Desaparecidos

Questa che vi raccontiamo è una storia tragica, ma è una storia che non è finita, che continua.

Potremmo dire che comincia la notte del 26 settembre del 2014 in Messico, ma in realtà inizia molto prima. E’ la storia di 43 studenti scomparsi, o meglio, fatti sparire nel nulla dalle forze dell’ordine dello Stato messicano. Fatti sparire, DESAPARECIDOS, una parola in spagnolo per indicare quel crimine di lesa umanità che impedisce addirittura il rito della morte, della sepoltura, il diritto a dare per terminata una vita. La tortura assoluta del dubbio.

Dove sono questi studenti? Dove sono i nostri figli? Dove sono i nostri ragazzi? Dove è finito il mio migliore amico o il mio fidanzato?

E’ la storia della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa, un istituto magistrale per giovani contadini che aspirano a diventare maestri, una scuola per poveri, dove l’accesso si seleziona in base al reddito più basso e alle conoscenze pratiche in agricoltura. Una formazione scolastica di tipo marxista, scientifica e laica, nata negli anni ’20 come risultato delle conquiste sociali ottenute con la Rivoluzione del 1910, quella di Zapata e Villa, per capirci. Uno dei pochi esempi dove l’istruzione pubblica non ha ceduto agli interessi del mercato capitalista.

Dice il governo che questa scuola, come tutte le Normali Rurali, è un vivaio di guerriglieri, di rivoltosi, di comunisti, di “zecche”, insomma. Gli studenti che vi studiano sono considerati come straccioni, indigeni che – all’apice della loro scalata sociale – possono al limite diventare maestri d’elementari in un villaggio sperduto sui monti; un branco di deliquenti dediti al saccheggio e ai blocchi stradali. Il governo non solo dice questo, ma cerca, ogni anno, di ridurre le matricole, chiudere le scuole e tagliare i fondi.43-desaparecidos-iguala

Nella Scuola di Ayotzinapa infatti gli studenti mangiano ciò che coltivano, essendo insufficente il fondo statale per la mensa. Dormono sui dei cartoni stesi nelle stesse aule dove studiano. Però, anche a stomaco vuoto, non rinunciano a costruire la propria Casa dell’Attivista, uno spazio autogestito di formazione politica militante. Una vita dura, durissima da immaginare se la guardiamo da questa parte di mondo, ma per un giovane messicano, figlio di contadini, è uno sforzo che vale la pena. Vale la pena per non morire d’emarginazione nei villaggi remoti dell’entroterra, vale la pena per conoscere il mondo, vale la pena per darsi la possibilità di combattere quel sistema che l’ha fatto nascere povero in canna.

E così la notte del 26 settembre la polizia ha deciso di attaccare un gruppo di rivoltosi e giovani pezzenti. In effetti questi studenti ritornavano da un volantinaggio e da una colletta in piazza per riunire i soldi per andare alla storica manifestazione del 2 ottobre, commemorazione della strage di Tlatlelolco, quando nel 1968 il governo massacrò a fucilate 400 studenti.
Tornavano in pulman alla loro scuola di Ayotzinapa, sulla tangenziale della città di Iguala, quando sono stati intercettati da varie pattuglie della polizia locale. Un parapiglia, qualche spintone e la polizia aprì il fuoco. Raffiche di mitra contro studenti indifesi, tanto sono dei pezzenti, nessuno li difende…

Per terra il corpo senza vita di Daniel Solis. Chi ha potuto è scappato e si è nascosto. Gli spari continuavano. Decine di studenti bloccati sui pulman, in mezzo alle pallottole che schizzavano da tutte le parti. Finite le raffiche e la polizia, sotto gli occhi dell’esercito federale che li pedinava da tutto il giorno, procede all’arresto di quanti erano rimasti accucciati fra i sedili dei pulman. 43 ragazzi vengono caricati sui mezzi di polizia e portati altrove.
Nessuno li ha più rivisti.

Gli studenti in fuga sono riusciti poi a ricompattarsi e a chiamare altri compagni come rinforzi, dalla scuola vicina. Arrivano a decine. Arrivano i giornalisti. Si comincia a improvvisare una conferenza stampa sul luogo dell’aggressione, dove ci sono tutti i segni della furia armata della polizia.
Nel bel mezzo delle interviste e delle testimonianze arriva un pick-up con uomini in borghese in passamontagna e armati di mitra in dotazione della polizia. Ancora una volta raffiche, davanti a tutti, davanti alle telecamere. Il delirio dell’impunità assassina. Per terra adesso Julio César Ramírez e Julio César Mondragón, ventenni. Quest’ultimo in realtà se lo portano via per farlo ritrovare, alcune ore dopo, con la pelle della faccia e gli occhi strappati via, letteralmente sfigurato. Un marchio d’orrore, come se non fosse bastata la sparatoria a intimidire gli studenti.
Poi, altri tre morti sulla tangenziale, per le smitragliate contro un pulman di una squadra di calcio giovanile, scambiata dagli aggressori per un altro autobus di studenti comunisti.

E gli arrestati? Da allora, da circa sette mesi, in tutto il Messico i genitori, gli studenti, i movimenti sociali li stanno cercando. Spariti, scomparsi, DESAPARECIDOS. Il governo inventa scuse su scuse, ha messo in ballo i Narcos… e se anche fosse: chi ha dato i 43 giovani ai narcos? La polizia. Chi accompagnava la polizia durante la feroce repressione del 26 settembre e chi ha torturato i sopravvissuti giunti all’ospedale? L’esercito. Per questo da mesi, in centinaia di manifestazioni in Messico e nel mondo si grida: E’ STATO LO STATO!

C’è una versione dei fatti, offerta dal governo, per chiudere il caso: i ragazzi sono stati consegnati ai narcos che, a loro volta, confondendoli per un clan rivale li hanno ammazzati uno per uno, ammucchiati, bruciati e sparso le ceneri al fiume. Ci dispiace, dice il governo, sono morti e non se ne può trovare neanche una traccia.

Poi c’è l’altra versione, quella dei genitori dei 43 ragazzi di Ayotzinapa, che non possono dare per morti i loro figli senza prova scientifica alcuna che lo dimostri. Una versione con molti punti interrogativi ma chiara nel puntare il dito sulle forze dell’ordine, l’esercito, le istituzioni e tutti i partiti politici. Perchè tutti sono collusi con il potere criminale, accomunati da un’unica pratica d’arraffamento violenta chiamata CAPITALISMO. Una versione sposata e rilanciata da milioni di messicani, con un’eco nel mondo fra tutte le persone che non possono accettare questa barbarie. Un grido che giunge fino a noi.

Pensavano forse che questi ragazzi sarebbero finiti nella massa anonima dei 23.000 desaparecidos in Messico degli ultimi nove anni. Sì, abbiamo detto 23.000 persone scomparse. Queste sono le cifre. Da aggiungerci 100,000 morti ammazzati dal 2006 a oggi. Neanche in Irak. E’ il Messico di oggi, “democratico”, filostatunitense, modernamente inserito nel libero mercato globale.
Pensavano forse che erano 43 nomi in più da piangere, ricordati solo da qualche familiare.

E invece abbiamo visto il Palazzo del Governo preso d’assalto dalla gente incazzata e incendiato. Abbiamo visto spazzare via come fossero di carta tutti gli uffici governativi della regione. Abbiamo visto sindaci e poliziotti scappare mentre le persone comuni, i lavoratori piu’ umili cercano di assolvere i compiti quotidiani in assemblee cittadine e comunitarie. Abbiamo visto sciogliere dal basso i corpi repressivi e nascere corpi di autoprotezione popolari. Abbiamo visto, poi, milioni di messicani in piazza, in ogni angolo del paese. Abbiamo sentito la potenza al grido corale di: GIUSTIZIA! Abbiamo sentito un po’ di quella forza meravigliosa del popolo insorto che sa che lo Stato non può dare risposte perchè lo Stato è il vero colpevole.

Siamo milioni, ma dobbiamo ancora incontrare i nostri scomparsi.

Pensavano di farli sparire. E sono apparsi in tutto il mondo.
Pensavano di frenare la loro lotta. Ed è esplosa ovunque.
Pensavano di seppellirli. E non sapevano che erano semi.

VIVOS SE LOS LLEVARON, VIVOS LOS QUEREMOS!

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