Memorie di Aprile al Museo della Liberazione a Via Tasso

Memorie di aprile

nonstop di letture: lettere, documenti,testimonianze nel Museo storico della Liberazione di Via Tasso

Resistenza (Roma, Italia, Europa), Antifascismo del Ventennio, Deportazione e internamento, Carceraria

domenica 17 aprile 2011

CARCERARIA


Ciro Menotti, affiliato alla Carboneria, giustiziato a Modena nel 1831. Menotti passa l’ultima notte con un sacerdote a cui consegna l’ultima lettera per la moglie. La lettera fu subito confiscata e la vedova la leggerà solo nel 1848.

Carissima moglie,

la tua virtù e la tua religione siano teco, e ti assistano nel ricevere che farai questo foglio. Sono le ultime parole dell’infelice tuo Ciro. Egli ti rivedrà in più beato soggiorno. Vivi ai figli e fa loro anche da padre; ne hai tutti i requisiti. Il supremo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore.

Non resterai che orbata di un corpo che pure doveva soggiacere al suo fine: l’anima mia sarà teco unita per tutta l’eternità. Pensa ai figli e in essi continua a vedere il loro genitore: e quando saranno adulti dà loro a conoscere quanto io amavo la patria. Io muoio col nome di tutti nel cuore e la mia Cecchina ne invade la miglior parte.

Dirti d’incamminare i figli sulla strada dell’onore e della virtù è dirti ciò che hai sempre fatto: ma te lo dico perché sappiano che tale era l’intenzione del padre; e così ubbidienti rispetteranno la sua memoria.

Do l’ultimo bacio ai figli: non oso individuarli perché troppo mi angustierei: tutti quattro, e i genitori, e l’ottima nonna, la cara sorella. Addio per sempre Cecchina. In quest’ultimo tremendo momento le cose di questo mondo non sono più per me. Sperava molto; il sovrano..ma non sono più di questo mondo. Addio con tutto il cuore, addio per sempre, ama il tuo Ciro.

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Andrea Vochieri, fece parte della Giovane Italia, fucilato nel 1833

Italiani, fratelli,

io muoio tranquillo, perché quantunque calunniato e tradito, seppi tacere per non compromettere alcuno dei tanti miei fratelli.

Io muoio tranquillo, perché non ho voluto riscattare dal tiranno piemontese la mia vita, come mi venne offerto, col tradimento e lo spergiuro.

Io muoio tranquillo, perché vero e costante figlio della Giovane Italia.

Infine io muoio, o Italiani, imprecando coll’estrema mia voce a tutti i despoti della terra e loro satelliti. Infiammatevi ad unirvi ed a sacrificare il vostro sangue per la libertà, indi pendenza e rigenerazione dell’infelice vostra patria.

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Lettera di Ezio Riboldi militante socialista ad un altro militante, entrambi  arrestati negli anni ’30 del 1900. Riboldi riporta quanto aveva saputo sullo strano suicidio in carcere dell’anarchico Gaetano Bresci,regicida. Bresci, condannato all’ergastolo, fu trovato morto nella sua cella il 22 maggio 1901.  Lettera pubblicata in Umanità Nova, 1964

Caro Borghi, Seniga mi dice di mandarti le notizie che so sulla morte di Bresci. Dal luglio al novembre 1930 fui assegnato alla casa cronici del penitenziario di Paliano (Ciociaria). Ero alla sezione 2 con circa venti ergastolani tra i quali il brigante Mone della provincia di Nuoro ed il brigante Calogero di Agrigento.

Erano in carcere da oltre 30 anni, arrivati prima di me, dopo circa 12 anni di segregazione cellulare a Santo Stefano. A questo reclusorio erano arrivati molti anni prima di Bresci, che essi poterono vedere quando passava per recarsi all’aria. Stava bene. Però un certo giorno le guardie gli fecero il santantonio. Ecco di che si tratta: sotto il pretesto di tentata ribellione, le guardie gettano sul disgraziato coperte e lenzuola e lo colpiscono con bastoni fino a farlo morire. Anche a Volterra dove fui in segregazione dal giugno ’28 al maggio ’36 sono avvenuti parecchi di questi tormenti. Il Bresci fu così finito e sepolto nell’isolotto in un posto mai precisato.

Il comandante del reclusorio fu promosso e le tre guardie premiate. Due altri ergastolani provenienti da Santo Stefano e da me interrogati, mi dissero che erano andati a Santo Stefano qualche tempo dopo ed avevano sentito da altri segregati più vecchi la conferma di questo episodio.

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Antonio Gramsci. Deputato, nel 1928 viene condannato a vent’anni, dal Tribunale Speciale Fascista per  attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare” disse il Pubblico Ministero. da Lettere dal carcere

Cara mamma,vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo,la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini (maggio 1928)

Cara Tatiana, sono da molto tempo, circa da un anno e mezzo, entrato in una fase della mia vita che, senza esagerazioni, posso definire catastrofica. Non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare. D’altronde non voglio abbandonarmi alla corrente, cioè non voglio trascurare nulla che sia pure astrattamente possa offrire una possibilità di porre un termine a questo soffrire. Mi pare che se trascurassi qualche cosa, ciò, in un certo senso, equivarrebbe a un suicidio. Sono diventato pieno di contraddizioni, è vero, ma non fino al punto da non comprendere queste cose elementari.. (febbraio 1933)

Cara Tatiana, immagina un naufragio e che un certo numero di persone si rifugino in una scialuppa per salvarsi senza sapere dove, quando e dopo quali peripezie effettivamente si salveranno. Prima del naufragio, come è naturale, nessuno dei futuri naufraghi pensava di diventare..naufrago, e quindi tanto meno pensava di essere condotto a commettere gli atti che dei naufraghi, in certe condizioni, possono commettere, per esempio di diventare antropofagi. Ognuno, se interrogato a freddo, avrebbe risposto che nell’alternativa di morire o di diventare cannibale avrebbe scelto certamente di morire. Avviene il naufragio, il rifugio nella scialuppa ecc. Dopo qualche giorno, essendo mancati i viveri, l’idea del cannibalismo si presenta in una luce diversa, finchè a un certo punto, di quelle persone date, un certo numero diviene davvero cannibale. Ma in realtà si tratta delle stesse persone?

La  personalità si sdoppia: una parte osserva il processo, l’altra lo subisce, ma la parte osservatrice sente la precarietà della propria posizione, cioè non ci sarà più autocontrollo, ma l’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo individuo con modi di pensare diversi da quelli precedenti (marzo 1933)

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Lettera di Gerardo De Angelis , detenuto a Regina Coeli e portato a via Tasso, morto alle Fosse Ardeatine.

Notte tragica infinita piena di tormenti. Senti  che l’angoscia e la paura pendono il posto del tuo coraggio. Ti rimane solo la forza del tuo animo , dei tuoi pensieri. La luce sugli occhi e intorno il buio che dà i brividi. Solo l’alba può aiutarti se dovesse esserci un’altra notte come questa io no so se sarò capace di resistere. Un vecchio detto che viene dal lontano oriente ci dice: l’ora più buia è quella che precede l’alba.

Io mi auguro possa essere l’alba della libertà e della gloria, se nel caso disperato dovesse essere l’alba del sacrificio onore e gloria a voi che restate e un monito per gli altri.

Nulla vi lascio miei cari perché nulla ho da lasciarvi in compenso alle mie debolezze. Vi lascio un gran cuore che non ha conosciuto né odii né rancori, né inganni , né cattiverie. Ho voluto bene sempre a tutti e l’amore hanno regnato sovrani nella mia vita e per questo non ho nulla da rimproverarmi, così vorrei che fosse anche per voi, se non altro avrete ereditato qualcosa di me.

Vi stringo tutti in un unico grande abbraccio. Dino, Dino vostro. Marzo 1944

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Giulio Salierno, attivista dell’MSI a partire dalla fine degli anni Quaranta. Condannato per omicidio nel 1955, trascorse tredici anni in carcere, dove si avviò verso la strada di una nuova coscienza politica per arrivare alla abiura del fascismo e alla grazia concessagli nel 1968. Il tema centrale del suo pensiero si basa sulla pericolosità del sistema carcerario segregante rispetto alla vita sociale, che proprio per queste sue caratteristiche, può divenire esso stesso un volano di violenza e di produzione di un’umanità patologica

Da Autobiografia di un picchiatore fascista

La cella di punizione era stretta e lunga. Una gabbia di mattoni che prendeva aria da una finestrella di sbarre incrociate sul soffitto. Si dormiva sul pancaccio, una sola coperta. In un angolo il bugliolo. Un cancello di ferro e una porta di legno massiccio sbarravano l’uscita. La lampadina sempre accesa, il silenzio assoluto, l’assenza totale di comunicazione con l’esterno, l’impatto violento e terrificante con le modalità dell’istituzione facevano crollare le difese più solide. Il letto di contenzione o la camicia di forza ristabilivano l’equilibrio, facevano accettare prontamente le regole del gioco a chi si ribellava. Per chi insisteva a non capire, come quel mio compagno che urlava e dava testate al muro, avrebbero a momenti provveduto gli agenti e poi la traduzione in un manicomio criminale.

Mi avevano portato nel reparto-punizione, un piccolo edificio a cubo lontano dal corpo principale del carcere. Altri mi avevano seguito. Mi sentivo responsabile per ciò che poteva capitar loro e umiliato per non poter far nulla.

– Cosa fai ancora in piedi?

Grosso, sudato, la divisa scomposta, si capiva che l’agente di servizio al reparto-punizione aveva dovuto sostenere una lotta accanita per “lavorare” quel mio compagno a cui erano saltati i nervi. Forse stava cenando, era stato costretto a lasciare la gamella sul tavolino, a correre per far tacere il rompicoglioni, le cui urla arrivavano lontano. Chissà se il brigadiere gli avrebbe fatto rapporto. Erano delinquenti, non volevano obbedire agli ordini, che colpa ne aveva lui? Lo odiavano e lui li odiava. Quando era recluta, aveva cercato di capirli. Ne aveva ricavato solo guai e punizioni. L’unica soluzione era il bastone. Se fossero morti sarebbe stato meglio per tutti, anche per loro, avrebbero smesso di combinare solo danni.

–  Ehi, sei sordo?

Mi sdraiai sul pancaccio. Avrei potuto minacciarlo, tirare il bugliolo contro il cancello, le grida di prima mi avevano sconvolto. Sarebbe stato un errore, non si diventa aguzzini per vocazione. Questa guardia, che dopo aver pestato il mio compagno mi ordinava urlando di mettermi sul pancaccio, avrebbe potuto agire diversamente? Mal pagato, sottoposto a una dura disciplina e a turni di lavoro pesantissimi, con rischi continui per la sua stessa incolumità fisica, consapevole di condurre una vita grama e priva di ogni divertimento, manipolato dall’indottrinamento ricevuto, era inevitabile trasformasse il recluso nel capro espiatorio delle proprie frustrazioni.

Per questo agente l’alternativa era stata obbligata: entrare in carcere come guardia o come criminale. Comunque, sempre la prigione come destino. La violenza non poteva essere una risposta ai suoi bisogni. Per porlo di fronte a una scelta di fondo occorreva far leva sulle condizioni della sua vita. Ciò non significava ripudiare la violenza, anzi. Aveva ragione Sartre: “i segni della violenza solo la violenza può cancellarli” Dovevo finalizzare la violenza, renderla utile ai miei compagni, farne uno strumento politico. Anche il coraggio poteva puzzare, me n’ero accorto ripensando alle azioni che avevo compiuto fuori. Avevo creduto di battermi per l’Italia, lo avevo fatto invece per qualcun altro.

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JEAN-PAUL SARTRE SULLA TORTURA introduzione al libro La Tortura di Henry Alleg, torturato nelle carceri algerine dai francesi nel 1955 durante la lotta per l’indipendenza:

Nel 1943, in via Lauriston, erano dei francesi a gridare d’angoscia e di dolore.
La Francia intera li udiva. L’esito della guerra non era certo, e non si voleva neppure pensare al futuro; ma una sola cosa ci pareva comunque impossibile: che si sarebbero fatti urlare altri uomini, un giorno, in nostro nome

Ma impossibile non è francese: nel 1958, ad Algeri, si tortura abitualmente, sistematicamente; tutti lo sanno, da Lacoste ai contadini dell’Aveyron. Nessuno ne parla, o quasi: fili di voce si estinguono, nel silenzio. La Francia non era più muta di oggi sotto l’occupazione; ma aveva almeno la scusa di essere imbavagliata. All’estero, il caso nostro è già giudicato: la Francia continua a degradarsi: dal ‘39 secondo alcuni, dal ‘18 secondo altri.
Io non credo però così facilmente alla degradazione di un popolo; credo ai suoi marasmi e alle sue ottusità. Durante la guerra, quando la radio inglese o la stampa clandestina ci parlavano dei massacri di Ouradour, guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare tra noi: “Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?” Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli.

Oggi sappiamo che non c’è nulla da comprendere; tutto si è compiuto insensibilmente, con abbandoni impercettibili; quando abbiamo levato il capo, abbiamo visto nello specchio un volto sconosciuto, odioso: il nostro. Atterriti dallo stupore, i francesi scoprono questa evidenza terribile: se niente vale a proteggere una nazione contro se stessa -né il suo passato, né le sue fedeltà, né le sue proprie leggi,- se bastano quindici anni per cambiare le vittime in carnefici, allora chi decide è l’occasione; basta l’occasione a trasformare la vittima in carnefice: qualsiasi uomo, in qualsiasi momento.

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Si è sparsa anche la voce che si pratica la tortura in certe prigioni civili del “territorio metropolitano”: non so se sia fondata, ma dev’essere stata raccolta anche dai poteri pubblici, visto che il procuratore, al processo di Ben Saddok, ha domandato solennemente all’accusato se avesse subito sevizie. Beninteso, la risposta era conosciuta in anticipo.
No, la tortura non è né civile né militare né specificatamente francese: è come una sifilide  che devasta l’intera epoca. All’est come all’ovest ci sono carnefici. Non è passato tanto tempo da quando Farkas torturava gli ungheresi. I polacchi non nascondono che la loro polizia , prima di Poznan, torturava anch’essa volentieri; e su ciò che accadeva in URSS al tempo di Stalin abbiamo la testimonianza irrecusabile del rapporto Krusciov. Ieri si “interrogavano” così, nelle prigioni di Nasser, degli uomini politici che poi sono stati, con qualche cicatrice, elevati a cariche eminenti. L’elenco potrebbe continuare. Oggi, comunque, è il momento di Cipro e dell’Algeria; e Hitler, insomma, non era che un precursore.
Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, la tortura può definirsi un’istituzione semiclandestina. Ha forse le stesse cause dappertutto? No, probabilmente. E poi poco importa: qui non si tratta di giudicare il nostro tempo; si tratta di guardare in faccia le cose nostre per cercar di capire che cosa è successo a noi, a noi francesi. –

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Estela Robledo , Legata a settori del peronismo rivoluzionario, viene imprigionata subito dopo il golpe militare del 24 marzo 1976 assieme a suo marito, operaio alla fabbrica diautoveicoli Renault e militante sindacale. Al momento dell’arresto ha un figlio diun anno e mezzo ed è incinta di 6 mesi.

Mi toccò inaugurare il 2°piano, quello destinato alle persone detenute dal giorno del golpe militare. Erano delle celle singole, le porte erano di acciaio all’interno e fuori di legno, con un piccolo finestrino o spioncino che era stato tagliato perché quando il Vescovo della città lo aveva inaugurato disse che non era cristiano che la porta fosse tutta intera; il letto veniva incastrato nel muro, in basso, a modo di sarcofago, nella cella successiva veniva ricavato sempre come sarcofago, però nella parte alta; le finestre non si aprivano mai e non si usciva né all’interno, cioè nel corridoio, né all’esterno. Tutti i bisogni si facevano all’interno, una volta al giorno a turno, si puliva la cella, si faceva la doccia con acqua fredda e dovevi lavare gli abiti che avevi addosso in 20 minuti. Non esisteva contatto con l’esterno, non si aveva l’ora d’aria, non arrivavano lettere, non c’erano visite; qualche volta entrava un giudice: a noi toccò di essere una tra le prime cause da discutere. In quel carcere furono ammazzati, con la scusa di “intentare la fuga”, 29 compagni, li ammazzarono qualcuno fuori del carcere, altri all’interno, sia sparandogli, sia con il metodo del “staqueo” che vuol dire metterlo per terra, aprirgli tutti quattro gli arti e legarli ognuno a una corda e buttarli acqua cosi il corpo per il freddo si contorce e provoca dolori. I militari arrivavano in qualsiasi momento, soprattutto di notte, e subito ci mettevano a far degli esercizi militari; le donne incinte, che erano 6 o 7, le mettevano da un’altra parte a fare altri tipi di esercitazione. Argentina 1976

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Dai Capi di imputazione del processo per i fatti della caserma di Bolzaneto

A) avere tollerato e consentito (e conseguentemente avere omesso nella sua veste il controllo necessario ad impedire) che le persone ristrette presso il sito penitenziario provvisorio della caserma di Bolzaneto fossero sottoposte a trattamento non conforme ad umanità, non rispettoso della dignità umana, quindi umiliante inumano e degradante

B) avere consentito, tollerato e non impedito, che le persone ristrette in Bolzaneto (in alcuni casi visibilmente ferite in conseguenza degli scontri di piazza) fossero costrette a subire trattamenti vessatori inumani e degradanti sia all’interno delle celle di pertinenza della Polizia Penitenziaria (ove le persone senza plausibile ragione e senza necessità legata alla detenzione erano obbligate a mantenere per lungo tempo posizioni umilianti inumane e disagevoli), sia in quelle custodite dalla Polizia di Stato (ove personale della Polizia Penitenziaria si introduceva arbitrariamente), sia nel corridoio durante gli spostamenti e l’accompagnamento ai bagni (durante i quali le persone offese venivano derise ingiuriate colpite e minacciate senza alcuna ragione da personale che stazionava nel corridoio disposto in modo da formare due ali ai lati dello stesso) sia infine nei bagni stessi

C) avere nella qualità sopraindicata consentito e tollerato (e comunque non avere impedito che) le persone ristrette presso la caserma di Bolzaneto subissero umiliazioni, offese e insulti in riferimento alle loro opinioni politiche (quali “zecche comuniste” “bastardi comunisti, “comunisti di merda” ora chiama Bertinotti “ “ te lo do io Che Guevara e Manu Chao”, “Che Guevara figlio di puttana”, “bombaroli”, “popolo di Seattle fate schifo” ed altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale, e alle loro credenze religiose e condizione sociale, (quali ebrei di merda, frocio di merda ed altre di analogo tenore), e fossero costretti ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica (quali ascolto obbligato del cellulare con suoneria costituita dal motivo “faccetta nera bella abissina”, ascolto della filastrocca “un due tre viva Pinochet quattro cinque sei a morte gli ebrei”, pronuncia da parte delle persone offese contro la propria volontà di espressioni quali “viva il duce”, “duce, duce” ed altre di analogo tenore), così sottoponendo le persone offese ad un trattamento offensivo della loro libertà morale, politica e religiosa (art. 1 commi 1 e 2 Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo)

………… tollerava, consentiva e comunque non impediva che le persone ristrette in Bolzaneto (in alcuni casi visibilmente ferite in conseguenza degli scontri di piazza):

– fossero costrette, nelle CELLE di pertinenza della Polizia di Stato, senza plausibile ragione (e senza necessità legata alla detenzione) a rimanere per numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o seduti a terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate, costituenti ulteriore privazione della libertà personale, senza poter mutare tale posizione;

– fossero costrette a subire, anche nelle celle, ripetutamente, percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo – del tutto vano – di cercare posizioni meno disagevoli;

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– fossero mantenute senza somministrazione di cibo, bevande e in generale dei pasti necessari in rapporto alla durata del periodo di permanenza presso la struttura (variabile, per la fase dall’ingresso nella caserma fino all’immatricolazione, da un periodo di circa due ore fino a 15 ore circa ), e di tutti i generi necessari alla cura e alla pulizia personale.

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Lettera dei detenuti del carcere di Padova a benedetto XVI – Ristretti Orizzonti, 24 febbraio 2011

Ci serve la voce della Chiesa, che dica in modo forte e chiaro che le carceri in queste condizioni non rispettano la dignità delle persone.

Verso la fine dell´anno passato abbiamo letto sui giornali che Sua Santità ha voluto donare ai suoi collaboratori 232 panettoni prodotti dai detenuti per la cooperativa Giotto all´interno del carcere due Palazzi di Padova. Non è sicuramente casuale la Sua scelta. In effetti il laboratorio di Pasticceria della Casa di Reclusione è famoso in tutta Italia per la bontà dei suoi panettoni, colombe pasquali e dolci vari. Tanto pubblicizzato che chi sente parlare del carcere due Palazzi, lo associa subito alla pasticceria.

Tanta è la fama acquisita che le persone che leggono sui giornali queste cose, e non hanno conoscenza di come è la realtà all´interno di questo istituto, sono portate magari a pensare che tutti i detenuti qui ristretti siano impegnati (e pagati) per produrre dolci. Quindi che ci sia abbondanza di soldi e abbondanza di dolci alla portata di tutti.

Ma non è esattamente così. Padova non è immune dai mali che affliggono tutte le altre carceri d´Italia, in primo luogo quello del sovraffollamento. Il carcere di Padova era in origine progettato per 350 posti ma dopo un po´ di tempo era stato riempito con 700 detenuti (cioè il doppio della capienza prevista) e ora con l´emergenza sovraffollamento il numero dei detenuti ospitati si sta avvicinando inesorabilmente a mille, il che significa che in stanze per una persona singola ci si ritrova ristretti in tre!

Dei circa 900 detenuti ospitati attualmente all´interno dell´Istituto di Padova, oltre ai 10 che lavorano in pasticceria, ce ne sono circa altri 200 che svolgono altri lavori a vario titolo, una parte impiegati in lavorazioni delle cooperative e un´altra parte alle dipendenze dell´Amministrazione Penitenziaria, per la quale svolgono lavori di pulizia nelle sezioni e corridoi, oppure fanno i portavitto, i magazzinieri ecc.

In pratica, se su circa 900 sono 200 quelli che lavorano, significa che altri 700 sono ozianti che trascorrono l´intera giornata senza fare niente, chiusi nelle loro piccolissime celle di dimensioni 3,80 x 2,70 in condizioni, come si dice da tutte le parti “disumane e degradanti”..

Nel panorama delle carceri italiane Padova non è certo l´istituto messo peggio, anzi chi ne ha girati tanti dice che a confronto di altre carceri qui si sta addirittura bene. Se si sta bene qui figuriamoci come si può stare negli altri istituti, nei quali le condizioni sono semplicemente invivibili.

Per capire quanto sia grave la situazione del sovraffollamento basti pensare che nel 2006 quando il numero dei detenuti stava arrivando a 61000 (numero mai raggiunto prima), l´80% dei Parlamentari votò a favore dell´indulto ritenendo la situazione non ulteriormente tollerabile.

Oggi il numero dei detenuti all´interno dei penitenziari italiani oscilla attorno ai 70.000! Con la differenza rispetto al 2006 che ci sono stati tagli alle spese per la sanità, per il lavoro dei detenuti, per i prodotti di prima necessità tipo forniture di saponi, dentifrici, spazzolini e anche per l´alimentazione, basti pensare che il budget per garantire i tre pasti giornalieri ai detenuti fino allo scorso anno era di 4,15 €. Adesso pare sia sceso a 3,18 €.

Sempre più allarmanti sono le notizie sulle morti in carcere, ci sono persone che muoiono o per malasanità o per suicidio senza che nessuno, o quasi nessuno, fuori si scandalizzi. Non passa giorno che non siano fatti reclami per protestare contro le condizioni disumane in cui i detenuti sono costretti a passare le loro giornate in violazione palese sia dell´Ordinamento Penitenziario che della stessa Costituzione e della Convenzione Europea dei Diritti dell´Uomo. A tutto questo bisogna naturalmente aggiungere il disagio delle persone che lavorano all´interno degli istituti, che sono in numero molto inferiore a quello che dovrebbe essere.

La Corte Europea ha condannato l´Italia parecchie volte per violazione dei diritti dell´uomo e ha esortato il governo italiano a trovare subito soluzioni al problema. Ma dal Ministero dicono che la soluzione è quella di costruire nuove carceri. È stato annunciato un piano carceri dove si prevedeva di creare 20.000 nuovi posti. È stato dichiarato lo stato di emergenza per tutto l´anno 2010, ora questo stato di emergenza è stato rinnovato per tutto il 2011, solo che in un anno e più di stato di emergenza non si sono visti significativi risultati, mentre il numero dei detenuti è sempre in aumento e il numero dei morti in carcere pure.

Ecco perché vorremmo tanto poter dire a Papa Benedetto XVI che una Sua parola in questo momento sarebbe importante. Visto che il Governo è sordo ai nostri appelli noi detenuti ci rivolgiamo allora a Sua Santità affinché faccia sentire la Sua voce presso le Autorità italiane, così come aveva fatto il suo, mai abbastanza compianto predecessore, Papa Woityla, per ricordare a chi ci governa che le carceri sono fatte per riabilitare le persone al fine di un reinserimento nella società. Ora come ora invece altro non sono che dei lager.

Tutti noi ci auguriamo che un Suo autorevole intervento possa scuotere i nostri governanti e l´opinione pubblica dalla loro indifferenza e dal loro cinismo.

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Lettere di Radio Carcere -I detenuti scrivono a Riccardo Arena, animatore di Radio Carcere.

Caro Riccardo, sono internato nel carcere di Sulmona. Sono uno dei tanti che si trova qui perché sottoposto a misura di sicurezza detentiva. Secondo la legge dovremo lavorare, ma invece siamo costretti a stare sempre in cella, come gli altri detenuti. Di fatto viviamo in tre persone dentro una cella di soli 6 mq e ti assicuro che non è facile vivere per 22 ore così. Qui a Sulmona molti sono indotti alla disperazione, qualcuno tenta il suicidio e altri purtroppo ci riescono.

Così come è accaduto la notte tra il 7 e l’8 gennaio quando si è impiccato un ragazzo di 28 anni, che era internato come me. Dopo poche ore anche un altro internato ha cercato di uccidersi, prima tagliandosi le vene e poi impiccandosi, ma per fortuna è stato salvato dai compagni di cella. Qualche giorno fa un detenuto ha poi tentato di impiccarsi, dandosi anche fuoco e un altro ancora ha tentato di uccidersi impiccandosi con i lacci delle scarpe. Il tutto nel giro di 48 ore. Insomma la situazione a Sulmona è sempre più tesa e ne vedo tanti di ragazzi pronti a farla finita. D’altra parte sopravvivere qui basta poco per lasciarsi andare. Pensa che io, dopo aver scontato ben 17 anni di carcere, sono stato portato a Sulmona da internato. Una pena senza condanna e senza una fine che mi sta facendo impazzire.

Mimmo dal carcere di Sulmona

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Caro Arena, sono un detenuto tossicodipendente. Devi sapere che prima mi trovavo nel carcere di Busto Arsizio dove ero ristretto in una sezione per tossicodipendenti. Li seguivo un programma di recupero e stavo quasi per ottenere la possibilità di scontare la mia condanna in una comunità terapeutica. Invece all’improvviso sono stato trasferito qui nel carcere di Prato. Sono lontano dalla mia famiglia e soprattutto non vengo più seguito per i miei problemi di tossicodipendenza. In altre parole con un semplice trasferimento hanno cancellato la mia speranza di essere curato.

Per quanto riguarda il carcere di Prato considera che potrebbe ospitare 300 detenuti mentre oggi siamo arrivati al limite di 800 persone. Un sovraffollamento che getta il carcere di Prato nel caos.

Siamo ammucchiati in piccole celle, il freddo ci spezza le ossa in quanto il riscaldamento non funziona bene e spesso manca l’acqua in cella. Il che ci crea gravissimi problemi igienici, basti pensare che non possiamo scaricare il cesso della cella, cesso che rimane pieno di merda e piscio. Una carenza di acqua che incide anche sull’igiene delle cucine e dei carrelli con cui ci viene portato il vitto. Senza acqua tutto rimane sporco perché non lavato.

Vi informo che anche per questo a giorni inizierò lo sciopero della fame e vi ringrazio per quello che fate.

Michele dal carcere di Prato

Cara Radiocarcere, vi scrivo per informarvi su dei nuovi particolari relativi a quel detenuto picchiato nel carcere di Teramo. Pestaggio reso noto dalla famosa registrazione del comandante degli agenti (ndr“Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto…”)

Prima di tutto qui in carcere si dice che l’agente che ha picchiato il detenuto ha dichiarato di essere stato a sua volta aggredito e poi si è preso un lungo periodo di ferie. L’agente avrebbe dichiarato di aver subito diverse lesioni, cosa strana visto che il detenuto picchiato è molto magro ed esile di costituzione. Il fatto è che il giorno in cui quel detenuto è stato picchiato circa dieci detenuti hanno visto tutto, ma per ovvie ragioni hanno preferito non parlare.

Ora però io ho visto quel detenuto in infermeria. Ed ho visto con i miei occhi il segno degli anfibi sulla sua schiena e le costole inclinate di quel povero disgraziato.

Ma ciò nonostante il comandante degli agenti ha dichiarato la sua innocenza e ha parlato di un malinteso. Davvero incredibile! Comunque sia sappi che qui nel carcere di Teramo stanno uscendo altre storie di violenza analoghe il che non è molto tranquillizzante.

Per il resto nel carcere di Teramo siamo sempre più sovraffollati. Le celle sono strapiene e, chi è  meno fortunato, è costretto a dormire per terra all’interno di  stanze che non sono nemmeno delle celle. Una forte stretta di mano.

Lorenzo dal carcere di Teramo

(lettere pubblicate da Radio Carcere)

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3/02/2010: Lettera dal carcere di Spoleto
Sarebbe importante che il luogo carcere diventasse spazio aperto per i giornalisti.
L’appello del giornale “Il Manifesto” e dell’Associazione Antigone per favorire l’accesso ai giornalisti in carcere è di fondamentale importanza.
La prigione è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi: far conoscere ai cittadini l’inferno che i politici hanno creato e mal governato sarebbe vitale per portare la legalità in carcere.
Sarebbe importante che i giornalisti, e quindi i cittadini, sapessero degli abusi, dei soprusi, delle ingiustizie, dei pestaggi e delle violenze che accadono in carcere.
Sarebbe di grande interesse che i cittadini sapessero che la galera in questi ultimi anni è diventata uno spazio solo per “allontanare, emarginare, isolare e controllare” il disagio sociale.
Sarebbe importante che i cittadini sapessero che in carcere ci sono sempre meno delinquenti e sempre più emarginati, tossicodipendenti, barboni, extracomunitari e “avanzi sociali”.
Un carcere trasparente e aperto alla stampa, come qualsiasi luogo pubblico, ovviamente con delle regole, farebbe bene al carcere, ai detenuti e alla polizia penitenziaria, per affrontare le contraddizioni di questo “non luogo”.
Rendere trasparente il luogo carcere farebbe bene alla democrazia.

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Spero che un giorno non lontano i giornalisti possano entrare in carcere per fare conoscere all’opinione pubblica quello che accade nelle prigioni di stato e per far sapere perché molti detenuti preferiscono suicidarsi che vivere. Ma questo ve lo posso dire anch’io: il carcere in Italia non ti toglie solo la libertà, ti toglie soprattutto la dignità, ti prende a calci l’anima, ti strappa il cuore e ti ruba quel poco d’amore che ti è rimasto dentro.

In questi nostri giorni, innocenti o colpevoli, tutti possono entrare in carcere, ed è meglio per tutti che si sappia quello che si può trovare dentro.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto Febbraio 2010

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ULTIMA LETTERA RICEVUTA IL: 24.07.08 da Manuel Eliantonio morto nel carcere di Sanpierdarena.

Carissime bamboline mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie ma anche io ho i miei problemi,mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana ora ho solo un occhio nero,mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo ma se non li prendo mi ricattano con le lettere e le domandine che faccio. Quella cosa l’autentificazione qui dicono che non si può fare. Cosa posso farci,io ti aiuterei volentieri ma non mi danno la possibilità. Sono in isolamento almeno 4 giorni alla settimana è già tanto che ricevo le lettere sto mangiando poco e niente anche io, ho fatto il processo il 4 giugno mi hanno condannato a 5mesi e 10 giorni facendo i calcoli con la galera che ho fatto da dicembre dovrei essere fuori i primi di agosto se dio vuole!?

Gli ho detto all’avvocato di fare qualche istanza per farmi scarcerare prima ma non ho avuto nessuna risposta,provaci un pò tu a far un pò di pressione per qualche buona istanza.

Salutami la bimba  TI VOGLIO BENE,STAI IN FORMA,SCRIVIMI,FAMMI SAPERE. SE PUOI FAMMI SAPERE SE STO AVVOCATO DI MERDA FA QUALCOSA, COSì PAGHIAMO TUTTO.

MANUEL è stato dichiarato MORTO il 25/07/2008. dal Carcere MARASSI di GENOVA

Sami Mbarka Ben Garci, muore il  5 settembre 2009 dopo uno sciopero della fame di 47 giorni nel carcere di Pavia

Lettera dei suoi compagni di carcere

Egregio signor Avvocato! noi detenuti della 1a abbiamo assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante. Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, bastava un pizzico di umanità in più.Era diventato come un prigioniero nei campi di concentramento vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito!
Ma non è stato fatto assolutamente niente tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette perchè il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi!
Prima di lui si è impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75%  dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore. Il padre di questo povero ragazzo ha denunciato la sua storia su Rai 3 nel programma di Tirabella accusando il carcere di Pavia di aver lasciato morire il proprio figlio!! La preghiamo di andare fino in fondo con la speranza che non succeda mai più che delle vite umane diano uno spettacolo di un campo di concentramento finchè non si spengono nella più totale indifferenza. Sarebbe una bella  e giusta cosa se l’Indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della 1a sezione. Le porgiamo i nostri più sinceri saluti

I detenuti della 1a sezione di Pavia!

Ultima lettera di Sami

“Ciao Amore speriamo che tu stia bene tanti auguri x il Ramadan speriamo che ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il ramadan e tanti auguri a tutto il mondo mussulmano x il Ramadan, io sto morendo sono dimagrito troppo, credimi non riesco neanche ad alzarmi dal letto, spero Dio che fai presto Amore mio ma no dirlo a mia madre, bisogna accettare il destino, io ho ricevuto la tua lettera ti dico che mi dispiace io lo sciopero non lo tolgo di questa vita a me non me ne frega niente STO MORENDO!!! SAMI”.

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Da Storie di Ponte e di Frontiere – a cura di Be Free Cooperativa Sociale

Ogni volta che vado al CIE non sono preoccupata per le molte donne che stiamo seguendo o per i colloqui che dovrò sostenere, la fatica del CIE proviene dalle sbarre, da quel senso di deprivazione e di depersonalizzazione che ti entra dentro, dall’urlo soffocato che si respira e si percepisce forte e assordante nell’aria che grida “perché?!”. Perché sono qui dentro, perché devo rimanerci sei mesi, perché ancora questo dopo tutto quello che ho già subito. Molto spesso le donne che incontriamo non sanno dove sono né perché devono stare lì e noi siamo una voce che prova a fare un po’ di chiarezza, che fornisce le informazioni che diventano idee per controllare la paura, per gestire lo stress che è tortura quando ci si sente in balia degli eventi, quando il vissuto che si ha è che la propria vita è in mano a qualcun altro che può agire quando vuole e bisogna sempre stare all’erta.
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La prima volta che sono entrata nel CIE, forte e sicura della mia precedente esperienza nelle carceri sono rimasta invece profondamente turbata dalla struttura stessa di quel luogo teso a delimitare la fisicità della persona: mura, filo spinato, cancelli chiusi; ho provato disgusto e profonda amarezza.
Ma questo è nulla rispetto agli sguardi delle moltissime donne prevalentemente nigeriane. Sguardi smarriti, assenti, sconfitti. E’ proprio da quest sguardi che è iniziato il nostro lungo e faticoso lavoro.
Così dall’impotenza iniziale, caratterizzata dalla frustrazione del “tentare” alla rabbia per il profondo sentimento di ingiustizia che tante volte ha rischiato di dividerci, trincerate dietro le differenti posizioni di ognuna di noi, che si è arrivati alla consapevolezza delle diverse possibilità che alcune disposizioni normative italiane potevano offrire, dando loro due ali per volare al di là di quelle mura, restituendo loro la dignità perduta, deprivata da un sistema seppur amministrativo, di fatto detentivo.
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Era tunisina Nabruka Mimuni, la donna che tra il 6 e il 7 maggio del 2009 si impiccò a Ponte Galeria, nel bagno del più grande CIE d’Italia. E in Tunisia sarebbe stata deportata il giorno seguente, dopo oltre vent’anni di residenza stabile nel nostro paese, grazie agli accordi rinnovati dall’Italia proprio nel 2009 con il dittatore Ben Alì.

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Lettera dal Cie di Ponte Galeria – 2010

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione

Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano. La carta igienica viene distribuita solo 2 giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costringono a vivere. Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare  che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno. Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
Quando chiediamo di andare in infermeria perchè stiamo male, l’Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.
Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, 1 giorno a settimana la barba e 1 i capelli.
Non possiamo avere la lametta.
Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti. ………………………………………………………………………….

Veniamo da paesi poveri, paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.
Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri. Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.
La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri 6 mesi.
Non siamo venuti per creare problemi, soltanto per lavorare e avere una vita diversa, perchè non possiamo avere una vita come tutti?
Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perchè la povertà è il primo grande problema. Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese.
Per questi motivi veniamo in Europa.

La legge che hanno fatto non è giusta perchè sono queste cose che ti fanno odiare veramente l’Italia.
Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua in Italia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.
Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna.

Un gruppo di detenuti del CIE di Ponte Galeria (Roma)

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Lettera dal CIE di Gradisca 2010

Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire.
Ci sono tre minorenni qui dentro, sono Tunisini e hanno 16 anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni?
Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti…
Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.
La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio.
Ci trattano come delle bestie.
Alcuni operatori usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro.
C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente.
Da due giorni siamo in sciopero della fame, e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie.
Continueremo a scioperare finchè non cambieranno le cose, perché 6 mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane.
Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perchè non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per 6 mesi della loro vita?

Reclusi del CIE di Gradisca

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Franca Salerno, militante dei Nuclei armati proletari, arrestata nel 1975 e condannata dopo un tentativo di evasione a 18 anni per banda armata.

Al processo, a quanti anni ti hanno condannata?A 18, per banda armata”.
Sapevi di essere incinta al momento dell’arresto? “Sì, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era stata portata via con l’autoambulanza ferita, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale”.

Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? “Guarda che io il figlio l’ho fatto fuori, in carcere l’ho partorito. Ma non mi sono sentita mamma da subito, all’inizio mi vergognavo. Quasi che il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione”.

Ed è rimasto con te in carcere? “Sino ai tre anni andava e veniva, perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola, come a Nuoro, dove in sezione c’eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo alla prova”.

Come si chiama? “Antonio”.

Poi cosa è successo? “Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita. Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che “loro” mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme, per crescerci assieme”.

Chi lo ha tenuto? “Mia madre, mia sorella, l’altra nonna”.

Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? “Si, aveva cinque anni e voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c’è stato quando sono uscita e lui aveva 16 anni”.

 

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La lettera che segue è scritta da una compagna indigena di poco più di vent’anni, imprigionata ingiustamente in un penitenziaro del Chiapas. Come lei, moltissimi uomini e donne indigene riempiono le celle sovraffollate di queste carceri. Per la maggior parte accusati di delitti che non hanno commesso, vengono messi in prigione solo perchè il potere ha bisogno di un colpevole e gli indigeni, che spesso non parlano lo spagnolo, sono le vittime più semplici di questo sistema spietato e ferocemente razzista. Rosa, come moltissimi altri e altre, ha subito pesanti torture al momento dell’arresto, con lo scopo di fargli firmare una falsa confessione. Picchiata, umiliata, sfregiata nel corpo e nella mente, la testa infilata in un sacchetto di plastica, poi sott’acqua fino a toglierle l’aria. Ma Rosa è una prigioniera che lotta, è una donna che ora ha preso coscienza dei propri diritti e che si è organizzata insieme a altri prigionieri del carcere in un collettivo “Los solidarios de la Voz del Amate” per denunciare gli abusi subiti e per strappare ai suoi aguzzini e carcerieri la sua preziosa libertà. L’abbiamo conosciuta così e così si racconta in questa lettera. Per noi è un onore lottare al suo fianco e al fianco del collettivo la Voz Del Amate, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN e partecipante all’Altra Campagna in maniera attiva nelle carceri del Chiapas dal 2006.

Dal carcere Numero 5 di San Cristobal de Las Casas, Chiapas, Messico – 10 aprile 2011

Compagni e compagne delle differenti associazioni che oggi siete riuniti in questo incontro contro la turtura nelle carceri, buongiorno o buonasera a tutti e tutte voi. Vi manda un saluto la umile persona che sono io, e che la benedizione di Dio sia con voi, oggi e sempre.

Prima di tutto vi ringrazio per lo spazio che mi state dando. Oggi, per la prima volta, voglio raccontare con la mia voce quello che ho vissuto e sto vivendo in questi 4 anni di carcere.

Il mio nome è Rosa López Díaz e sono un’indigena di lingua tzotzil, nata in una famiglia di umili origini, con poche risorse. Mi hanno arrestata il giorno 10 maggio del 2007 insieme a mio marito. Ci hanno accusato di un delitto che non abbiamo commesso. Ho sofferto trattamenti inumani come le torture fisiche, le torture psicologiche, minacce di morte. E’ stata la cosa più triste della mia vita. Come donna mai potrò scordare i volti delle persone che mi hanno picchiata senza un motivo, uomini e donne che dicono di avere un’autorità, ma non si toccano mai il cuore e si dedicano solamente a violare i diritti umani e a imputare delitti alle persone che non danno loro denaro. E fabbricano i delitti di cui ci accusano e ci rinchiudono in carcere perchè non conosciamo i nostri diritti. E siamo calpestati, ignorati e privati dei nostri diritti come esseri umani.

Chiedo solo perdono a Dio, perchè un giorno possa curare le ferite che porto dentro e fuori. Quello che è il dolore più grande della mia vita è che io mentre mi torturavano ero incinta di 4 mesi e dopo 5 mesi ho dato alla luce un bambino che si chiama Nataniel López López che è nato malato, con una paralisi cerebrale e deformato in volto. Non può muovere il suo corpo, nulla. I dottori hanno detto a mia madre che il bambino è nato malato per le torture che ho ricevuto quando mi hanno arrestato.

Oggi continuo a chiedere misericordia a Dio perchè mio figlio possa ricevere una cura adecuata alla sua malattia. Ho toccato varie porte, ma nessuno mi ha fatto caso e oggi chiedo a Dio che tocchi il vostro cuore, perchè un giorno, insieme, mi possiate aiutare a superare questo dolore che mi trascino dentro giorno dopo giorno sola. Ma non ce la faccio più, ho bisogno di tutti voi, compagne e compagni, perchè insieme dobbiamo distruggere il mal governo che gestisce i nostri paesi. Ci meritiamo di essere trattati con dignità, ci meritiamo uguaglianza, pace, giustizia, democrazia. Perchè in un mondo di bambini, entrano molti mondi!

Compagni e compagne non perdetevi d’animo, non vi lasciate turbare. Bisogna continuare ad andare avanti senza guardarci indietro. Dobbiamo perseverare per vincere. E animo in tutte le vostre attività.

Tutti quelli che sono presenti oggi non mi conoscono, però sento comunque che siamo una grande famiglia unita, perchè dove siete voi, ci sono io e dove sono io, ci siete voi. Vi porto nel mio cuore oggi e sempre, in questo incontro indimenticabile vi saluto.

Dio benedica ognuno di voi e le vostre famiglie. A presto.

Rosa López Díaz


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