“Io, madre, accuso…”

Genova – palazzo ducale 21 luglio

“Io, madre, accuso…”
Partecipano rappresentanti della Asociación Madres contra la Represión
(Barcellona e Madrid),
Mamme in piazza per la libertàdel dissenso(Torino),
No Tav(Valsusa),
Madri della Terra dei fuochi,
Madri per Roma città aperta
Conclude
Avv. Maria Luisa D’Addabbo, copresidente Legal Team Italia
Organizzano Comitato Piazza Carlo Giuliani, Legal Team Italia, Osservatorio Repressione

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19 – 23 luglio 2017 Per non dimentiCarlo

Genova, 19-23 Luglio 2017

Mercoledì 19

dalle ore 17.30 presso la Sala Camino di Palazzo Ducale
Ad un anno dalla “Carta di Genova”, Antonio De Lellis torna per presentare il suo
libro: “Il muro invisibile. Come demolire la narrazione deldebito”.
Il libro parte dal convegno “Giubileo del debi” che ha avuto luogo a Genova il 19 luglio 2016; è dedicato a tutti coloro che hanno partecipato agli incontri mondiali dei movimenti
popolari.

Organizzano Comitato per l’annullamento del debito illegittimo (CADTM) e Comitato Piazza Carlo Giuliani

Giovedì 20

dalle ore 14.30 in Piazza Alimonda
PER NON DIMENTICARLO
Anche quest’anno sono con noi Lele Ravera della LRB Liberdade, Contratto sociale Gnu Folk, Paolo Gerbella,Pardo Fornaciari e il Coro Garibaldi d’assalto, Luca Lanzi della Casa del Vento, Marco Rovelli con Rocco Marchi, Renato Franchi e l’Orchestrina del Suonatore Jones.
Oltre alla musica, ascoltiamo le parole della Compagnia Teatro degli Zingari della Comunità di S.Benedetto al Porto, di don Gallo; di un rappresentante delle BSA, le Brigate di Solidarietà Attivaancora presenti nelle zone del terremoto; e conosciamo alcune delle Madri antifasciste, contro la repressione e per il diritto al dissenso.
La memoria delle canzoni, i suoni delle storie, il ritmo delle parole. Tanto racconto quanto canto si confondevano nella voce dei cantastorie che sulle piazze portavano un punto di vista diverso da quello del potere.
Ascanio Celestini e Alessio Lega – cantastorie oggi – confondono sul palco le loro voci per una sinfonia unica nata da mille incontri frettolosi,nelle piazze della realtà.

Organizza Comitato Piazza Carlo Giuliani
Si ringrazia COOP Liguria per il generoso contributo

Venerdì 21
dalle ore 17,30 presso la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale
convegno: “Io, madre, accuso…”
Partecipano rappresentanti della Asociación Madres contra la Represión
(Barcellona e Madrid),
Mamme in piazza per la libertàdel dissenso(Torino),
No Tav(Valsusa),
Madri della Terra dei fuochi,
Madri per Roma città aperta
Conclude
Avv. Maria Luisa D’Addabbo, copresidente Legal Team Italia
Organizzano Comitato Piazza Carlo Giuliani, Legal Team Italia, Osservatorio Repressione
Si ringrazia Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura

Sabato 22
dalle ore 11 alle 19 circa, presso il CSOA Pinelli,
via Fossato Cicala22 – Sangottardo GE
Torneo “Carlo Giuliani” per squadre di calcio a 5
A seguire assemblea su sport popolare, cena sociale e musica.
Domenica 23
dalle ore 14 Fasi finali del Torneo “Carlo Giuliani” e premiazione

Organizza: Centro Sociale Pinelli

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A tutti i nostri figli e figlie

Queste caldi notti d’estate aprono ferite mai rimarginate. Chiusa in una stanza con la testa sul cuscino, avvolta da un caldo umido, tutto scorre velocemente…immagini di protesta, uomini, donne, ragazzi e ragazze che percorrono le strade di una Genova infuocata. Mi sembra di sentire i loro discorsi, di percepire i loro desideri, la lotta per un mondo migliore è disegnata sui loro visi. Poi all’improvviso, cariche, fumo, pestaggi per arrivare a p.zza Alimonda, un ragazzo uno sparo un urlo che non dimenticherò mai e La Morte materializzarsi… Tutto si sposta ad una spiaggia è agosto, tanto caldo, tanta musica, tanti giovani. Il cuore batte tanto forte che le mie tempie cominciano a martellare, vedo mio figlio aggredito e accoltellato al grido merde tornatevene a casa…Lui a casa non è più tornato, lui era una zecca e lo hanno ucciso x questo. Non amo il caldo, non amo l’estate, perché per me dal 2001 ha il colore rosso sangue. Vorrei essere una poetessa x declamare in versi il colore del dolore, ma forse non lo ha, è solo un qualcosa che ci appartiene e ci accompagnerà x sempre.
A tutti i nostri figli e figlie

Stefania

ALLA MEMORIA DI CARLO GIULIANI
I giovani non devono morire
e la piazza piange e la città è in un silenzio turbato
non un’ombra è perita nel sangue
ma un giovane uomo che ha ancora la vita vera da vivere
lì, morto
il silenzio, le grida, violenza e ancora violenza
poi morte, solo morte
la città si consuma nel delirio delle mille voci
la vita di un giovanissimo si consuma
sull’asfalto, sul marmo, sui mattoni
e spegne il sangue, spegne la luce
un giorno, un giorno ancora di orrori
dove il barbaglìo del cielo è reso nebbioso e consunto
dai colpi feroci, dagli spari feroci
tu corri e ti inseguo, tu spari e sei mio
il giorno, il giorno non tace
e gli anni, gli anni feroci sono arrivati
essi, essi non sono mai partiti
lì stanno, lì permangono, incalzano
e noi provvedere dobbiamo
per rendere il mondo, il mondo sempre più umano

Roberto Roversi

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G8 Genova. Una ferita insanabile tra i cittadini e lo stato

“Gentili” forze dell’ordine,
a Genova c’ero anch’io.
Ero in piazza Alimonda, quando un poliziotto sparò a Carlo Giuliani. Ero là mentre un suo collega, quello che guidava quel maledetto Defender lo finì, passando sul suo corpo, mentre ancora era in vita, pur di scappare dall’ira di quelli che fino a quel momento avevate picchiato, inseguito ed avvelenato di gas illegali.Sì, Giuliani, la “zecca comunista”, proprio quello che su Facebook, vi siete augurati che «sotto terra faccia schifo anche ai vermi». Che stile che avete: del resto, la classe non è acqua…
Ed ero su via Tolemaide quando avete caricato le Tute Bianche con tutta la forza di un apparato di guerra, come fossero nemici da combattere e non manifestanti da contenere: autoblindo, pistole caricate con proiettili da esercitazione, estintori, manganelli Tonfa usati in modo assolutamente illegittimo.
Ero a Genova mentre i cosiddetti Black Bloc devastavano, e voi li guardavate devastare per poi sfogare la vostra rabbia sugli inermi e sui deboli.
Ero là, mentre due figure in divisa inseguivano un infermiere con tanto di pettorina aprendogli la testa a manganellate, ero là a guardare le ferite sui corpi dei manifestanti pacifici di piazza Manin, spazzati via a colpi di manganello e anfibi, fatti a pezzi, mentre mostravano le mani nude.
Ero là, il sabato successivo, quando avete, con tattica militare, spezzato in due l’immenso e pacifico corteo all’altezza di Piazzale Kennedy e avete iniziato a lanciare lacrimogeni dagli elicotteri, a inseguire e massacrare pacifici manifestanti sin sulla spiaggia del Lungomare. Ero là mentre mettevate su falsi ferimenti e depistaggi patetici, per coprire l’orrore di ciò che era stato commesso.
E avrei dovuto essere alla Diaz, quella sera, se non avessi scovato una pensione economica.
Ero là per lavorare, “signori”, come voi.
Ero là, mentre la sera di venerdì cantavate allegri “Faccetta nera” nelle vostre caserme, mentre vi comunicavate la morte della “zecca” con punteggio calcistico: 1-0 per voi.
Ero là mentre picchiavate chiunque, per il solo gusto di farlo: giovani, vecchi, ragazzi, donne. Chiunque. Senza peraltro riuscire in realtà ad arrestare alcuna violenza e alcuna devastazione, anzi riuscendo solo a mandare a processo qualche capro espiatorio, gente che per aver distrutto un bancomat, o abbattuto un segnale stradale si è beccata decine di anni di galera comminati dai giudici, i medesimi che non hanno neanche permesso che si tenesse un processo per la morte di Giuliani, i medesimi che hanno assolto praticamente tutti quelli che portavano una divisa e i politici nei loro ruoli istituzionaliPer essere un servizio di ordine pubblico, direi che avete miseramente fallito.
Vedete, la cosa che più mi indigna non è che voi rivendichiate con tanta energia quanto avete compiuto nella Diaz. No. Quel che mi indigna di più è il vostro parlare della Diaz come se si trattasse di un episodio isolato (versione della nota teoria della ‘mela marcia’), mentre invece è stato uno dei tanti capitoli di un vero e proprio ‘golpe temporaneo’, iniziato la mattina di venerdì e terminato solo quando gli ultimi poveri massacrati e torturati di Bolzaneto sono stati infine restituiti alle loro famiglie e alle loro vite, irrimediabilmente segnati da quella insensata, inutile violenza.
Ciò che mi indigna di più è il vostro far finta di nulla. E se non fate finta di nulla, se davvero non avete occhi per vedere quello che è successo a Genova, allora è ancora peggio, visto che noi cittadini vi affidiamo la tutela dei nostri diritti e della nostra libertà.
MI INDIGNA CHE VOI NON CAPIATE CHE DA GENOVA, TRA I CITTADINI E LE FORZE DELL’ORDINE SI È APERTO UNO IATO, CHE POI NON SI È MAI PIÙ SANATO. CHI HA UCCISO ALDROVANDI, O CUCCHI, SIA PUR METAFORICAMENTE, È NATO A GENOVA.
Quello che mi indigna davvero è la vostra rozza ignoranza, cioè la vostra totale incapacità di comprendere di essere stati l’ingranaggio di una folle e violenta strategia di repressione che niente aveva a che fare con i compiti che vi siete assunti vestendo la divisa e giurando di difendere la Repubblica, la libertà e i diritti dei suoi concittadini.
Se voi non foste così integralmente ignoranti, forse sareste anche meno violenti e meno fascisti di quel che sembrate essere.
E io sarei meno spaventato ogni volta che vedo una divisa.

[Lello Voce – Poeta e giornalista]

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Federico. Trent’anni mancati. Non dimentichiamo

Andrea, Matteo, Lorenzo…, i suoi amici, ieri hanno voluto, organizzando il Bike parade, ricordare un amico, Federico, attraversando in bicicletta con un po’ di musica una delle cose più belle della sua città, le mura estensi. Ma la cosa più bella erano i loro cuori uniti a quello di tanti altri giovani e meno giovani, lì insieme e tranquilli, ad illuminare quel percorso…., per godere di alcuni attimi della vita, come avrebbe voluto Federico e come lo avrebbero voluto tanti altri giovani sfortunati come lui, per non dire altro.
Che dire dei ragazzi della Ovest, sempre presenti, e con quello striscione a ricordare che “ovunque tu sarai un coro sentirai”. Che dire di quei due bambini con la loro biciclettina davanti alla fila dei partecipanti lungo il percorso di 5,8 km, vicino alla musica del carretto che faceva da testa al piccolo corteo verso il parco urbano, immersi nella natura. Bellissimi quei bimbi, e addirittura con il loro caschetto a proteggerli. Che dire di Roberto, di Emi provenienti da Roma e parte importante e integrante nella storia di Federico, come anche di Gianni da Bologna. Che dire di ognuno di quei partecipanti lì presenti fisicamente, ma anche di quelli sicuramente lì con il cuore, anche se da lontano. Lo sentivo. Lo sento. Vorrei abbracciarvi tutti, persona per persona, ma non è possibile. Lo faccio con questa foto scattata da me nel mio solito giro…, per acquietare la mia rabbia, per quello che non potrò mai staccare dal mio cuore…, l’immagine della violenza assurda usata senza una ragione una maledetta domenica mattina su di un ragazzo che avrebbe potuto essere il figlio di chiunque. Lo faccio con un fiore, impregnato con quel colore giallo che Federico amava.
Quei due bimbi crescendo usciranno la sera e dopo una notte trascorsa in allegria, tornando a casa vorranno potevi rientrare… perché lì ci sarà sempre qualcuno ad aspettarli.

Domani, 17 luglio 2017 Federico avrebbe compiuto 30 anni, ma il suo tempo l’hanno fermato per sempre a 18.
Stride fare gli auguri a chi non c’è più fisicamente…
Buon compleanno comunque Federico, ovunque tu sia.

Lino,
Patrizia e Stefano

“Ma io ho dato fuoco alla pioggia
L’ho osservata cadere mentre ti toccavo il viso
Beh bruciava mentre piangevo
Perché l’’ho sentita gridare il tuo nome, il tuo nome!”

dalla pagina di facebook di Lino Aldrovandi

https://www.facebook.com/search/top/?q=lino%20giuliano%20aldrovandi

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30 giugno Genova – sempre antifascisti

30 giugno 2017: in piazza “contro ogni organizzazione fascista e razzista, contro il decreto Minniti e il daspo urbano, per la solidarietà ai migranti e contro le frontiere”

Abbiamo deciso di scendere tutti dietro a un unico striscione, Genova antifascista, per sottolineare l’unita dei genovesi di cui in questo momento c’e grande bisogno”. Alla partenza il corteo ha ricordato la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere il 20 luglio 2001 durante il G8 di Genova.

Intorno alle 20, in corso Buenos Aires, davanti alla sede del “Ramo d’oro”, associazione culturale che ha ospitato presentazioni di libri organizzati anche da Casapound, c’è stato un lancio di fumogeni. Sul portone dell’edificio dove si trova il circolo è stato anche affisso uno striscione: “Chiudere Casapound”. “Fuori i fascisti dalle città” l’imperativo della piazza.

30 giugno 1960: il “No pasaràn!” di Genova (e quel che accadde prima e dopo)

di – 29 giugno 2017
Genova. «Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi; l’esplodere di manifestazioni in più città; la caduta del governo Tambroni sorretto dai voti fascisti e la sua sostituzione con il governo Fanfani, leader della sinistra democristiana: quest’il bilancio apparente delle giornate di giugno-luglio in Italia…

Vittoria dell’antifascismo?

Sarebbe falso fermarsi a questi dati, perché sotto questo bilancio occorre trarre un insegnamento più profondo di quello ricavato dai partiti di sinistra. Una forza del tutto nuova ha fatto la sua comparsa in queste giornate: l’elemento che ha fatto saltare sia i progetti della borghesia che dei partiti di sinistra è stata la massa giovanile operaia e studentesca»

Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni d’Unità Proletaria», n. 1, 1960

«I giovani di luglio erano i figli degli operai e dei licenziati, operai e licenziati pur essi dell’Ansaldo, della San Giorgio, del fossati, della Bruzzo, dell’Oto, dell’Ilva di bolzaneto, della Bagnara, dei cantieri navali, del porto, delle piccole e medie industrie che vivono ancor oggi nell’incubo dei licenziamenti».La capitale di Luglio, Silvio Micheli, in «Vie Nuove», 22/10/80

Le premesse: Livorno, Bologna, Milano

Le settimane che precedono i fatti di Genova e gli eventi successivi danno la cifra del clima politico sociale nel Paese e del fermento della giovane classe operaia del “boom economico”.

Tra il 18 e il 22 Aprile, prima a Pisa e poi in maniera più estesa e continuata a Livorno, stanca delle angherie dei parà la popolazione insorge, mentre le auto­rità militari lasciano arrivare le squadracce di soldataglia nella città toscana per “regolare i conti”, dopo avere avuto la peggio la sera prima: volano sedie, tavoli del caffè, macchinette a gettone sradicate dai supporti… un capitano dell’Ardenza viene ferito alla gola da un coltello, un giovane proletario livor­nese perde un occhio a causa di una “cintata” di un paracadutista. Il centro città è in stato d’assedio, le autorità cittadine e le organizzazioni di sinistra fanno fa­tica a riportare l’ordine.

Gli scontri che coinvolgono quasi tutta la città contro parà, Celere, Mobile e Carabinieri da una parte e la popolazione dall’altra dureranno 4 giorni, anche se scaturiti da un episodio “banale” sono in realtà rivolti contro i corpi armati spe­cializzati nella repressione.

Queste quattro giornate si concluderanno con un bilancio di 15 feriti tra le forze dell’ordine, 10 tra i parà, 11 tra i cittadini. Gli arrestati saranno 70 e 220 i fermati.

Il 21 maggio a Bologna, un affollato comizio nella centrale Piazza Malpighi di Pajetta, antifascista di vecchia data e dirigente comunista, viene ad un certo punto vietato dal commissario Pagliarulo, che fa partire le cariche sui presenti dopo aver dato l’ordine di “sciogliere” l’assembramento, divieto a cui lo stesso Pajetta si oppone.

Le virulente parole di Pajetta contro il governo italiano, complice della poli­tica di Eisenhower, accusato di collaborare al sabotaggio del processo di distensione tra USA e URSS, fanno scattare l’intimazione del responsabile delle forze dell’ordine.

La violenta rissa dura circa mezz’ora, con numerosi feriti da ambo le parti, mentre i tranvieri entrano subito in sciopero portando i mezzi nelle proprie au­torimesse.

Andrea Barbato, in un articolo su l’Espresso definì la rissa «una delle più violente che si siano verificate in Italia dall’epoca della legge maggioritaria».

Il 7 giugno a Milano la sede dei radicali viene assaltata dai missini nel corso di una conferenza pubblica su “movimento cristiano e laicismo”, rovesciando il tavolo della presidenza e usando le sedie come clave per distruggere quel che potevano. Tra gli aggressori che vengono arrestati dopo pochi giorni dall’accaduto c’è un consigliere comunale missino di Sesto San Giovanni. Per il 15 dello stesso mese la giunta municipale di S.S. Giovanni convoca una manifestazione di protesta.

Il Blocco DC–MSI e il congresso neo-fascista

I voti del MSI, casa politica nell’Italia “democratica” per i peggiori boia del Ventennio ed esponenti della Repubblica Sociale Italiana, erano allora fonda­mentali per il governo democristiano del marchigiano Tambroni, la cui carriera politica si concluderà fortunatamente da lì a poco, bruciata a causa proprio dei moti di piazza passati alla storia come “I fatti di Luglio”.

Per la cronaca, il politico democristiano feroce anticomunista e sostenitore del “pugno di ferro” contro i possibili turbamenti dell’ordine costituito, finirà i suoi giorni stroncato da un infarto nel febbraio del ’63, pochi giorni dopo che una telefonata di Aldo Moro gli comunicò che la DC non lo voleva come capolista nelle Marche per le elezioni politiche di quell’anno.

L’appoggio esclusivo dei neo-fascisti – benedetto dalle gerarchie vaticane e dal “partito americano” – al governo Tambroni, verrà fatto pesare dai missini che con un atto di forza teso a consolidare il loro fondamentale ruolo di sostegno alla Democrazia Cristiana imporranno, ottenendo l’autorizzazione, di svolgere il proprio congresso in Liguria, proprio a Genova e candidando alla presidenza Basile, l’ex-prefetto di Genova, fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazi-fa­scista.

Va ricordato che sotto diverso nome le squadracce fasciste (Squadre d’azione Mussolini, Lotta Fascista, ecc..) continuarono ad agire anche dopo il 25 aprile del ’45 attaccando Camere del lavoro, Case del popolo, sedi dei partiti di sinistra, esponenti del movimento sindacale e dei partiti antifascisti.

Tutte le forze di sinistra, nessun’esclusa, si mobilitano in città per impedire tale provocazione, nel mentre convergono in quei giorni a Genova numerose persone con l’intento di impedire lo svolgimento del congresso.

Allora, la sinistra, che aveva ancora in parte il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, non si tirerà indietro di fronte a questa provocazione e le vibranti parole di Sandro Pertini nel comizio da lui tenuto in piazza della Vitto­ria il 28 giugno danno la cifra del profondo sdegno, anche dei dirigenti della sinistra istituzionale, nei confronti della provocazione fascista.

Invece di placare gli animi, il suo discorso infervorò maggiormente il cuore della Genova proletaria e antifascista.

Interrogandosi, durante il suo discorso, sul perché ancora allora ci si doveva mobilitare contro i responsabili di un «passato vergognoso e doloroso» che tentano di tornare alla ribalta dichiarerà:

«Ci sono stati degli errori, primo di tutti la generosità nei confronti degli av­versari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, poiché io e altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima».

L’esponente socialista concluse il suo comizio con le seguenti parole:

«Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro pre­ciso dovere: per la pace dei nostri morti e per l’avvenire dei vivi, lo compiremmo fino in fondo, costi quel che costi.»

Il 30 giugno Genova proletaria trasformò nella pratica le indicazioni di quest’orazione.

Genova, 30 Giugno 1960: No Pasaran!

Il 30 giugno 1960 è il culmine della mobilitazione che ha portato all’annullamento del congresso del Movimento Sociale Italiano previsto per il 2 luglio a Genova.

Durante quei giorni i ma­nifestanti sfidarono l’aria resa irrespirabile dai lacrimogeni lanciati dalla polizia, i “caroselli” delle camionette che si lanciavano contro di loro per inse­guirli fino ai portici e ai marciapiedi, i manganelli e le altre armi delle “forze dell’ordine”.

In quei giorni venne fatta pagare alla canea reazionaria democristiana e ai suoi servi in divisa il dovuto prezzo per la protezione politica e militare data allo svolgi­mento del congresso missino.

Anche i numeri, per così dire, parlano chiaro e testimoniano di come manifestanti sul campo abbiano avuto la meglio sugli “uomini in divisa”.

Gli scontri, infatti, si chiudono con un bilancio di 162 tra funzionari, agenti ed ufficiali della «Celere» feriti e contusi contro una quarantina di feriti tra i dimo­stranti.

La vittoria dei giovani “con le magliette a strisce”, così come vennero etichet­tati dalla stampa dell’epoca i protagonisti degli scontri, venne fatta pagare a caro prezzo agli altri proletari che nelle settimane successive scenderanno in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto esclusivamente dai voti della Democra­zia Cristiana e dai fascisti del Msi.

Il livello dello scontro era tale, non solo per ciò che concerne l’apparato im­piegato dallo Stato, da poter parlare senza esagerazione del 30 giugno come di un episodio di vera e propria “guerra di classe”.

Questo è il racconto di un allora giovane proletario di Milano, Primo Moroni, che insieme a suoi coe­tanei, così come tanti altri, arrivò in città:

«Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. Dove cazzo l’avesse tirato fuori non so bene, ma era un centoventi; io avevo fatto il militare e sapevo quindi che quello era un centoventi… E poi c’erano le armi, che sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate. Alla salita del Fondaco, un vicolo che sale dalla vecchia Genova verso piazza de Ferrari. Ricordo che c’era una libreria… E dalla salita del Fondaco è ve­nuto fuori ‘sto gruppone, che aveva dei moschetti e degli sten. E si sono schierati fuori, mentre la polizia era dall’altra parte di piazza de Ferrari.»

I moti di piazza del 30 sono preceduti da uno sciopero che in quel giorno ha paralizzato l’economia della città (un altro sciopero dei portuali il 25, in prote­sta contro il divieto prefettizio di un comizio, si era concluso con scontri) e da una manifestazione oceanica che gli stessi obiettivi fotografici non riescono a catturare interamente in un solo scatto.

A queste mobilitazioni va aggiunto l’attivo sabotaggio di una parte della po­polazione cittadina nei confronti dei congressisti accorsi nel capoluogo ligure che ha reso per loro Genova una città tutt’altro che ospitale: i ferrovieri terroriz­zavano gli incauti congressisti che incontravano sui vagoni prefigurandogli scenari apocalittici, i taxisti portavano gli stessi da tutt’altra parte rispetto all’hotel a cui erano destinati, i lavoratori alberghieri erano tutto meno che gen­tili e servivano pietanze non proprio invitanti…

Questa reazione popolare era sostenuta da un percorso organizzativo che du­rava all’incirca da un mese, non privo di occasioni di frizione e scontro con i fascisti e la polizia, percorso in cui si mobilitarono principalmente i giovani proletari e i vecchi partigiani, non solo liguri.

Dal rapporto del mese di giugno del prefetto di Genova Pianese si può leg­gere:

«Il MSI ha scelto Genova per il 6° congresso nazionale… Tale notizia ha provocato viva reazione negli ambienti partigiani che si propongono scioperi ed azioni di piazza. Anche il senatore Terracini, nel comizio tenuto il 2 corrente a Pannesi, ha affermato che la scelta di Genova è un’offesa ai valori della città decorata con la medaglia d’oro e che bisogna riunire tutte le forze della resi­stenza per tale occasione.»

Il 30 giugno, le indicazioni della dirigenza dei partiti della sinistra istituzio­nale, che invitano alla calma e temono “provocazioni”, sono superate dall’azione dei proletari che come un fiume in piena travolgono la timidezza e la modera­zione di questi, costretti ad inseguire e a legittimare la pratica autonoma dei giovani lavoratori, degli studenti, dei vecchi partigiani e dei pro­letari in genere.

Così racconta Giusy Giani, poco più che ventenne all’epoca dei fatti e fre­quentatrice del Circolo Culturale Gobetti di Via XX settembre, che non indietreggiò di fronte alla violenza poliziesca:

«Io però non avevo paura, vivevo quel momento in modo un po’ adolescen­ziale, come una sfida, pensando: “Questo è il momento nel quale si misura il mio vero valore: devo scoprire se sono una persona che vuole lottare per la giustizia sociale oppure se sono una che si lascia spaventare”».

Per lei, come per altri suoi coetanei, quel momento d’autodeterminazione della propria esistenza segna una rottura con la pacificazione sociale imposta fino allora con la repressione poliziesca e la timidezza delle organizzazioni della sinistra istituzionale.

Le giovani leve della classe operaia e gli studenti universitari si trovano per la prima volta fianco a fianco in un’unità d’intenti che non solo non soccombe alla polizia e impedisce il congresso missino, ma manda in crisi il governo e da al­lora fino alla creazione di Alleanza Nazionale. Viene così “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti che saranno comunque utilizzati in seguito dalla classe dirigente e dal blocco sociale dominante come manovalanza per le trame golpi­ste e le stragi di stato che dal 12 dicembre ’69, con Piazza Fontana, fino agli anni Ottanta inoltrati, saranno al centro della strategie dello stato “nato dalla Resistenza”.

Cronaca del 30 giugno e del 1 luglio

Facciamo una breve sintesi di come si svolsero i fatti il 30 giugno e il giorno successivo.

Il 30 la manifestazione si era conclusa senza problemi in piazza della Vittoria con il comizio del segretario della Camera del Lavoro. La maggior parte dei dimostranti per tornare a casa dovevano attraversare per forza la centrale piazza de Ferrari dove centinaia di camionette bloccavano il flusso della gente che doveva pre­gare i militi per potere passare.

Venne fatta partire la carica improvvisamente, senza che il responsabile di piazza indossasse la fascia tricolore e facesse i tre canonici squilli di tromba, fu una carica violenta con le camionette che si muovevano in mezzo alla folla, i lacrimogeni subito adoperati copiosamente e i manganelli fatti crepitare.

Ma i manifestanti non indietreggiarono, si riversarono contro i mezzi delle forze dell’ordine.

Sedie dei bar, assi di legno, ciottoli, pietre, mattoni, paletti di ferro e relative catene, persino i ferri delle tende dei bar divennero le “armi” improvvisate del popolo.

Numerose camionette s’incendiarono, si costruivano barricate, mentre altre persone giungevano dai vicoli, dove i mezzi delle forze dell’ordine non potevano entrare ed erano facile preda della collera popolare che rovesciava dalle finestre su di loro qualsiasi cosa.

Gli scontri durarono ore.

Finì tutto alle otto quando il presidente dell’ ANPI, non senza difficoltà, a bordo di una macchina scortata dalla polizia arrivò in piazza per convincere i manifestanti a rinunciare allo scontro, perché Prefettura e Questura si erano im­pegnate a ritirare le forze di polizia.

La situazione tornò alla calma non senza problemi, e quello stato di quiete era del tutto apparente perché la tregua servì ad entrambi gli schieramenti per pre­pararsi al giorno successivo

Così mentre le polizia si preparava per cingere la città in un vero e proprio stato d’assedio con tanto di filo spinato, la Genova proletaria si adoperava per il giorno seguente per il quale era stato proclamato uno sciopero generale di 24 ore.

Circolavano voci di “calate in massa” di fascisti verso Genova dove scon­tri con i fascisti, protetti dalla “Celere” avvenivano qua e là, con i missini che avevano la peggio. Tutto questo in una città con blocchi ovunque e mezzi dei militi che scorrazzavano a tutta velocità.

Così lo storico Renzo del Carria ricostruisce quei momenti: «Ma tutta Genova la notte tra l’1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna prove­niente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato piazza de Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bottiglie molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostruite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città», in molti quartieri si erano erette barricate di pietre e di legname.

Così il governo, capisce di avere perso la partita e revoca il permesso al con­gresso dopo avere cercato invano di farlo svolgere a Nervi, ottenendo come contropartita il mantenimento dell’ordine da parte dei partiti di sinistra.

La solidarietà con gli arrestati, la difesa politica al processo, le con­danne
Quella giornata avrà anche come conseguenza l’inevitabile accanimento giu­diziario contro i manifestanti: 50 arrestati durante la giornata (con una età media di 28 anni e di cui la metà non aveva più di 25 anni) e i successivi pro­cessi. Questi non vennero lasciati soli, ma venne garantito a loro e alle loro famiglie il necessario supporto durante il periodo detentivo e l’adeguata assi­stenza giudiziaria.

Questa la testimonianza d’Eraldo O., un partigiano dell’ANPI:

«Sì, ci assumemmo il fardello di queste famiglie, che io ricordo con partico­lare commozione, perché molti ormai non ci sono più.

I parenti venivano da noi a chiedere “ma come è stato possibile, non hanno fatto nulla di male”, e noi non avevamo risposte.

Però, e questo è un fatto unico nella storia, tutte le mattine con un carretto portavamo a questi detenuti nel carcere di Marassi quanto occorreva per vi­vere una giornata meno carceraria possibile. […] Ricordo che a ognuna di queste famiglie ogni mese veniva corrisposto lo stipendio che il detenuto avrebbe percepito se fosse stato in libertà. Ricordo anche che avevamo un ca­lendario dove segnavamo l’indirizzo di queste persone nel giorno in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto mettere i sigilli (siamo arrivati anche a questo), e allora noi versavamo ogni volta 5.000 lire chiedendo il rinvio del se­questro dell’appartamento. All’ANPI vennero anche addebitate le spese processuali, gli avvocati della difesa erano quasi tutti volontari e operavano gratuitamente, ma le spese del processo ammontavano ad una decina di mi­lioni, all’epoca una cifra enorme, che noi non avevamo proprio»

Questa la testimonianza di G.B. Lazagna, il vice-capo partigiano “Carlo”, che si è occupato anche della difesa degli imputati per i fatti del ‘60:

«Esisteva già un’organizzazione che si chiamava “Solidarietà Democratica”, formata nel ’48 per assistere l’ondata dei processi penali a seguito del 14 lu­glio. […] Naturalmente operavamo tutti gratuitamente, era nella tradizione risorgimentale e non se ne parlava nemmeno di emettere parcella. Le arringhe di difesa in genere erano fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della re­sistenza – che poi era stato l’argomento della mia tesi di laurea con Terracini – in caso di gravi provocazioni. Cercavamo sempre di inserire l’argomento dell’oltraggio di avere di nuovo il boia Basile a Genova. Noi avevamo una vi­sione politica dei fatti e consideravamo queste reazioni la giusta risposta al neofascismo che si stava riorganizzando. Per 25 imputati mettevamo in genere una decina di avvocati, che perseguivano questa posizione politico-giuridica.»

Il processo, che si celebra nel 1962 a Roma, e che avrà 43 imputati di cui sette detenuti e trentasette a piede libero, si concluderà con la condanna di 41 dei 43 accusati a pene superiori a quattro anni.

L’arringa finale di Terracini, di cui riportiamo un breve stralcio, da il senso della difesa politica non solo di quegli imputati ma di quella giornata:

«Io credo di poter dire, interpretando l’animo degli assenti, che in questi 43 tutti si riconoscono i 100.000 del 30 giugno – professori, impiegati, studenti, professionisti, i quali rifiutano una distinzione, una divisione che è tutto artifi­cio, nutrita di vecchi pregiudizi, insidiosa e grave di danni per gli imputati e umiliante per coloro verso i quali si pensa esprima invece deferenza e conside­razione. Questi 43 rappresentano, così come sono e chi sono, la maturità politica di tutta la popolazione di Genova, dalla quale appunto quel giorno è pervenuto lo slancio generoso che li ha spinti alla protesta»

Gli altri centri dei “Fatti di luglio”

A S.Ferdinando (RC) il primo luglio si svolgono sciopero e corteo di un migliaio di braccianti, che si reca alla Camera del Lavoro, dove si tiene un’assemblea. Dato il numero dei partecipanti non tutti riescono ad entrare nella sede e sostano sulla piazza antistante alla Camera del Lavoro. I Carabinieri allora chiudono a chiave dall’esterno la porta dell’edificio e poi caricano i lavoratori in piazza, sparando anche colpi di moschetto e di mitra.

Un bracciante viene ferito gravemente.

Intanto i manifestanti da dentro riescono a sfondare la porta e escono in piazza, i carabinieri li accolgono con spari ad altezza d’uomo, a causa dei quali vengono feriti altri due scioperanti.

La reazione dei manifestanti costringe i Carabinieri a indietreggiare, sparando, fino alla caserma.

Cariche e sparatorie durano circa un’ora e mezza, oltre ai tre feriti, numerose donne e bambini vengono picchiati.

A Licata (AG) il 5 luglio si svolge uno sciopero contro il governo Tambroni

Carabinieri e polizia fatti affluire da altre località dopo numerosi scontri provocano la morte di un commerciante ucciso da raffiche di mitra alla stazione ferroviaria.

La giornata si conclude con il ferimento di 24 manifestanti, tra cui tre gravi e di due carabinieri.

A Roma il 6 luglio una manifestazione contro il governo Tambroni e per la commemorazione dei caduti della Resistenza a Porta San Paolo, a cui è stata revocata all’ultimo momento l’autorizzazione, viene violentemente caricata dalla polizia e dai carabinieri a cavallo. L’intero quartiere reagisce. Un agente che cade dalla propria jeep durante un “carosello” si ferisce gravemente, morendo a pochi giorni di distanza. Venti manifestanti vengono feriti, mentre tre, portati in questura, verranno torturati.

Il 7 luglio a Reggio Emilia un comizio contro il governo Tambroni che si dovrebbe tenere in un teatro si trasforma in una manifestazione di 20.000 persone che affollano la piazza principale di fronte al teatro. Viene negato il permesso di posizionare degli alto-parlanti nella piazza. La polizia carica facendo caroselli, appoggiata dai carabinieri. Le forze dell’ordine sparano per ammazzare e uccidono cinque persone, tra cui due ex partigiani, mentre negli scontri rimangono feriti altri 21 dimostranti.

L’8 luglio a Palermo una manifestazione di protesta contro i fatti di Reggio Emilia si trasforma in una battaglia vera e propria a causa delle cariche con le jeep della polizia che spara: tre manifestanti vengono uccisi mentre una donna muore mentre chiudeva la finestra del proprio appartamento. Altri 36 manifestanti vengono feriti da colpi d’arma da fuoco.

Lo stesso giorno, sempre in Sicilia a Catania durante uno sciopero contro il governo Tambroni polizia e carabinieri sparano lacrimogeni a cui i dimostranti rispondono con lanci di sassi ed erigendo barricate. La polizia inizia i caroselli. Muore un edile disoccupato prima ferito, poi colpito ripetutamente da più agenti con il manganello e poi “finito” a colpi di rivoltella da un poliziotto. Vengono feriti sette dimostranti.

(l’articolo è stato pubblicato su Contropiano.org da Giacomo Marchetti, che lo ha fatto pervenire alla nostra redazione)

da http://www.genova24.it/2017/06/30-giugno-1960-no-pasaran-genova-quel-accadde-182598/

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Antifascismo in Toscana

Montemaggio2017 – Festival Resistente | 2, 3, 4 giugno 2017
Parole e musiche su Memoria, Antifascismo e Costituzione

Montemaggio Festival Resistente, l’evento organizzato dall’ANPI Valdelsa per riflettere su memoria storica e antifascismo oggi, quest’anno dal 2 al 4 giugno 2017, alla quarta edizione, dedicata a Marisa Ferrari, presidente della sezione ANPI di Casole d’Elsa, scomparsa la scorsa domenica.
Tante le iniziative in programma tra concerti, presentazioni di libri, confronti e molto altro ancora.

Il Festival gode del patrocinio dei Comuni di Tavarnelle Val di Pesa, Monteriggioni, Poggibonsi, San Gimignano e Barberino Val d’Elsa. E’ realizzato in collaborazione con Associazione Mosaico, Circolo ARCI Buenavista, La Ginestra, Amici della Montagnola, Girografando il Mondo, ll Bosco Fuoritempo, Bottega Roots, Il Tortuga e Prima Materia, con il contributo di Spi Cgil, Bar dell’Orso e Tiemme – Toscana Mobilità. Media partner: Valdelsa.net.
Il programma

Il Festival comincia alle 17.30 di venerdì 2 giugno a Bottega Roots, in Piazza dei Popoli a Colle di Val d’Elsa, quando si parlerà di “Orizzonti di Resistenza. Pratiche di antifascismo tra Roma, Montemaggio e Buenos Aires”. Vi parteciperà il Comitato Madri per Roma Città aperta, l’associazione che, sulla scia delle Madri di Plaza de Mayo, raggruppa le donne unite da valori antifascisti a cui sono state uccisi i figli. Sono passati più di dieci anni da quando, sulla spiaggia di Focene, il 26enne Renato Biagetti venne ucciso dalle lame fasciste. Da allora il Comitato, fortemente voluto dal fratello, dalla mamma Stefania e dai suoi compagni, si occupa di portare avanti i sogni di Renato, le sue speranze, le sue idee.

L’incontro prosegue con una cena a buffet e il concerto antifascista de La Gerberette, il quartetto senese da poco uscito con l’album “L’apocalisse ci troverà in pigiama”.

Il Montemaggio Festival Resistente si sposta il 3 e il 4 giugno, a Casa Giubileo*. In questo luogo, che torna per l’occasione ad essere vissuto e frequentato, 19 giovani partigiani vennero barbaramente uccisi dai fascisti il 28 marzo del 1944.

Sabato 3 giugno alle 15.30 verranno presentati i libri Giovanni Pesce. Per non dimenticare di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici dell’ANPI di Nova Milanese e Io che conosco il tuo cuore di Adelmo Cervi (figlio di Aldo, il terzo dei sette fratelli Cervi torturati e poi fucilati dai fascisti nel ’43). Alle ore 16.00 partirà il trekking partigiano, un appuntamento ormai fisso e irrinunciabile del Festival, per visitare, accompagnati da musiche e letture, i luoghi della memoria sul Montemaggio. A seguire, alle ore 17.30, La memoria ostinata. Il processo al Plan Condor e la lotta per la giustizia in America Latina. Vi parteciperanno Andrea Speranzoni, avvocato di parte civile che ha già partecipato alla scorsa edizione (nella foto in basso), e Alejandro Montiglio, figlio del capo scorta di Salvador Allende. Alle 19.00 Ginevra Di Marco, una delle voci femminili italiane più belle e amate, la madrina della musica impegnata e grande interprete delle canzoni popolari e d’autore, si esibirà nel concerto La Rubia canta la Negra, dedicato alla grande cantante argentina Mercedes Sosa. Chiude il secondo giorno di Festival la cena sociale (ore 20.00) e il concerto dei Suonatori della Boscaglia (ore 21.30).

Domenica 4 giugno è la volta della premiazione del concorso rivolto agli studenti valdelsani Da Montemaggio alla Costituzione, nel 70esimo anniversario dalla sua approvazione. L’appuntamento è alle ore 10.00. In giuria il partigiano Guido Lisi, il docente dell’Università di Siena Pietro Clemente, la disegnatrice Silvia Rocchi e la presidente del Comitato provinciale dell’ANPI Silvia Folchi. Alle 14.30 concerto dei CantaStoria il terzetto che canta la storia come forma di militanza. Alle 16.00 si parlerà invece di vecchi e nuovi fascismi, con il giornalista Guido Caldiron e Giovanni Baldini (ANPI Nazionale e Patria Indipendente), tra gli autori de La galassia nera su Facebook, un ampio e dettagliato inventario sul fascismo italiano in rete. Alle 17.30 Nessuno è straniero. Esperienza di migrazione, integrazione e lotta al razzismo, cui parteciperanno Baobab Experience, Eleonora Camilli (Redattore Sociale), Tommaso Sbriccoli (antropologo), oltre a tante associazioni del territorio che si occupano di accoglienza, dialogo e immigrazione. L’incontro è seguito dal concerto di Spazi Aperti, progetto del quale fanno parte cittadini di Montespertoli e richiedenti asilo, insieme al Malimba Trio. Infine, chiude il Festival la cena sociale e la jam partigiana, composta da musica, parole e canti.

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VIVA LE MADRI PER IL LIBERO DISSENSO


Oggi mio figlio Jacopo torna ad essere uomo libero…ha scontato la pena ai domiciliari
Sin dagli anni del liceo Jacopo ha dimostrato di voler far parte di quella parte di giovani generosi e sensibili che con determinazione chiedono diritti uguali per tutti.
Jacopo ha sempre rifiutato l’idea di esser parte di quella massa di giovani superficiali rispetto alle scelte della politica e indifferenti di fronte alle diseguaglianze sociali.
Così ha trovato il suo spazio nella politica attiva fatta di sacrifici, impegno, studio…
Il “sentire diverso” è quella capacità critica che porta a denunciare tutte quelle azioni politiche che non nascono per migliorare la vita dei più deboli, ma che servono esclusivamente al benessere delle “caste”.
Il suo dissenso è contro quelle realtà che da sempre sono volontà di ordine, di stabilità e di consenso per creare quella docilità riflessa che viene detta obbedienza.
I giovani generosi come Jacopo lottano, ci mettono la faccia e rischiano denunce e condanne esemplari tutti i giorni .
Il dissenso, anche se pagato a così caro prezzo, gli ha permesso di diventare uomo libero, determinato e di agire in modo responsabile spendendo le sue energie per e contrastando opere inutili e costose.
Jacopo conosce il valore del dissenso e lo ha preferito ad una condizione di servitù.
Leggendo la favola di Fedro ha preferito la parte del lupo magro ma libero a quella del cane grasso ma alla catena.
Con lui per lui, in questo lungo anno, ho sofferto ma mai gli chiederò di abbassare la testa e di pensare solo a se stesso, il suo agire mi rende orgogliosa.
Un solo consiglio mi sento di dare: ”sii prudente”.

Diana Paoli

Torino, 7 maggio 2017

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Aparicion con vida. Le Madri Argentine resistono da quarant’anni.

Ed eccoci qui, finalmente insieme alle madres de Paza de Majo. La maternità socializzata. I dolori uniti in una resistenza alle violenze , alle aggressioni, alle torture e alle morti. I figli uccisi dal fascismo e dallo Stato in ogni parte del mondo, sono qui, insieme ai desaparecidos argentini, riportati in vita da madri e da nonne che resistono da 40 anni, accompagante da altre madri e donne che resistono alla perdita della memoria antifascista, alla mancanza di verità e di giustizia.

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20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Nessuna giustizia, nessuna verità

“Con il cuore pieno di amarezza, come cittadina e come madre ho dovuto assistere alla prova di incapacità data, senza vergogna, per ben ventitré anni dalla Giustizia italiana e dai suoi responsabili, davanti alla spietata esecuzione di mia figlia Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin. Al dolore si è aggiunta l’umiliazione di formali ossequi da parte di chi ha operato sistematicamente per occultare la verità e i proventi di traffici illeciti. Da ultimo, dopo la sentenza della Corte d’Appello di Perugia mi ero illusa che i nuovi elementi di prova inducessero la procura della Repubblica ad agire tempestivamente per evitare nuovi depistaggi e occultamenti.
Non posso tollerare ulteriormente il tormento di un’attesa che non mi è consentita né dall’età né dalla salute. Per questo motivo ho deciso di astenermi d’ora in avanti dal frequentare uffici giudiziari e dal promuovere nuove iniziative. Non verrà però meno la mia vigilanza contro ogni altro tentativo di occultamento. Ringrazio i colleghi di Ilaria, la Federazione Nazionale della Stampa e l’opinione pubblica per essermi stati vicini”. Giuliana, madre di Ilaria Alpi.

Canzoni di guerra

ILARIA
di Milo Bugnara

Quel lembo di terra
ad est del continente
confuso da sempre
e inquinato da chi
per tangenti si vende

cooperare vuol dire produrre
e produrre vuol dire morire
loro infatti son morti più volte
come chi muore
per la verità.

loro infatti son morti più volte
prima darmi poi di commissioni
parlamentari
qualcuno li ha detti in vacanza e la cosa
si commenta da sé

Ilaria, Ilaria

Troppe mani hanno aperto i bagagli
troppi indagini hanno occultato
burattini di stato han capito
ed il sismi, a suo modo,
ti ha sistemato

Livorno, Garoe,
Mogadisho, Bosaso
le tappe son queste qua
la Shifco ha solcato il mare dei dollari
ma nella stiva cosha?

Ilaria, Ilaria

La tua idea è stata fatta tacere per sempre
un agguato studiato e ordinato da qualche potente
che oltre ad averti rubato la vita
ora calpesta
il ricordo di te

Il ricordo di Miran e te


Da pochi giorni è disposizione di tutti i cittadini il sito https://archivioalpihrovatin.camera.it/ dove si possono trovare gran parte dei lavori di Ilaria, anche inediti, che testimoniano il profilo di una giovane donna appassionata della vita e del suo lavoro. Ilaria è un esempio forse anche perché in lei ognuno può cercare, trovare qualcosa di sé: l’interesse per i mondi dentro e fuori il nostro mondo, l’indignazione per le ingiustizie e le atrocità che continuano ad accadere, l’amore per ciò che si fa, per la conoscenza, per la cultura. L’amore per tutto quello che avvicina le persone ad altre persone, vive o morte….
Aprono il sito gran parte dei lavori di Ilaria, anche inediti, che testimoniano il profilo di una giovane donna appassionata della vita e del suo lavoro. Questi filmati così come i lavori scritti di Ilaria, i racconti che di lei hanno fatto i suoi genitori, alcuni colleghi e amici ci hanno fatto scoprire molte cose di lei. Ilaria è un esempio forse anche perché in lei ognuno può cercare, trovare qualcosa di sé: l’interesse per i mondi dentro e fuori il nostro mondo, l’indignazione per le ingiustizie ele atrocità che continuano ad accadere, l’amore per ciò che si fa, per la conoscenza, per la cultura. L’amore per tutto quello che avvicina le persone ad altre persone, vive o morte.
da Ventitré anni senza Ilaria Alpi. Ventitré anni senza verità di Mariangela Gritta Grainer 19 marzo 2017 (http://www.unita.tv/opinioni/ventitre-anni-senza-ilaria-alpi-ventitre-anni-senz-a-verita/)

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