza infingimenti e senza inseguire le mode, giocandosi anche la vita. E’ questo il discrimine, credimi, la linea di non ritorno davanti alla quale proviamo a vincere la brutta sensazione di attaccare sempre in fuorigioco e a superare la debolezza di questi anni orribili, quelli che non riusciamo a vivere perché ci sembrano impossibili, rinchiusi in spazi così ristretti da non vedere mai l’uscita. Fosse anche solo per questo – perché lo dobbiamo a voi che non ci siete più – andiamo avanti nonostante tutto, lasciando perdere ogni volta la voglia di mollare, di pensare soltanto a noi stessi, alle compagne e ai compagni più cari, ai figli, al lavoro e al nostro piccolo cabotaggio quotidiano.
E dopo tanti anni ti ho visto camminare pensieroso, sul bordo che separa i sogni dalle raffiche di mitra, scolpite ai margini di una memoria troppo corta, come la vita, se qualcuno te la spegne in un istante. Anche noi li abbiamo accarezzati, col pensiero o con le mani, certi mitra diversi dall’arma che ti ha ucciso, magari gli Sten dei nostri padri, zii o parenti partigiani, dell’epopea della montagna e dei suoi ribelli indomiti, inseguita da ragazzi fino a sentirsi come loro, a voler essere come loro. E poi, più vicini a noi, la “guerra di guerriglia” del Che, la sua “fucina del socialismo” – ricordi le copertine verde scuro di quei libri che allora studiavamo ben più di Dante, Manzoni e Leopardi? – il diario boliviano (letto con la morte nel cuore), l’idea marcusiana dell’uomo a una dimensione e quella lainghiana dell’io diviso, e ancora la voglia, ogni tanto, di scendere da un treno sempre in corsa per fermarsi a immaginare le magie del paese di Macondo, o entrare nelle atmosfere ben poco patinate del primo Ken Loach, un regista che, chi tra di noi non ha gettato tutto al vento, oggi ama intensamente. A te – come a Giorgiana, Walter, Pietro, Fausto, Iaio, Valerio, Mario e tanti altri – non è stato concesso nemmeno il tempo di andare oltre l’impegno a tempo pieno, magari per passare qualche ora in più in cinema e teatri, sulle pagine dei romanzi o nelle gallerie d’arte, per scoprire – come abbiamo fatto noi dopo il riflusso, ma non in tanti… – che anche la cultura è un’arma di battaglia, talvolta più efficace di scioperi e picchetti, blocchi stradali e occupazioni, sebbene – te lo garantisco – quei gesti virtuosi non li abbiamo mai dismessi. A tenere in vita la memoria, anche la vostra, ora ci proviamo con i libri, i film, le canzoni e gli spettacoli, provando a raccontare a chi non c’era, a chi era distratto e a chi non dava peso a niente, quei valori che non riusciamo a raccontare in altro modo, se non nel circolo vizioso di chi, privo di qualunque titubanza, sa riconoscere le vostre facce e la tensione di un mattino come tanti, quando si esce di casa senza sapere se vi si farà ritorno. Se tu fossi ancora vivo non userei le parole scontate di un vocabolario vecchio anche per noi, né frasi così banali da mettermi persino in imbarazzo, ma se ogni tanto lo faccio è per chi ha vent’anni adesso e, malgrado le cesure inflitte ai ponti, ha voglia d’ascoltare le storie di quell’agire quotidiano, tra sabotaggi consapevoli e ambienti da ricostruire, con le spine infilate nei fianchi altrui e un po’ anche nei nostri, fino a farci male. Sì, è vero, sarei restio, ma per sincerità te lo devo dire che i giovani di adesso sono proprio diversi da come li potresti immaginare tu.
Loro non cavalcano i sogni, e non vivono all’ombra di un pugno chiuso sperando che quel pugno s’abbatta sullo Stato e lo disgreghi in un baleno, né si scambiano le esistenze perché nessuna di queste possa rimanere mai da sola. Certo, in giro c’è ancora qualcuno che ci assomiglia, ma sono in pochi, e così, quando ne vediamo mille tutti insieme, ci si apre il cuore, pur sapendo che là dove non siamo riusciti noi non riusciranno neanche loro. Semplicemente li seguiamo e non di nascosto, no, ma solo in silenzio, restandocene in disparte a veder sfilare le nuove ribellioni, con l’accortezza di non fare
paragoni e di valorizzare sempre il meglio dei loro gesti, anche quando non li capiamo o vorremmo intervenire per correggerli. In ogni caso è meglio di niente, ci ripetiamo mentre abbandoniamo il campo un po’ storditi, un attimo prima di sentirci fuori posto o di rischiare che qualcuno di loro ci scambi per vecchi sbirri in borghese, che è molto peggio. E quando si chiuderà il sipario e i necrologi sui giornali rimpiangeremo – forse – di non aver dato valore ai cambiamenti in corso, alle piccole conquiste contrapposte agli scenarî vasti, preferendo la coerenza di un lungo cammino verso il nulla al mettere da parte qualcosa tutti i giorni, ma pur sempre in casa d’altri. Chissà come saremo tra i pochi anni che ancora dobbiamo attraversare, e chissà come saremmo stati se le nostre bottiglie, piene di benzina o di carburo, avessero incendiato il mondo lasciandolo ricostruire a noi. Ma tutto questo, anche se per poco, resta ancora iscritto nel futuro; il presente, invece, mi è più chiaro e ti riguarda, con quella semplicità che siamo abituati a chiamare
disarmante.
Così, caro mio, continuo a vederti adesso, mentre sorvoli il tempo assieme agli altri angeli ribelli, riapparsi come te nel nostro vecchio sogno di somigliarvi almeno un po’.(Stefano Tassinari)

Dedicato a Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli (Reggio Emilia 1960) Vincenzo Napoli, Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano, Rosa La Barbera, Salvatore Novembre (Sicilia 1960) Giovanni Ardizzone (Milano 1962), Bruno Labate , Angelo Campanella (Reggio Calabria 1970), Franco Serantini (Pisa 1972), Fabrizio Ceruso (Roma 1974) Giorgiana Masi (Roma 1977), Carlo Giuliani (Genova 2001)

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“Ultima fermata” . Il fumetto per Renato

Continuano le presentazioni di “Ultima fermata, una storia per Renato” il fumetto di Zero calcare ed Erre push che ricorda la storia di Renato Biagetti ucciso dieci anni fa da due fascisti sulla spiaggia di Focene.

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Le Madres de Plaza de Majo. Resistenti da quarant’anni

“Todos son mis hijos” (Sono tutti miei figli), è un documentario argentino, sottotitolato in italiano grazie all’impegno del Gruppo Italiano di appoggio alle Madres de Plaza de Mayo Kabawil – el otro soy yo, che racconta con immagini e interviste la straordinaria storia di queste donne che si sono opposte alla dittatura e che da 40 anni ogni giovedì scendono ancora in Piazza per reclamare in vita i propri figli scomparsi, contro ogni forma di oppressione e per un futuro degno. Le Madri hanno socializzato la maternità, dichiarandosi madri di tutti i 30.000 desaparecidos, hanno costruito giorno per giorno nuove forme di partecipazione alla vita politica e sociale dell’Argentina, contribuendo alla diffusione della cultura di una memoria “fertile”.
A loro si è ispirata Stefania , madre di Renato Biagetti quando nel 2008 insieme ad un gruppo di donne e madri ha costituito il Comitato Madri per Roma Città Aperta. Le parole “ Ritorno alla vita” sono state gridate dalla madri argentine ieri e oggi dalle madri messicane perché tutte rivogliono i loro figli, non certo nei loro corpi massacrati e occultati, ma vivi nei loro ideali nei loro sogni, in quel futuro per cui hanno lottato contro i regimi fascisti.
Le stesse parole “Ritorno alla vita” sono quelle che guidano da anni le azioni di resistenza all’oblio del Comitato delle Madri per Roma Città Aperta.
Come le madri Argentine, anche le Madri di Roma, attraverso le narrazioni delle singole storie di chi è stato ammazzato da mani fasciste dagli anni 20 ad oggi, vogliono conservare la memoria antifascista del nostro paeseattraverso una memoria collettiva in grado di ricomporree riattivare un tessuto sociale ormai appiattito sulla continua revisione della nostra storia e dell’antifascismo, fondamento della nostra costituzione.
Le Madri argentine furono le prime a rompere il muro del silenzio sfidando lo Stato terrorista. E ancora oggi da Nonne sono impegnate a ridare vita ai loro figli lottando per la verità e la dignità dei loro nipoti. Una resistenza lunga quarant’anni, senza strumenti organizzativi e teorici, ma solo con un’ attività quotidiana e tenace.
La capacità delle donne argentine, attraverso la pratica del ricordo, di resistere all’oblio dei governi, ha rappresentato, e ancora rappresenta un potente riferimento per ogni resistenza civile nel mondo, offrendo soprattutto una forma vincente di trasmissione delle forme di lotta alle future generazioni .
Ancora oggi, le Madri di Plaza de Mayo continuano a costruire nuove forme di identità collettiva, di memoria fertile e di lotta a sistemi economico-politici di oppressione e di negazione delle libertà e dei diritti umani.
Quest’anno sarà una Carovana speciale quella che tornerà ad aprile a Buenos Aires per accompagnare le Madres de Plaza de Mayo nelle celebrazioni dell’anniversario della loro lotta, perché l’Associazione delle Madres compie 40 anni. 40 anni di lotta, di amore, di socializzazione della maternità, di manifestazioni di piazza, di costruzione di futuro.
Queste Madri, che hanno avuto il coraggio di collettivizzare il lutto e socializzare la maternità, ci insegnano ancora oggi che bisogna impegnarsi in prima persona, con il proprio corpo, nella vita politica della propria comunità e del proprio paese.
Le Madri di Roma quest’anno saranno con le madri argentine, perché come figlie vogliamo raccogliere il testimone dalle loro mani, perché pensiamo che la solidarietà è l’unica arma che abbiamo per difendere un grande esperimento di lotta che dura da 40 anni. Saremo con le nostre Madri nella settimana dal 24 al 30 aprile, periodo in cui saranno concentrate le attività che svolgeremo al fianco della Associazione Madres de Plaza de Mayo, fino alla grande festa di Piazza di domenica 30.
Unisciti alla Carovana Kabawil – el otro soy yo! Per avere maggiori informazioni scrivi su kabawil.associazione@gmail.com oppure contattai sui social network; se vuoi, contattaci telefonicamente al numero 338 1195358.
https://associazionekabawil.wordpress.com/tag/kabawil/

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Rosa Luxemburg donna e rivoluzionaria

Mi sento a casa mia in tutto il mondo,
ovunque ci siano nubi e uccelli e lacrime
umane (Rosa Luxemburg)

[…] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli da “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito (Rosa Luxemburg)

La scoperta che il lavoro domestico nel capitalismo è stato escluso per definizione dalle analisi economiche, e che questo era il meccanismo per cui era diventato una “colonia” e una fonte di sfruttamento non regolamentata, ci ha aperto gli occhi sull’analisi di altre simili colonie di sfruttamento non attraverso il salario, in particolare il lavoro dei piccoli contadini e delle donne nel terzo mondo […]. L’opera [di Rosa Luxemburg] ha aperto per l’analisi femminista del lavoro delle donne nel mondo una prospettiva che andava oltre illimitato orizzonte delle società industrializzate e il lavoro domestico in questi paesi(Maria Mies)

La sera del 15 Gennaio 1919 verso le nove Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg, entrambi dirigenti del Partito Comunista Tedesco-Lega di Spartaco, vennero arrestati da un drappello di soldati facenti parte dei famigerati Freikorps, le squadre paramilitari controrivoluzionarie guidate dal Ministro tedesco della Difesa, il socialdemocratico di destra Gustav Noske. Rosa Luxembourg viene condotta fuori dall’albergo dal tenente Vogel e viene colpita con due colpi di calcio di fucile alla testa. Rosa viene trascinata su una macchina. Uno degli ufficiali la colpisce ancora con il calcio del fucile. Infine il tenente Vogel la uccide con un colpo di pistola al cervello.

« Die rote Rosa nun auch verschwand.
Wo sie liegt, ist unbekannt.
Weil sie den Armen die Wahrheit gesagt
Haben die Reichen sie aus der Welt gejagt »

« Ora è sparita anche la Rosa rossa.
Dov’è sepolta non si sa.
Siccome disse ai poveri la verità
I ricchi l’hanno spedita nell’aldilà »

(Bertolt Brecht, Epitaffio, 1919)

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Per non dimenticare. 5 Gennaio muore Giuseppe Fava, una vita contro, una vita per la libertà

Giuseppe Fava

Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 Settembre del 1925. Profondamente innamorato del paese natale, dove i genitori abitarono sino alla fine degli anni ’90, lo visitava spesso e lo ha celebrato nei suoi scritti. Negli anni ’40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Fu tra i migliori alunni del Liceo Gargallo, che recentemente ha intitolato all’illustre allievo la Biblioteca dell’Istituto. Visse a Siracusa gli anni della guerra in Sicilia, dedicando a quel soggiorno splendide pagine.
Dopo gli studi liceali si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Alla carriera di avvocato preferì la professione di giornalista, che iniziò come cronista al giornale Sport Sud di Catania. Dal 1951 al 1954 fu capocronista al Giornale dell’isola, e successivamente al Corriere di Sicilia.
Alla fine degli anni ’50, col cambiamento di gestione di quel quotidiano, passò al giornale L’Isola – Ultimissime, prima di approdare, sempre come capocronista, al quotidiano catanese del pomeriggio Espresso sera, ove lavorò per oltre venti anni. In quel periodo, oltre l’impegno quotidiano al giornale, fu inviato speciale del settimanale milanese Tempo, e corrispondente del Tuttosport di Torino.
Oltre alle numerose inchieste giornalistiche, raccolte successivamente nei volumi Processo alla Sicilia (1970) e I Siciliani (1980), negli stessi anni maturò una straordinaria vocazione artistica, letteraria e pittorica.
Nel 1966 vinse il Premio Vallecorsi con Cronaca di un Uomo, e nel 1970 il Premio IDI con La Violenza, da cui Florestano Vancini trasse il film di successo Violenza Quinto Potere (1974). Gli anni successivi videro la pubblicazione dei romanzi Gente di rispetto (Bompiani, 1975) da cui Luigi Zampa trasse il film omonimo, Prima che vi uccidano (Bompiani, 1977) e Passione di Michele (Cappelli, 1980) dal quale Werner Schroeter trasse il film Palermo oder Wolfsburg, vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino del 1980, e delle opere teatrali de Il Proboviro (1972), Bello Bellissimo (1975), Foemina ridens (1980). Opere di grande maturità e complessità che hanno consacrato lo scrittore siciliano come acuto testimone del suo tempo e come profondo studioso ed esperto del fenomeno della mafia siciliana.
Nel decennio 1965-1975 realizzò a Catania e Roma quattro personali degli oli e delle grafiche realizzate in quegli anni.
Nel 1980 fu chiamato alla direzione del Giornale del Sud, idea editoriale maturata all’interno dell’ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni. Fu subito un giornale irriverente, senza prudenze, né ossequi. I notabili furono chiamati a rispondere dei loro misfatti, il sacco edilizio, l’arrembaggio dei mafiosi, la rassegnazione degli onesti. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata e forte: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento. Pochi mesi dopo la rottura di Fava con l’editore il giornale cessava le pubblicazioni.
Nel 1982 Giuseppe Fava costituisce, insieme alla parte della redazione del Giornale del Sud che ne aveva condiviso le scelte di fondo, fonda la cooperativa editoriale Radar e registra una nuova testata I Siciliani. Con quel mensile, dall’elegante veste tipografica, Fava aveva scelto di raccontare la Sicilia come metafora di quei tempi: la devastazione dell’ambiente, la trappola nucleare di Comiso, la sfida della mafia. Temi che aveva già affrontato nella attività letteraria e che trattava ora col rigore del giornalista. Giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, che vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno.
I temi sviscerati quotidianamente nelle inchieste, strettamente contestualizzati nel decennio italiano che tentava disperatamente di lasciarsi alle spalle gli anni di piombo, maturarono la forte idea teatrale de Ultima Violenza, andata in scena al Teatro Stabile di Catania nel novembre-dicembre 1983. Dramma documento di quello che può succedere quando la società ferita e morente farà l’ultimo tentativo di salvezza; un processo a sette personaggi coinvolti forse in un solo assassinio, politici, finanzieri, terroristi e mafiosi, emblematici di tutta la violenza. Il palazzo di giustizia stretto in assedio; fuori l’imminenza della tragedia; può essere una terribile rivolta popolare, oppure il trionfo degli assassini. Una tragedia collettiva dalla quale emerge la vicenda di un uomo solo in cui si aggrovigliano tutte le componenti drammatiche, il dolore, la paura, l’ironia, la vendetta, la speranza, il sogno. Un personaggio che si eleva solitario e misterioso nel cuore della tragedia fino alla rivelazione finale. Arcangelo o diavolo? Domanda giusta, poiché non sappiamo chi sarà presto o tardi il padrone della società italiana e quindi della nostra vita.

Ancora una reazione al pericolo Fava, questa volte ancora più forte, cinque pallottole umide di pioggia la sera del 5 Gennaio del 1984, alle 21,30.
Non fa in tempo a voltarsi né a stupirsi. Probabilmente non si accorge neppure di morire. Sarà l’unico effimero conforto per la famiglia.
da http://www.fondazionefava.it/sito/biografia/

dedicato agli “Angeli di Borsellino”

http://nuke.alkemia.com/Home1/Lemafie/GiuseppeFavaunuomocontrounavitaperlaliber/tabid/861/Default.aspx

“La causa umana fondamentale della mafia è la miseria senza vie d’uscite, cioè la miseria che riunisce l’ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza. Anche le cose futili della vita diventano essenziali. In un paese dove ogni individuo maggiorenne ha la possibilità di lavoro ben retribuito, non si troverà mai un uomo disposto ad uccidere per centomila lire o per un milione“.

G. Fava, La morte addosso, in Processo alla Sicilia, Catania, Ites, 1967, p. 192

I siciliani. Storia di un giornale antimafia


Il 5 gennaio del 1984 moriva a Catania, assassinato in un agguato mafioso, Giuseppe Fava. Quasi sessantenne, Fava era uno scrittore di fama nazionale oltre ad essere principalmente un giornalista e autore di teatro. Da un anno aveva fondato, insieme ad un gruppo di giovani giornalisti suoi soci nella cooperativa Radar, il mensile I Siciliani. Nell’editoriale del primo numero aveva elencato i temi di cui la rivista avrebbe cominciato ad occuparsi: la crescita spaventosa della mafia, il sogno fallito dell’industria, la corruzione politica, l’inquinamento delle coste e la campagna pacifista in risposta allo stanziamento di missili nucleari nelle Basi Nato della regione. I giornalisti, attraverso lo strumento dell’inchiesta, riuscivano così ad approfondire temi e questioni che l’informazione siciliana fino a quel momento non aveva preso in considerazione. Il tutto condito da una cronaca di stampo letterario, il continuo racconto delle storie di vita, un grande laboratorio di scrittura e nuovi linguaggi.
Così quel mensile di approfondimento diventava il manifesto della libertà di stampa in Sicilia: un giornale “senza padroni e né padrini” che si era rivelato un vero e proprio terremoto nel mondo della stagnante informazione regionale siciliana, oltre a diventare una spina nel fianco dei politici collusi e dei mafiosi.
Nel primo numero era presente l’inchiesta probabilmente più importante di tutta la storia de I Siciliani: “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, un servizio dedicato ai quattro maggiori imprenditori catanesi, Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro. Di loro aveva parlato il generale dalla Chiesa prima di essere ucciso dalla mafia, rispondendo all’intervista di Giorgio Bocca: “I quattro maggiori imprenditori catanesi oggi lavorano a Palermo – aveva detto dalla Chiesa – lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”.
C’era una nuova mappa del potere mafioso, e I Siciliani, che avevano seguito le cronache di quegli anni, lo avevano capito e ne cominciavano a delineare i contorni. Non fu un caso così scoprire che uno degli imputati dell’omicidio dalla Chiesa era stato proprio Nitto Santapaola, boss in ascesa della mafia catanese, fino all’anno precedente ritenuto un semplice imprenditore rampante, amico delle istituzioni e del mondo degli affari, nonché protettore dei cavalieri del lavoro.
Negli anni de I Siciliani, nella Sicilia scossa dall’“effetto dalla Chiesa”, si scopre così da quel giornale che la mafia a Catania è ben radicata, che il territorio etneo sta diventando di primissimo piano nello scacchiere della criminalità organizzata, rivelandosi centro nevralgico degli equilibri economici di Cosa nostra. Tutto ciò sebbene i catanesi non lo avessero ancora sospettato, tranquillizzati dalle istituzioni e dalla grigia informazione di palazzo che cercavano di minimizzare gli accadimenti in una città investita da una ondata di violenza senza precedenti che aveva fatto meritare il titolo di “città nera” d’Italia.
Catania farà i conti con la mafia proprio il 5 gennaio del 1984, davanti all’omicidio di un intellettuale, di un uomo che era riuscito a parlare davvero alla gente e a proporre strumenti razionali per la lotta alla mafia. Il segnale era chiaro, l’ennesimo giornalista ucciso in Sicilia. Al ricatto mafioso I Siciliani non cederanno, continuando nel proprio lavoro, denunciando con forza le collusioni tra mafia, magistratura e imprenditoria. Essi riusciranno ad essere, per qualche anno, i protagonisti del movimento antimafia siciliano, coagulando intorno a loro la società civile, dopo aver sensibilizzato una nazione intera. Continueranno ad essere così il punto di riferimento, insieme al quotidiano L’ora di Palermo, dell’informazione antimafia, seppur soffrendo parecchi problemi finanziari dovuti al fatto di essere un giornale libero e senza padroni. Questa sarà la causa che ne comporterà chiusure transitorie e purtroppo quella definitiva nel 1996.
Questo lavoro vuole ripercorrere la storia di quegli anni, cercando di ricostruire, attraverso gli avvenimenti di mafia e di antimafia che la Sicilia ha attraversato dagli anni Ottanta fino a metà anni Novanta, un senso di quella vicenda. Attraverso lo specchio del giornale I Siciliani, e il suo stile a metà tra cronaca e letteratura, si racconteranno alcuni profili dei siciliani stessi, quelli potenti e impuniti, i corrotti e i collusi, quelli semplici, gli onesti, i poveri e i disperati. Si approfondirà la figura di Giuseppe Fava, padre della testata, maestro di un giovane gruppo di giornalisti negli anni Ottanta. Conosceremo le storie di giudici che hanno perso la loro vita per lottare contro la mafia, insieme a quelli messi sotto inchiesta per collusione e associazione mafiosa. Parleremo dei politici siciliani, quelli onesti e quelli amici di Cosa nostra e di fatto “terzo livello” della stessa. Poi ancora racconteremo le storie dei giornalisti con la schiena dritta, che con le loro inchieste hanno sancito la loro condanna a morte da parte della mafia, e dei giornalisti di palazzo, creatori di consenso e complici degli equilibri dell’assurdo monopolio dell’informazione siciliana. E ancora le storie dei cavalieri del lavoro, di avvocati, di poliziotti, e di semplici cittadini. I siciliani insomma, nel bene e nel male.

http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.it/

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Per non dimenticare. 5 maggio nasce Peppino Impastato, una vita contro la mafia

GIUSEPPE IMPASTATO

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea socialista” che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:

Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD’I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.


Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del
’72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno ’72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo.Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto” Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a “Lotta Continua” nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell’organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione
Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio ìl “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare” Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria” , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.



da http://www.peppinoimpastato.com/biografia.htm

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“Ultima fermata. una storia per Renato” di Zerocalcare ed Erre Push

Proseguono le presentazioni del fumetto “Ultima fermata, Una storia per Renato”di Zerocalcare ed Erre Push.

25 e 26 novembre Berlino
12 novembre Bergamo e Lugano
11 o 18 novembre colle val dell’Elsa
31 ottobre Lucca
13/14/15 ottobre iesi senigallia fano
14 ottobre banchetto e presentazione LOGOS Roma
7 ottobre università Bologna
4 settembre Valdichiana
3 settembre Renoize Roma
22 agosto Brescia
20 agosto Giulianova
9 agosto Lecce
23 luglio Venaus
F15 o 16 luglio bilancione fiumicino
9 luglio Napoli
7/8/9luglio Sassari/Cagliari/Carbonia/
3 luglio ifest Roma
24 giugno festival crack Forte prenestino Roma

Valdichiana 4 settembre 2016

In marcia in nome dell’antifascismo

Partigiani, cittadini, esponenti del mondo politico e di moltissime associazioni hanno sfilato per le strade della cittadina in un corteo pacifico contrassegnato dallo slogan “Valdichiana antifascista da ieri ad pggi per domani”. Poi il comizio in piazza Matteotti, davanti alla sede del municipio per ribadire che la Valdichiana è terra di pace e di solidarietà.

“La manifestazione è nata contro il congresso di CasaPound ma è diventata un appuntamento per dare voce ai tanti che si adoperano per fortificare i valori dell”antifascismo e della partecipazione alla democrazia – ha spiegato Silvia Folchi, presidente dell”Anpi provinciale di Siena -Quegli stessi valori già presenti nella Costituzione che ha bisogno di essere applicata. Ringraziamo le tante associazioni che hanno aderito, i delegati di tutti i comitati Anpi giuntia anche dalle province di Perugia, Firenze e Arezzo”. Alla manifestazione hanno preso parte i rappresentanti di moltissimi Comuni senesi, esponenti del Partito democratico come i deputati Susanna Cenni e Luigi Dallai e i consiglieri regionali Simone Bezzini e Stefano Scaramelli, esponenti del Partito Comunista e del Partito Socialista. Fra le associazioni e i sindacati erano presenti Arci, Arci Gay, Libera, Cgil, Legambiente, Europa senza muri. Durante la manifestazione è stato presentato il libro ”Ultima fermata – una storia per Renato” di Zerocalcare e ErrePush, dedicato a Renato Biagetti ucciso a Roma dai neofascisti nel 2006. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Enrico Rossi: “Non possiamo permettere che l’odio, il razzismo, la xenofobia, l’istigazione alla violenza, tutte idee che stanno alla base di un’ideologia come quella di Casa Pound, possano diffondersi ed avere spazio in una repubblica nata proprio dalla sconfitta di quelle ideei e che quelle idee, nella sua costituzione e nelle sue leggi, mette espressamente al bando – ha scritto Rossi in una nota – Per questo credo che dovremmo fare come la Germania, che vieta le manifestazioni degli estremisti islamofobi e sta decidendo di mettere fuori legge il partito neo nazista”. “Casa Pound – ha scritto ancora Rossi – usa la questione sociale in maniera opportunistica per affermare i suoi valori veri, che sono quelli della xenofobia, dell’antisemitismo, del culto della razza e del nazionalismo esasperato. Un finto solidarismo che prolifera di ambiguità. Per contrastarlo sul terreno politico dobbiamo riappropriarci saldamente dei temi sociali, per non lasciare zone di sofferenza aperte alla penetrazione della propaganda neofascista. Ma credo che dovremmo farlo anche sul terreno della legalità e della costituzione: ci sono leggi dello stato, come la legge Scelba e la legge Mancino, che si occupano espressamente dei reati di fascismo e apologia di fascismo e che vietano la ricostituzione di un partito fascista. Siamo sicuri che questi gruppi stanno agendo entro i limiti della legge? Credo che qualcuno dovrebbe andare a controllare”.

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