9 maggio 1978

Peppino Impastato
La verità uccisa due volte

Trent’anni fa l’omicidio del giovane di Cinisi commissionato dal boss Badalamenti
di Enrico Bellaviapeppino_impastato

Era un destino segnato quello di Peppino Impastato. Era nato a Cinisi in una famiglia di mafia. Il marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss di prima grandezza nel firmamento delle coppole. Suo padre, Luigi, aveva un amico che era il numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Ma Peppino “il ribelle”, militante di una sinistra che si componeva e si divideva, alimentando una galassia di sigle, partiti e movimenti, cambiò la sua sorte. E Tano Badalamenti diventò il mandante del suo assassinio.

La fine di Peppino, morto a 30 anni, il 9 maggio del 1978, 5 giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria, impresse una decisa sterzata al corso della vita di chi gli sopravvisse. Di sua madre, Felicia Bartolotta e di suo fratello Giovanni, come di sua cognata Felicetta. Diventarono i custodi della sua memoria e insieme con Salvo Vitale e Umberto Santino, il fondatore del centro di documentazione antimafia, gli implacabili cacciatori di una verità evidente che in pochi intendevano riconoscere. Gli accusatori dei «Notissimi ignoti». Badalamenti, in primo luogo, il cui nome era stato indicato già dal palco nel primo comizio, tenuto due giorni dopo la scoperta del cadavere.

Ci sono voluti 23 anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quell´omicidio un delitto contro la parola. L´assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto all´albo professionale, quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca.

Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut. Grazie a Salvo Vitale e Guido Orlando è possibile riascoltare la sua voce nelle otto trasmissioni riprodotte nel dvd “Onda Pazza” appena uscito per Nuovi Equilibri con prefazione di Vauro.

Peppino mostrava cosa stavano facendo del suo paese, con l´aeroporto in ampliamento, l´America dei cugini d´oltreoceano sempre più vicina, la droga a fiumi e la speculazione dei signori del cemento alle porte. Faceva nomi e cognomi. Di mafiosi e di politici. Che andavano a braccetto e si facevano fotografare insieme.

Tano Badalamenti, l´11 aprile 2002, fu condannato all´ergastolo per quel delitto ma il 30 aprile 2004, a 80 anni, morì nel centro medico penitenziario Devens Fmc, ad Ayer (Massachusetts): scontava 45 anni per un colossale traffico di droga sulla rotta aerea Usa-Sicilia. Il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, anche lui amico degli Impastato, aveva rimediato trent´anni.

Felicia Bartolotta lo incrociò nel primo giorno del primo processo. Lo guardò dritto negli occhi e lo costrinse ad abbassare lo sguardo. Gli sibilò con rabbia: «Vergognati».
Il 18 novembre del 1994 il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo aveva messo a verbale: «Secondo quanto ho appreso dal vice rappresentante della nostra famiglia, Vito Palazzolo, l´omicidio è stato voluto da Gaetano Badalamenti ed eseguito da Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti (entrambi morti, ndr)». Tano Badalamenti decise il delitto, onorando a suo modo un patto con Luigi Impastato, il padre di Peppino. Ordinò di liquidare il ragazzo solo quando Luigi, di ritorno da un viaggio in Usa, morì in un misterioso incidente stradale, sul quale, manco a dirlo, non si indagò. Era andato negli Usa a perorare l´intercessione di qualche mammasantissima per avere salva la vita del figlio.

Dopo due archiviazioni (nel 1984 e nel 1992), nell´aprile del 1995, l´indagine era stata riaperta. La famiglia, parte civile con l´avvocato Vincenzo Gervasi. Palazzolo fu il primo a essere condannato. Felicia Bartolotta aveva 85 anni. «Ora – disse – tutti sanno qual è la verità. Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire». Morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni. Ripeteva: «Anche gli insetti se lo sono mangiati mio figlio. Che ci vado a fare al cimitero? Lì non c´è. Solo un sacchetto, questo mi hanno lasciato». Qualche anno prima l´avevano ricoverata in coma. Scoprirono che aveva due ematomi alla testa.

Spiegò: «Mi mettevo davanti alla foto di Peppino e mi davo pugni in testa fino a stonarmi».

Peppino lo fecero a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi nella notte tra l´8 e il 9 maggio del 1978. Lo misero sulle rotaie quando era già stordito, adagiarono il corpo su una carica di tritolo e fecero brillare l´esplosivo. Poi, per 23 anni, provarono a seppellirne il ricordo sotto una montagna di falsi e calunnie per una ricostruzione di comodo che lo voleva alternativamente suicida o saltato per aria maneggiando l´esplosivo. Trenta chili di resti su 300 metri.

La notizia della sua morte giunse nel giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Nel cono d´ombra di una tragedia nazionale la fine di Peppino era una nota a margine in un´Italia squassata dal terrorismo. Non per chi quel ragazzo esile ma dotato di un´energia contagiosa aveva conosciuto. Erano stati lì gli amici di Peppino. Erano alla ferrovia a tentare di avvicinarsi alla scena del delitto. I carabinieri, coordinava il maggiore, futuro generale, Antonio Subranni, tenevano a distanza solo loro. Poi andarono a perquisirgli le case. Nell´appartamento della zia, Fara Bartolotta, dove Peppino viveva, trovarono anche un frammento di diario. Era del novembre del 1977. C´era l´amarezza di un attivista che non conosceva il limite tra privato e politico. Bastò quella lettera per la tesi del suicidio.
«Era tutto pianificato», raccontò all´Antimafia l´allora commissario della Digos, Alfonso Vella, arrivato a Cinisi quando i carabinieri stavano già smobilitando.

C´era da stabilire l´ora in cui Impastato era ancora vivo su quei binari. Sarebbe stato interessante sentire la casellante di turno fino alle 22 dell´8 maggio del 1978. Si chiamava Provvidenza Vitale. Nessuno la cercò. E c´era la «lettera d´addio» trovata da Carmelo Canale, aggregato a Cinisi in quei giorni in una stazione che aveva una unità in sovrannumero. Il necroforo comunale però si ricordava di un brigadiere che gli disse di cercare una chiave tra i cespugli. Liborio, così veniva chiamato, di chiavi ne trovò tre ma non andavano bene. Il brigadiere gli disse di cercare ancora, poi quella chiave la trovò lui. Apriva Radio Aut. Era proprio quella che Impastato teneva sempre nella tasca dei pantaloni. Non era né annerita, né piegata dall´esplosione. Scherzi di un ordigno che risparmia anche gli occhiali della vittima e ne dilania il cranio.

L´esplosivo era esplosivo da cava. Non fu esaminato. E non furono rilevate impronte sulla macchina di Impastato. Contro ogni evidenza era suicidio o attentato. Tutto, fuorché mafia. Tutto contro gli indizi che invece gli amici di Peppino, con gli avvocati Turi Lombardo e Michelangelo Di Napoli, avevano raccolto. Trovarono, ad esempio, una pietra rossa insanguinata nel casotto di fianco ai binari della ferrovia. Fu lì che gli assassini colpirono Peppino.

«Era sangue mestruale», tagliarono corto i carabinieri. Era sangue zero negativo, gruppo raro, lo stesso di quello di Peppino accertò Ideale Del Carpio. E sangue dello stesso gruppo trovarono i periti Caruso e Procaccianti su una pietra di quel rudere. Ma la casa non c´è neppure nello scarno fascicolo fotografico rimasto agli atti.

Il compendio di quel che accadde sta in un libro di Umberto Santino che non a caso si intitola “L´assassinio e il depistaggio”.

Felicia Bartolotta raccontò la sua storia in un libro di Umberto Santino e Anna Puglisi, dal titolo “La mafia in casa mia”.

La sua diventò una sorta di museo. E quando con il film “I Cento passi” di Marco Tullio Giordana la storia di Peppino diventò conosciuta al grande pubblico, le visite si moltiplicarono. «State attenti, occhi aperti, il futuro siete voi», ripeteva a tutti Felicia. 9 maggio 2008

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