‘Cara Stefania prendo la matita nelle mie mani e ti scrivo’

Così comincia la breve lettera di un alunno della II F, scuola media Enrico Medi, Torbellamonaca, scritta, come le altre della stessa classe, dopo l’incontro con Stefania.

5 maggio ore 10, secondo appuntamento, questa volta nella sede di via Merlini.                .

Il giorno precedente, mentre guardavo distrattamente il tg regionale, mi erano apparse le immagini della strada che ormai abbiamo imparato a conoscere, con il bar l’edicola la rotatoria che portano alla Enrico Medi. Scatta l’ attenzione per la telecamera che inquadra i palazzoni e i volti di alcune passanti che raccontano e commentano l’ennesima aggressione contro un gruppo di stranieri, moldavi questa volta, un ragazzo in ospedale.

Ne parlo con Stefania in macchina, ci sentiamo come se volessimo svuotare il mare con un secchiello.

Eppure..

‘io ti ringrazio per essere venuta qui, per averci raccontato la storia di tuo figlio’ scrive Giorgia G.

 

Anche in questa sede faremo due turni nel piccolo teatro, allestito nel tempo da alunni e insegnanti. Al primo turno partecipa la II F. Durante il secondo turno l’insegnante, in classe, li farà riflettere e lavorare. Quelle che riportiamo sono testimonianze del loro lavoro.

 Stessi nei due turni il vociare, l’agitazione, i battibecchi che scompaiono all’istante quando comincia a scorrere la fotostoria di Renato. E’ la conferma che quelle foto,  foto di quotidianità, parlano un linguaggio che è anche il loro, descrivono situazioni in cui si ritrovano e che li toccano, che rendono quasi tangibile un ragazzo che non conoscono.

 

 Scriverà  Michela P.

‘ Passi di scuola in scuola

E parli e poi riparli.

Ci racconti della tua storia

E noi vediamo

Nei tuoi occhi tanto dolore.

Ti viene da piangere

Ma non lo fai ti fai coraggio

Perché vedi noi, ragazzi

Che ti fanno ricordare Renato

Un ragazzo con occhi celesti,

bello come il sole

con tanta voglia di vivere

e di andare avanti. ‘

 

Le parole di Stefania suscitano domande a raffica, soprattutto su cosa ha fatto lei - la madre - il fratello, gli amici. Il loro mondo, insomma. Nessun interrogativo su le responsabilità, su la giustizia, sul mondo degli adulti.

‘Quando parlavi dentro di me c’era un sentimento di tristezza di dispiacere’ scrive Thomas T. e non si fa fatica a crederlo pensando ai loro visetti seri, di chi si confronta con un evento drammatico come la morte di Renato.

Dice Giorgia P. ‘Quando lei ha detto la storia di Renato ho provato a mettermi nei suoi panni ma non ci sono riuscita perché non ho il coraggio che ha lei’.

 Ma quei visi seri raccontano anche altre cose

‘Ho capito che è difficile vivere senza un figlio, raccontare in tutte le scuole la sua tragedia’ scrive Andrea E.

 

Scatta la solidarietà, la protezione:

‘Per me sei una mamma speciale’ (Fabio M.)

‘Non ti preoccupare che Renato sta sempre accanto a te’ (Azzurra)

‘ Sei una brava mamma e sei riuscita a sfogarti andando per le scuole a raccontare l’accaduto, e questo fa bene anche a noi’(Luis P.)

 

Ma qualcuno va anche oltre, percepisce un messaggio per quanto difficile, soprattutto in questa parte della città:

‘Oggi, giorno 5/05/09, il tuo coraggio è la nostra forza. Grazie per averci fatto capire che esiste la parola Amore non smettere mai di essere come 6’ (Michela P.)

‘Lei continui a vivere la sua vita ricordando Renato, perché lui è vicino a lei. E poi continui a lottare, tanto ce la farà, però lei la vittoria l’ha già conquistata, moralmente per me lei ha già vinto’ (Antonio B.).

 

Altri fanno proprio il messaggio di Stefania, lo concretizzano in speranza per il futuro:

‘Io spero che quando avrò dei figli non gli succeda quello che è successo a suo figlio Renato’ (Leone A.)

‘Mi dispiace per l’accaduto, le sue parole mi hanno colpito nel cuore. La aiuterò a espandere quello che ha detto a gli altri….vorrei che in Italia non ci fossero koatti’ (Mohamed B.)

 

Alcuni azzardano un giudizio generale:

‘Tutto quello che è successo a Renato è molto triste perché quelle persone che hanno ucciso Renato ci dovevano pensare perché non si può uccidere una brava persona per qualche partito politico, ognuno ha la sua idea’ (Alessandro H.)

 

Ma c’è anche chi Stefania non è riuscita a convincere e lo scrive apertamente:

‘Io al suo posto signora Stefania li ucciderei tutti e due così pure i loro genitori capiscono quello che hanno fatto i loro figli’ (Sebastian T.).

 

Qualcuno dà spazio alla sua vena poetica, come Nazire A. che commenta così l’incontro

‘le rose sono rosse

Le violette sono blu

Renato resterà nei nostri cuori come i suoi ricordi’

Qualcun altro si dimentica di firmare quanto ha scritto oppure preferisce disegnare, con lo stile coloratissimo di un ‘graffiti-writer’, il linguaggio dei muri e della sfida ma i concetti sono chiari.

 

Chi l’ha detto che a Torbellamonaca conoscono solo il linguaggio delle spranghe e dei coltelli?

 

Anche i silenzi parlano e nel secondo turno della mattina questa regola viene rispettata. Notiamo che è un silenzio pesante, difficile da spezzare. Una frase bisbigliata: ‘non vogliamo far soffrire Stefania con le nostre domande’. Soffrire o ferire? In prima fila un ragazzo fra i più grandicelli indossa una maglietta con una frase inquietante sui vili. Alla fine dell’incontro Stefania, abbracciandolo,la commenta. Il ragazzino le sorride in modo disarmante, ‘ma che cavolo m’ha comprato mia madre!’ dice. Già, le madri. Anche i due assassini di Renato hanno madri.

Ci salutiamo.

Le parole di Eleonora M. parlano al nostro posto

 

Io ho capito che il suo dolore è un dolore che non passerà mai.

E’ un dolore ma non un dolore comune, è la perdita di un figlio.

E’ sapere che prima vi salutavate, e poi non vi vedrete mai più.

E’ sapere che sono stati due ragazzi ad ucciderlo..

Ma riportare la memoria di un figlio, da scuola in scuola e dire: non portate avanti la violenza

Ma siate saggi

E non tirate fuori armi

Perché faranno solo male,ma portate avanti la saggezza

E mai poi mai la violenza

È molto importante

 

 

 

L’appuntamento è per martedì 28 aprile, alle 10, scuola media Enrico Medi, Torbellamonaca. Partiamo, Stefania e Lalla, un’ora prima come se dovessimo andare fuori Roma e invece è solo per paura del traffico. L’appuntamento l’abbiamo concordato con gli insegnanti in un incontro affettuoso e partecipato quando abbiamo proposto ‘l’albero di renato’, un piccolo progetto che parlasse di giustizia e nonviolenza. Ma i ragazzi – ci chiediamo mentre andiamo – come saranno, come ci accoglieranno e soprattutto riusciremo a farci capire? L’inizio non è dei migliori, sbagliamo posto; l’incontro non è in centrale ma in una sede staccata. La troviamo, ha un aspetto accogliente, intorno un giardino curato e altri edifici scolastici. Ci aspettano ma le classi che parteciperanno all’incontro sono cresciute, dovremo fare due turni. Hanno preparato, con la giusta regia degli insegnanti, dei cartelloni con poesie, commenti, disegni. Mentre i ragazzi cominciano ad entrare, vocianti, curiosi ed attenti li leggiamo. Stefania  commenta con emozione.

‘Vi raccontiamo una storia, una storia che non ha un lieto fine, la storia di un ragazzo che amava la vita, la musica e un mondo migliore’. Sullo schermo la fotostoria di Renato. All’inizio qualche risatina, la domanda di chi non ha ancora capito di che cosa si tratta, poi un silenzio intenso e interrogativo. Tocca a Stefania continuare il discorso, parlare di quel maledetto giorno in cui la vita di Renato si è spenta. Non è semplice dominare il fiume delle emozioni e trovare le parole giuste per spiegare che hanno spento la vita ma non  i sogni di Renato. Trovare le parole giuste per spiegare i motivi del rifiuto della violenza, trovare le parole per spiegare come un dolore così grande deve portare ad affermare le ragioni della vita. Spiegare insomma perché siamo lì con loro. Stefania le parole le trova e, pian piano, i ragazzi parlano, trovano anche loro le parole per porre domande. Vogliono sapere se Renato era solo, cosa è successo a chi lo ha colpito, parlano della violenza che attraversa la loro parte di città, sul campo di calcetto o per strada. Stefania vuole conoscere un ragazzo in particolare, si firma ‘un ragazzo rumeno’ , non vuole leggere quel che ha scritto, lo fa Stefania per lui

 

Poesia a Renato
oh Renato sei morto perche' ti hanno scambiato per uno di sinistra, ma molta gente nera, di razza o nazionalita' diversa viene maltrattata ogni giorno. Anche chi ha una religione diversa, come gli ebrei, non hanno avuto una sorte molto buona.
Questo mondo sta sempre peggiorando. Tutti ti vogliono dimostrare qualcosa, che sono migliori e superiori agli altri. Ma alla fine a cosa serve?
Spero che la tua morte mandi un messaggio ai ragazzi razzisti a chi odia le diversita'. riposa in pace......


Un applauso, liberatorio, conclude la lettura e l’incontro.

 Il secondo gruppo è già pronto ad entrare. 

Ritorniamo a raccontare la storia di Renato, qualche risatina quando Renato bacia Laura, ma si capisce che è un modo per misurarsi con una dimensione che già sognano e in cui si identificano. E poi di nuovo Stefania che riporta il discorso su cos’è giustizia e tolleranza. C’è un ragazzo, poco più di un bambino, che la incalza chiedendole che cosa ha fatto davanti al figlio morto e un altro che chiede perché Renato non si è difeso. L’argine si rompe e un gruppo di agguerriti le dice francamente che loro avrebbero risposto con altri coltelli, ‘così quelli avrebbero provato quello che ha provato lei’. Un’insegnante interviene mettendoli davanti alla logica conclusione dei loro discorsi, stanno prefigurando la faida. Accettano la sfida e una ragazza ammette che ‘ sì, per quello che dice Stefania ci vuole coraggio ma lei quel coraggio non ce l’ha, meglio una risposta  dura e basta’. L’insegnante insiste, chiede se per loro devono esistere diritti e tolleranza per tutti. Io aggiungo: come dice l’articolo 3 della Costituzione. L’espressione dubbiosa sul bel viso schietto della ragazza mi fa capire che non sa di cosa sto parlando. Tutti vogliono dire la loro, le voci si sovrappongono, il tempo è finito. Un insegnante  sussurra che mai li ha visti discutere con tanta passione. Mentre esce, una ragazza piccolina si avvicina a Stefania e le dice: signora, io la capisco, le voglio bene.

Ragazzi, anche noi vi capiamo anche se non siamo d’accordo su tutto. Capiamo che vi dovete misurare con un mondo che non ha rispetto delle persone, dove spesso è la forza l’unico valore e mancano solidarietà e fratellanza. E vi vogliamo un mondo di bene. Proprio per questo vogliamo che Renato non rimanga solo il ragazzo di una mattina ma possa crescere dentro di voi. Vogliamo piantare un albero che porti il suo nome e che voi possiate riconoscerlo ogni volta che ci passerete vicino. Noi speriamo di rincontrarvi e parlare ancora a lungo.

La prossima settimana andremo nell’altra sede. Il viaggio continua.  

 

Abitare il mondo,sentirsi a casa

 

Le maternità negate

 

11 febbraio 2009 - ore 16.30 - 20.00

 

Sala Renato Biagetti,

Città dell’altra economia

Largo Dino Frisullo-Roma

 


Gli stranieri residenti in Italia sono oggi circa 4 milioni, dei quali la metà donne

Più di recente l’offerta di lavoro prettamente al femminile maturata in Italia, in particolar modo per coprire alcune carenze del welfare sociale, ha attirato donne sole alla ricerca di una svolta economica celere che le riportasse più agiatamente alla vita nei loro Paesi d’origine. La progressiva femminilizzazione dei flussi migratori risulta essere stimata in Italia, intorno al 31 dicembre 1999, del 46,3% di donne sul totale della popolazione immigrata, mentre negli anni sessanta sfiorava appena il 30%.

Questi dati segnano, all’interno del fenomeno migratorio, una chiara dinamica di genere. L’esperienza migratoria per le donne è stata, e continua ad essere, molto più difficile di quanto lo sia per gli uomini. Uno dei fattori più importanti è proprio  

la maternità: quella a distanza, che implica il distacco affettivo con i figli lasciati nel paese d’origine.

Centinaia di donne in questi anni hanno attraversato il mondo alla ricerca di un luogo che le accogliesse per cercare la possibilità di una vita migliore. Per se stesse ma soprattutto per i figli.

Una rinuncia alla propria piena maternità, una condanna a vivere in silenzio la difficile separazione dai figli e al non vedere e poter contribuire alla loro crescita. Metterli al mondo ed essere costrette a lasciarli proprio per permettere loro di vivere.  Ma con quale futuro, senza una madre, un genitore che li guidi?

Orfani sociali, termine coniato in Moldavia per indicare i minori con madre emigrata. (“Badanti, ricchezza ma disagio sociale” Avvenire 23.11.07). La faccia più triste dell'esodo dalla Romania sono le vittime collaterali: i sessantamila bambini rimasti in patria senza genitori. (“Fuga dalla Romania”. La Repubblica 11.11.07) Aumento di casi di bullismo tra adolescenti, aumento di microcriminalità e di baby gang, abbandoni scolastici, sono i segnali del grave disagio sociale provocato dall'assenza dei genitori e dalla disponibilità di denaro facile.

 

I diritti negati

 

 “Prima le donne e i bambini! ”,sembrerebbe il riconoscimento di una priorità e invece così non è. Donne e bambini che garantiscono la continuità della specie, la solidità e stabilità delle società sono nella realtà odierna l’elemento debole del mondo.

L'infanzia del terzo millennio, ovunque sia e viva, in America Latina, come in Africa, in Asia come nell'Est Europa, deve invece essere al centro di una preoccupazione umanitaria internazionale proprio a partire dalla Convenzione sui diritti del Fanciullo di New York del 20 dicembre '89.

L’art. 9  di questa Convenzione recita che “gli Stati parti vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori”.L ’art. 10:“ Un fanciullo i cui genitori risiedono in Stati diversi ha diritto a intrattenere rapporti personali e contatti diretti regolari con entrambi i suoi genitori”.

Prima ancora la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948,all’art. 25 afferma che “ La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.”

L’art.29 della nostra Costituzione riconosce i diritti della famiglia come società naturale, l’art.31 la protezione della maternità e dell’infanzia, l’art.32 la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo, diritti validi per tutti senza distinzione di sesso, razza,lingua, religione (art.3).

Tutti questi dettami sono calpestati,per arrivare alle più recenti aberrazioni dell’obbligo di denuncia da parte dei medici che dovrebbero segnalare alla polizia gli stranieri privi di permesso di soggiorno o all’inasprimento delle norme per il ricongiungimento con i familiari.

In un Paese dove la retorica della maternità dilaga queste norme si traducono in una beffa amarissima

 

Maternità condivisa

 

Come risarcire i diritti negati?

La risposta sta nel cercare la condivisione di tante sofferenze da parte di altre madri, che riesca a rompere il silenzio che circonda la condizione di tante donne che ci vivono accanto e faccia emergere chiaramente un universo femminile finora solo intravisto, spesso ignorato per opportunismo. “Io in quanto donna non ho patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero(Virginia Woolf)” Sottolineiamo con determinazione i principi di uguaglianza di ogni donne, italiana e migrante, e che i diritti delle une devono diventare i diritti delle altre.

 I diritti negati vanno affermati attivando strategie di un nuovo welfare transnazionale che immetta risorse e servizi socio/educativi nei paesi a cui si sottrae cura;  facilitando i  ricongiungimenti familiari, assicurando i diritti fondamentali dell’Uomo.

Ancora:possibilità per le madri che lasciano i bambini nei loro paesi di contattare facilmente i loro figli con incentivi sui trasporti da e verso il paese di origine, con un ampio progetto di solidarietà tra donne che impegni l’Italia e  i paesi di origine.

Vogliamo valorizzare il significato di madre, inteso in una sua accezione più ampia di fertilità non solo fisica ma mentale. Perchè proprio in tanti paesi del mondo , devastati dalle guerre e dalla globalizzazione, il ruolo della maternità diventa “rivoluzionario”. Continuando a generare figli, le donne garantiscono la continuità e l’esistenza  ai popoli del mondo.

 


Noi “Madri per Roma Città Aperta”, comitato nato a seguito di un’aggressione mortale per mano di ragazzi  che sulle loro braccia e nelle loro menti portavano i segni di una mentalità violenta, intollerante e fascista, abbiamo preso l’impegno di denunciare ogni atto, ogni dichiarazione, ogni intento che  prefiguri l’apologia di un regime che l’Italia ha pagato per più di venti anni con  violenze, torture, e morti.

Abbiamo  incontrato i rappresentanti delle istituzioni esprimendo la forte preoccupazione che la risposta a questo diffondersi di gruppi e associazioni, che al fascismo si ispirano,  sia  insufficiente e tale da non garantire la difesa dei valori costituzionali che le istituzioni democratiche  invece hanno l’impegno di garantire.

Riteniamo pertanto estremamente pericoloso, per la vita democratica della città, lo spazio concesso in questi ultimi anni  all’associazione  Casa Pound  che in questi giorni ha occupato un immobile comunale al Portuense, e per la quale, le amministrazioni centrali e locali della città stanno prospettando una seconda sistemazione dopo quella  dell’Esquilino.

Casa Pound, insieme ad altri esponenti, con produzione di testi e di musica fa diretto riferimento all’ideologia fascista, proponendo un progetto politico “che proietti nel futuro il  patrimonio ideale ed umano che il Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio” (citazione dal loro programma).  

Casa Pound afferma  che la  Costituzione italiana sia stata scritta a seguito di una guerra civile “nella scia di carri armati stranieri” e non sia il frutto di una lunga battaglia contro una dittatura che torturò, perseguitò, uccise barbaramente, macchiandosi di crimini razzisti, che fu alleata del regime nazista di Hitler, sterminatore di milioni di persone, precipitando l’Italia in una terribile guerra.

Nel loro sito sono ospitati siti di altri gruppi e associazioni, blog  e link che introducono a questa comunità fascista con collegamenti a esponenti politici e figure di riferimento negazioniste dei campi di sterminio, gruppi musicali neofascisti, programmi deliranti  di odio, razzismo e intolleranza.

L’antifascismo durante il regime, la resistenza e, dopo la guerra, la nostra Costituzione hanno messo al bando definitivamente dalla nostra società non solo il fascismo, ma anche ogni manifestazione che allo stesso in qualche modo ci possa ricondurre o ispirarsi ed è compito delle istituzioni tutelare questo diritto alla democrazia.

Invitiamo quindi tutte le associazioni, i partiti, le organizzazioni sindacali, i cittadini democratici ad impedire il tentativo dei neofascisti di legittimarsi nella nostra città e chiedere alle istituzioni di non concedere spazi a chi si  rifà al fascismo in qualsiasi forma.

  Madri per Roma Città Aperta

  madrixromacittaperta.noblogs.org

madrixromacittaperta@libero.it

 

Aderiscono:

 

ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Nazionale, Roma e Lazio

ANED Associazione nazionale ex deportati

Pina Renzi, partigiana  medaglia d’argento alla resistenza

Adriana Spera, membro segreteria romana e del CPN del PRC-Se

Remo Marcone, presidente Osservatorio sulla dispersione scolastica e per il diritto allo studio del Municipio XI

Comitato Piazza Carlo Giuliani

Franca Bassani, Consigliere P.R.C. Comune di Agugliano

Associazione "pernondimenticare.com"

Marilu' Cavaliere - Luton (UK)

Silvana Massa – Imperia

RAM Rete Antifascista Metropolitana Roma

Ass. Nuova Bauhaus

Alberto Bencivenga

 

E’ in corso al Senato la discussione del “Pacchetto sicurezza” (DdL 733), che provocherà una grande trasformazione del quadro normativo italiano, già fortemente repressivo e discrezionale nel suo impianto. Le norme contenute nel Pacchetto, infatti, prevedono una politica esplicitamente fondata su misure segregazioniste e razziste per le persone migranti, con o senza permesso di soggiorno, le prime ad essere additate come figure pericolose e causa di “allarme sociale”, e su nuove ed ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto e non rientri dentro le strette maglie del controllo.

Questo è solo l’ultimo passo di un disegno politico che, attraverso una serie di leggi, ha portato ad un crescente restringimento delle libertà di tutte e tutti, tramite la criminalizzazione del dissenso e degli stili di vita.

Dietro la loro sicurezza si nasconde la volontà di non affrontare la precarietà di vita che coinvolge tutte e tutti noi: il razzismo e la paura vengono usati per farci rassegnare a queste condizioni e farci restare chiuse e chiusi in casa e nei nostri luoghi di lavoro. Usare il razzismo e la paura come strumento di pacificazione sociale ha portato alla proposta di legalizzare le ronde dirette a reprimere i comportamenti giudicati “non conformi” ed alla reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale.

L’obbligo di dimostrare l’idoneità alloggiativa per ottenere l’iscrizione anagrafica colpisce migranti, senzatetto, occupanti di casa e chiunque non possa permettersi un’abitazione “idonea”. Le norme anti-graffito e l’inasprimento delle norme per il reato di danneggiamento, colpiscono tutti i cittadini e le cittadine che non si adeguano alla retorica del “decoro urbano”.

Ma le norme del pacchetto sicurezza colpiscono in primo luogo le persone migranti. Se il Pacchetto sarà approvato chi è senza permesso di soggiorno corre il rischio di essere denunciato dal medico se va al Pronto Soccorso, non potrà riconoscere figli e figlie, sposarsi e inviare soldi a casa. Il Ddl introduce inoltre: la detenzione nei CIE (ex CPT) per 18 mesi; una tassa sempre più alta per la richiesta e il rinnovo del permesso di soggiorno; controlli ancora più stretti per acquisire la cittadinanza; il reato di ingresso illegale nello stato.

 

Questo delirio securitario esplode mentre i governi decidono di sostenere le aziende e le banche in difficoltà, invece di pensare a nuove poltiche sociali di sostegno alla cittadinanza colpita dalla crisi. Scaricando, tra l’altro, tutto il lavoro di cura sulle donne: in quest’ottica, l’unica immigrazione che sembra piacere è quella delle “badanti”. Ai sindaci ed ai prefetti sceriffo si attribuiscono nuovi poteri, mentre il Ddl Carfagna criminalizza e stigmatizza le persone prostituite, imponendo norme di comportamento a tutte e tutti. La loro soluzione alla crisi è il governo della paura. La risposta, in Italia come in Europa, da Milano a Castelvolturno, da Atene a Malmöe…è stata un grido di rabbia e libertà:

 

NON ACCETTIAMO LA SOCIETA’ DEL RAZZISMO, DELLO SFRUTTAMENTO E DEL CONTROLLO!

 

Crediamo sia importante continuare a stare in piazza oggi per rifiutare questo stati di cose e rivendicare libertà, diritti ed autodeterminazione.

-Contro il Pacchetto sicurezza ed i modello di società che propone

-Per l’abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità

-per la regolarizzazione di tutte e tutti

-Contro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti e rende precaria la vita di tutte e tutti

-Contro la criminalizzazione di chi fugge da guerre e persecuzioni

-Contro le classi separate per i bambini e le bambine stranieri

-Contro la militarizzazione dei confini, delle città e delle strade

-Contro l’ansia e la paura in cui vorrebbero farci vivere

-Per ripensare insieme un’idea di cittadinanza che garantisca a tutti i diritti fondamentali e la libertà di scelta e di movimento…

 

VENERDI' 23 GENNAIO ASSEMBLEA PUBBLICA ore 19:00 Ex cinema Volturno

SABATO 31 GENNAIO, CORTEO CITTADINO A ROMA, ore 15:00 Porta Maggiore

 

Il percorso autorganizzato di costruzione delle mobilitazioni ha visto la crescente partecipazione di numerose realtà: dai e dalle migranti di Castelvolturno, agli studenti ed alle studentesse, alle scuole in mobilitazione, ai movimenti di donne, femministe e lesbiche, ai centri sociali, ai comitati di cittadini e cittadine, di lavoratori e lavoratrici, ad artiste ed artisti, ai/alle rifugiat@ ed ai/alle richiedenti asilo.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare, a moltiplicare le iniziative anche nelle altre città ed a coordinarci per dare più voce alla nostra rabbia.

NOI NON ABBIAMO PAURA!

 

Rete contro il pacchetto sicurezza                                    per info: pacchettosicurezza@anche.no

http://nopacchettosicurezza.noblogs.org