25 Aprile

Il fascismo oggi: “un mare di odio”?
Una possibile indicazione di cosa rappresenti ci viene da quello che scrisse già a metà degli anni Ottanta, una giovane giornalista francese, Anne Tristan, dopo aver passato sei mesi, sotto falso nome, in una sezione del Front National di Le Pen a Marsigla. “Il Front – scrisse Tristan – è come un albergo: chiunque vi entra con la propria rivolta, il proprio rancore, la propria rabbia di vivere in una casa popolare, di non avere soldi e tante altre ragioni di aggressività riposta. Ciascuno porta il suo odio sotto il braccio poi, raccimolandolo nei piatti altrui, trova da mettere sotto i denti anche altro risentimento, altro odio aizzato da militanti esperti. Con questo viaggio al suo interno ho capito che il Front non è che lo schifo portato da un’onda ancora più potente, un vero mare di odio”.
Ma se questa può essere un’ipotesi di partenza, come definire cosa fu il fascismo e quale la sua eredità ancora presente nel mondo che ci circonda?
In Italia, che gli ha dato i natali, il fascismo fu per molti versi una modernità senza diritti, fu privazione della libertà e dittatura, fu olio di ricino, ma anche tortura, omicidi, violenza indiscriminata, esilio, confino, galera, morte. Cancellò i diritti dei lavoratori, annullò le loro rappresentanze, fu dominio e guerra di classe e, come si diceva un tempo, “braccio armato del grande capitale e degli agrari nelle campagne”. Costruì, insieme alla Chiesa, un modello familista per la società italiana, relegando le donne al ruolo di spose e madri, che talvolta sembra ancora oggi stentare ad essere superato. Ma fu anche razzismo: prima contro gli africani, nelle terre assoggettate con la violenza all’impero nel nome della monarchia dei Savoia e poi contro gli ebrei attraverso le Leggi razziali che non avevano nulla da invidiare a quelle della Germania nazista, di cui Mussolini fu il più forte alleato. Fu guerra razziale: prima in Africa con lo sterminio degli etiopi con il gas e lasciati morire di fame nei campi di prigionia; poi con la partecipazione concreta all’Olocausto, il genocidio del popolo ebraico – 6000 gli italiani che non hanno più fatto ritorno da Auschwitz -, messa in atto dalla Repubblica sociale italiana che del fascismo nel nostro paese fu l’ultimo sanguinoso capitolo. Il fascismo fu all’origine della repressione violenta di quanti gli si opponevano prima e del massacro poi: in una linea di continuità che lega le azioni dello squadrismo degli anni Venti alle stragi compiute contro i partigiani e la popolazione civile tra il 1943 e il 1945.
Ma cosa ne fu di tutto questo e di coloro che ne erano stati responsabili dopo la fine della Seconda guerra mondiale?
Il sindaco del comune laziale di Affile che ha costruito un paio d’anni fa, con soldi pubblici, un monumento al generale Rodolfo Graziani, il peggiore assassinio del colonialismo fascista, responsabile di centinaia di migliaia di morti in Africa . usò le armi chimiche -, poi capo dell’esercito di Salò e infine presidente onorario del partito neofascista MSI negli anni Cinquanta – ha dichiarato, per giustificarsi, “Graziani non era un criminale, non è andato al processo di Norimberga”.
A differenza di Germania e Giappone, non ci fu infatti alcuna Norimberga italiana. Criminali di guerra come Graziani o come Borghese, il comandante della X Mas di Salò, furono rapidamente scarcerati e ripresero la loro attività alla testa dei neofascisti: Borghese guidò un tentativo di golpe nel 1970.
L’amnistia di Togliatti nel 1946, la mancata epurazione, la continuità dello stato da quello monarchico-fascista a quello repubblicano e democratico vide, specie nell’esercito, nelle forze dell’ordine, come ai vertici dell’industria, tornare ai posti di comando molti di coloro che avevano avuto ruoli di primo piano durante il fascismo. Inoltre le autorità italiane non consegnarono alcun criminale di guerra ai paesi, dalla Jugoslavia all’Urss fino all’Etiopia che ne avevano fatto richiesta per processarli. Addirittura, in nome delle nuove alleanze europee stipulate nell’ambito della Nato, furono nascosti per più di trent’anni, migliaia di dossier relativi alle stragi compiute in Italia da nazisti e repubblichini dopo l’8 settembre, nell'”armadio della vergogna” presso la sede della procura militare di Roma.
Nel clima della Guerra fredda, i fascisti sconfitti si sarebbero riciclati per quasi mezzo secolo nella battaglia che in nome dell’anticomunismo avrebbe opposto violenza e stragi allo sviluppo dei movimenti sociali e ad ogni ipotesi di trasformazione radicale della democrazia italiana.
Non si trattò solo di un fenomeno italiano, naturalmente. Migliaia di criminali nazisti e fascisti di tutta Europa furono utilizzati dall’intelligence occidentale per la guerra sporca contro i paesi della Cortina di ferro, talvolta nell’ambito dell’esercito segreto anticomunista costruito dagli americani, Gladio, di cui si scoprirà l’esistenza solo negli anni Novanta. In Francia, l’ex capo della Gestapo di Lione, Klaus Barbie, noto come il “boia di Lione” per le torture e l’omicidio di molti partigiani ed ebrei – ordinò la deportazione ad Auschiwitz anche di decine di bambini tra i 3 e i 13 anni che si erano nascosti nell’asilo di Izieu – invece che essere processato fu arruolato dalla Cia, fatto fuggire in America Latina e utilizzato, ancora negli anni Sessanta per dare la caccia e uccidere Che Guevara nella selva boliviana. Barbie sarà processato in Francia solo nel 1987. Al pari di tanti ex nazisti e fascisti, Barbie sarebbe stato accolto e protetto dalle dittature latinoamericane che per ferocia e ideologia – Pinochet in Cile, Videla in Argentina, Banzer in Bolivia – avrebbero ricordato per molti aspetti il Terzo Reich e l’Italia fascista.
In Italia, agli sconfitti del 1945 era stato concesso fin dal 1946 di riorganizzarsi in un partito, l’MSI da cui avrebbero poi tratto origine tutta una serie di gruppi, tra cui Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, coinvolti nella Strategia della tensione – stragi nelle piazze e sui treni e omicidi di militanti della sinistra e antifascisti – da Fausto e Iaio a Walter Rossi fino a Valerio Verbano e tanti altri – con cui si cercheranno di fermare le lotte sociali. Stragi, realizzate grazie alla complicità dei servizi segreti, italiani ed occidentali che faranno centinaia di vittime ma che sono rimaste in gran parte senza colpevoli. Sono neofascisti anche i condannati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 che da sola fece 86 vittime.
E oggi? Finita la Guerra fredda, le idee dell’estrema destra e alcune delle figure che vengono da questo terribile passato, si sono candidate dentro il clima della crisi sociale ad interpretare un nuovo ruolo: solo all’origine di molti di quei movimenti definiti populisti, della nuova destra, euroscettici che cercano di individuare dei “capri espiatori”, prima fra tutti gli immigrati, i rom, i musulmani, al malessere sociale che la crisi, l’impoverimento e l’assenza di futuro ha diffuso nelle società europee. Un fenomeno che è andato crescendo nel corso degli ultimi 25 anni, fino a diventare fortissimo: oggi in Francia, Gran Bretagna, paesi della Scandinavia, Austria, Svizzera, Ungheria, Grecia ed altri ancora alcune di queste forze sono tra le più votate nel paese e in assoluto i primi partiti tra le fasce più deboli della popolazione. E fino al punto che questi imprenditori politici della paura e dell’intolleranza, coloro cioè che raccolgono consensi amplificando il senso di insicurezza e di solitudine che attraversa la società e indicando alla pubblica opinione dei facili capri espiatori su cui far ricadere la responsabilità di ogni male, non devono fare molta fatica per vincere: basta che indichino ai loro interlocutori una facile soluzione: prima vengo io e la mia famiglia, poi i miei parenti, poi i miei amici, poi il mio quartiere, la mia città, il mio paese…
Un clima, questo, che fa pensare a quanto scriveva già molti anni fa Pier Paolo Pasolini che spiegava come il diffondersi nella società di una cultura egoista e discriminatoria, rappresentasse per molti versi il farsi “senso comune” del fascismo e delle sue pulsioni. «Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole – spiegava Pasolini -: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società».
E oggi, all’ombra di questo razzismo diffuso, di questa marea di odio utilizzata per nascondere, sotto la coperta della “sicurezza” i veri problemi sociali – reddito, casa, diritti di cittadinanza – ritorna la violenza: questo clima e il successo di queste nuove destra armano nuovamente la mano dei fascisti.
E’ accaduto ad Oslo con la strage compiuta da Anders Breivik che ha ucciso 77 persone in odio al multiculturalismo. In Germania, dove il gruppo della Clandestinità nazionalsocialista ha ucciso una decina di persone tra turchi e curdi. In Russia, dove grazie alle coperture di cui godono presso il regime di Putin, nazionalisti e neonazi hanno ucciso decine tra immigrati, antifascisti e attivisti per i diritti umani. Mentre in tutta Europa si sono moltiplicati attentati e violenze contro gli immigrati, i campi rom, le moschee ed è tornato l’antisemitismo.
Nel nostro paese all’ombra del Ventennio berlusconiano, revisionista sul fascismo che ha contribuito a banalizzare come “una dittatura all’acqua di rose” e al razzismo, di cui ancora oggi Salvini esprime il massimo della violenza verbale, i neofascisti sono stati coccolati e legittimati – il caso Roma con Alemanno -, mentre, come indica il caso del G8 di Genova, la morte di Carlo Giuliani e l’impunità di funzionari delle forze dell’ordine e dei vertici politici di allora – ma anche la sorte toccata agli immigrati dentro i Cie – la gestione autoritaria degli apparati dello Stato, è tornata d’attualità.
Sempre all’ombra di questo clima, estrema destra e neofascisti si sono diffusi tra i giovani, nella società, non solo nei tradizionali quartieri bene ma anche negli stadi o nelle periferie, mentre l’odio e la violenza di cui sono portatori è stato derubricato a “risse tra giovani”, a fenomeno occasionale, non frutto di un clima politico. Fino all’assurdo che nemmeno quando un militante riconosciuto di Casa Pound, Gianluca Casseri ha dato la caccia ai senegalesi di Firenze con una smith 6 wesson – uccisi nel 2011 – si è reputato che fosse venuto il momento di sciogliere quel gruppo.11174264_650174388451822_5906496194362800222_o
Ma le testimonianze di oggi ci dicono che non è così: che chi si oppone e si è opposto in questi anni alla marea montante dell’odio e della discriminazione lo ha fatto anche per continuare ad opporsi al fascismo. I compagni e i fratelli che sono stati uccisi e feriti lo sono stati perché antifascisti, perché nemici irriducibili di questo odio, dei suoi simboli e del suo vocabolario di ieri come di oggi: perché opponevano a queste idee di morte una vita e visione del mondo nel segno della solidarietà e della liberazione di ciascuno dalle proprie catene.
Ci hanno mostrato, in altre parole, che cosa possa significare ancora oggi, a 70 anni dalla liberazione, la parola Resistenza.

Guido Caldiron

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