Le madri tornano a scuola: Una mattina a Torbella

 

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L’appuntamento è per martedì 28 aprile, alle 10, scuola
media Enrico Medi, Torbellamonaca. Partiamo, Stefania e Lalla, un’ora prima
come se dovessimo andare fuori Roma e invece è solo per paura del traffico.
L’appuntamento l’abbiamo concordato con gli insegnanti in un incontro
affettuoso e partecipato quando abbiamo proposto ‘l’albero di renato’, un
piccolo progetto che parlasse di giustizia e nonviolenza. Ma i ragazzi – ci
chiediamo mentre andiamo – come saranno, come ci accoglieranno e soprattutto
riusciremo a farci capire? L’inizio non è dei migliori, sbagliamo posto;
l’incontro non è in centrale ma in una sede staccata. La troviamo, ha un
aspetto accogliente, intorno un giardino curato e altri edifici scolastici. Ci
aspettano ma le classi che parteciperanno all’incontro sono cresciute, dovremo
fare due turni. Hanno preparato, con la giusta regia degli insegnanti, dei
cartelloni con poesie, commenti, disegni. Mentre i ragazzi cominciano ad entrare,
vocianti, curiosi ed attenti li leggiamo. Stefania  commenta con emozione.

‘Vi raccontiamo una storia, una storia che non ha un lieto
fine, la storia di un ragazzo che amava la vita, la musica e un mondo migliore’.
Sullo schermo la fotostoria di Renato. All’inizio qualche risatina, la domanda
di chi non ha ancora capito di che cosa si tratta, poi un silenzio intenso e
interrogativo. Tocca a Stefania continuare il discorso, parlare di quel
maledetto giorno in cui la vita di Renato si è spenta. Non è semplice dominare
il fiume delle emozioni e trovare le parole giuste per spiegare che hanno
spento la vita ma non  i sogni di Renato.
Trovare le parole giuste per spiegare i motivi del rifiuto della violenza,
trovare le parole per spiegare come un dolore così grande deve portare ad
affermare le ragioni della vita. Spiegare insomma perché siamo lì con loro.
Stefania le parole le trova e, pian piano, i ragazzi parlano, trovano anche
loro le parole per porre domande. Vogliono sapere se Renato era solo, cosa è
successo a chi lo ha colpito, parlano della violenza che attraversa la loro
parte di città, sul campo di calcetto o per strada. Stefania vuole conoscere un
ragazzo in particolare, si firma ‘un ragazzo rumeno’ , non vuole leggere quel
che ha scritto, lo fa Stefania per lui

 

Poesia
a Renato
oh Renato sei morto perche’ ti hanno scambiato per uno di sinistra, ma molta
gente nera, di razza o nazionalita’ diversa viene maltrattata ogni giorno.
Anche chi ha una religione diversa, come gli ebrei, non hanno avuto una sorte
molto buona.
Questo mondo sta sempre peggiorando. Tutti ti vogliono dimostrare qualcosa, che
sono migliori e superiori agli altri. Ma alla fine a cosa serve?
Spero che la tua morte mandi un messaggio ai ragazzi razzisti a chi odia le
diversita’. riposa in pace…

Un applauso, liberatorio, conclude la lettura e l’incontro.

 Il secondo gruppo è
già pronto ad entrare. 

Ritorniamo a raccontare la storia di Renato, qualche
risatina quando Renato bacia Laura, ma si capisce che è un modo per misurarsi
con una dimensione che già sognano e in cui si identificano. E poi di nuovo
Stefania che riporta il discorso su cos’è giustizia e tolleranza. C’è un
ragazzo, poco più di un bambino, che la incalza chiedendole che cosa ha fatto
davanti al figlio morto e un altro che chiede perché Renato non si è difeso.
L’argine si rompe e un gruppo di agguerriti le dice francamente che loro
avrebbero risposto con altri coltelli, ‘così quelli avrebbero provato quello
che ha provato lei’. Un’insegnante interviene mettendoli davanti alla logica
conclusione dei loro discorsi, stanno prefigurando la faida. Accettano la sfida
e una ragazza ammette che ‘ sì, per quello che dice Stefania ci vuole coraggio
ma lei quel coraggio non ce l’ha, meglio una risposta  dura e basta’. L’insegnante insiste, chiede
se per loro devono esistere diritti e tolleranza per tutti. Io aggiungo: come
dice l’articolo 3 della Costituzione. L’espressione dubbiosa sul bel viso
schietto della ragazza mi fa capire che non sa di cosa sto parlando. Tutti
vogliono dire la loro, le voci si sovrappongono, il tempo è finito. Un
insegnante  sussurra che mai li ha visti
discutere con tanta passione. Mentre esce, una ragazza piccolina si avvicina a
Stefania e le dice: signora, io la capisco, le voglio bene.

Ragazzi, anche noi vi capiamo anche se non siamo d’accordo
su tutto. Capiamo che vi dovete misurare con un mondo che non ha rispetto delle
persone, dove spesso è la forza l’unico valore e mancano solidarietà e
fratellanza. E vi vogliamo un mondo di bene. Proprio per questo vogliamo che
Renato non rimanga solo il ragazzo di una mattina ma possa crescere dentro di
voi. Vogliamo piantare un albero che porti il suo nome e che voi possiate
riconoscerlo ogni volta che ci passerete vicino. Noi speriamo di rincontrarvi e
parlare ancora a lungo.

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La prossima settimana andremo nell’altra sede. Il viaggio
continua.  

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