12 dicembre Piazza Fontana: quarantacinque anni senza verità

Alle 16 e 37 di venerdì 12 dicembre 1969, un ordigno di elevata potenza esplose nel salone centrale della Banca nazionale dell’agricoltura, sede di Milano, in piazza Fontana. Il pavimento del salone fu squarciato e sedici persone restarono uccise, altre novanta circa furono ferite.
Qualche minuto prima della esplosione, un altro ordigno venne rinvenuto nella sede della Banca commerciale di piazza della Scala sempre a Milano. Tra le 16.55 e le 17.30, altre tre esplosioni si verificarono a Roma: una, all’interno della Banca nazionale del lavoro di via San Basilio; altre due, sull’Altare della Patria di piazza Venezia.

A Piazza Fontana quel giorno muoiono:
Giovanni ARNOLDI, anni 42 commerciante
Giulio CHINA, anni 57 commerciante
Eugenio CORSINI, anni 71
Pietro DENDENA, anni 45, commerciante
Carlo GAIANI, anni 37, perito agrario
Calogero GALATIOTO, anni 71
Carlo GARAVAGLIA, anni 67, commerciante
Paolo GERLI, anni 73, imprenditore agricolo
Luigi MELONI, anni 57, commerciante
Gerolamo PAPETTI, anni 79, imprenditore agricolo
Mario PASI, anni 50
Carlo PEREGO, anni 74, pensionato
Oreste SANGALLI, anni 49, imprenditore agricolo
Angelo SCAGLIA, anni 61, imprenditore agricolo
Carlo SILVA, anni 71, rappresentante di commercio
Attilio VALÈ, anni 52, imprenditore agricolo
Giuseppe Pinelli, anni , operaio anarchico.Durante l’interrogatorio, tre giorni dopo il 15 dicembre 1969, “cade” dal piano della questura di Milano.
Vittorio MOCCHI, anni 47, imprenditore agricolo
Quel giorno si trovava lì anche Vittorio Mocchi, recatosi alla Banca per concludere l’acquisto di due trattori per l’azienda agricola di famiglia. Mocchi sopravvisse alla strage, ma morì, 14 anni dopo, il 15 ottobre 1983, a causa delle gravi ferite riportate.

Piazza Fontana: una testimonianza lunga quarant’anni
Intervista con Carlo Arnoldi, Francesca Dendena, Paolo Dendena, Fortunato Zinni
a cura di Francesco Barilli
Francesca e Paolo Dendena e Carlo Arnoldi sono i figli di Pietro Dendena e Giovanni
Arnoldi, morti nella strage.
Fortunato Zinni oggi è sindaco di Bresso (MI). Nel ’69 era assessore al bilancio dello
stesso Comune e funzionario della Banca nazionale dell’agricoltura. Fin dal giorno della
strage è fra i testimoni più attenti ed attivi della vicenda. Ha seguito con passione le
vicende processuali ed ha pubblicato Piazza Fontana: nessuno è Stato (Maingraf editore,
2007).
Fortunato, Francesca, Paolo, Carlo e gli altri familiari delle vittime sono oggi i depositari
della tragica memoria di piazza Fontana.
L’intervista si svolge a casa di Francesca, il 16 marzo 2009.

Franca, quando ti ho fatto leggere la prima bozza della sceneggiatura hai notato
una citazione dell’intervista che mi avevi concesso nel 2005, quel tuo sfogo
dove affermi «hanno vinto loro», e hai commentato: «dovevo essere proprio
demoralizzata, in quel periodo». Da qui è partito un parallelo con quanto
sostiene Licia Pinelli a Piero Scaramucci («io non mi sento sconfitta»).
Personalmente ti ho risposto che non vedo contrasti fra le due dichiarazioni,
mi sembrano le due facce della stessa verità, che comprende entrambe le
situazioni: una sconfitta “oggettiva” e un’affermazione di orgogliosa dignità
perché voi tutti, i parenti delle vittime come Licia e come – con un
coinvolgimento diverso ma non meno profondo – Zinni, avete combattuto
una battaglia di grande significato civile. Ragionandoci a mente più fredda
come ti senti di commentare la vostra condizione?

Francesca Dendena: Per risponderti devo partire da un aneddoto di quarant’anni fa,
quando andammo a recuperare la macchina di mio padre, morto nella strage. Già
allora incontrammo alcuni giornalisti e a me – forse per esuberanza giovanile –
venne spontaneo dire: «Mai più… Una cosa del genere non dovrà più succedere». E
io, dicevo a me stessa, avrei dovuto impegnarmi affinché un’esperienza così terribile
non dovesse capitare ad altri. Forse si trattava anche di un modo di ammortizzare il
dolore, ma questo lo dico adesso, col peso di quarant’anni trascorsi, e nemmeno
posso esserne sicura. Una cosa è certa: ci siamo buttati a capofitto in questa battaglia
da subito. Direi che in alcuni momenti questa istintiva voglia di combattere ci ha
salvati, ci ha fatto sopravvivere anche quando siamo stati costretti a girare l’Italia,
subendo lo spostamento del processo da Milano a Catanzaro: noi non ci siamo mai
fermati, anche se le difficoltà, non lo nascondo, erano enormi. E abbiamo
continuato a chiedere risposte, anche e soprattutto a quelle istituzioni da cui ci
sentivamo delusi. Devo dire che alcuni familiari di piazza Fontana rifuggono invece
ancora oggi dagli appuntamenti istituzionali. Sono persone che ritengono di evitare
appuntamenti con quelle strutture che reputano corresponsabili nella nostra tragedia.
Credo si tratti di un meccanismo di difesa, che personalmente non condivido, pur
essendo per molti versi comprensibile e rispettabile, giustificato da molte
circostanze. Insomma, non mi permetto certo di criticarlo, ma credo che se certi
risultati li abbiamo ottenuti lo dobbiamo proprio alla caparbietà di chi non si è mai
arreso, anche continuando a chiedere risposte alle istituzioni. Risultati incompleti,
certo, ma da non sottovalutare.
Tornando alla tua domanda, dirti se siamo “sconfitti” o “vincitori” non è semplice;
inoltre dipende da molti fattori, anche contrastanti. Forse bisognerebbe prima riflettere
su un’altra domanda, quella che rivolgeva a se stesso un operaio nel giorno dei funerali
(l’avrai visto senz’altro in immagini d’archivio, è ripreso sia ne La notte della Repubblica di
Sergio Zavoli che in Blu Notte di Carlo Lucarelli), ossia: «Perché? Perché una strage del
genere, a chi giova?».
Ancora oggi è difficile dare una risposta… In sintesi mi sento di dire questo: era una
stagione in cui gli operai, o, più in generale, la fascia “media” della popolazione, stavano
lottando per acquisire diritti e si cominciava a intravedere qualche risultato concreto
(penso ad esempio allo Statuto dei lavoratori, che arrivò a piena approvazione dopo
qualche mese), ma qualcuno voleva fermare quel percorso di crescita dei diritti. Tieni
conto, però, che su queste cose possiamo ragionare oggi, a tanti anni di distanza, mentre
allora una riflessione del genere non era così immediata. Inoltre non è nemmeno sicuro
che quel ciclo storico sia terminato. I tempi della Storia non sono quelli della vita umana,
e proprio la mancanza di chiarezza sulla stagione delle stragi fa pensare che le protezioni
e le connivenze verso i terroristi, insieme alla cappa di mistero che ancora grava su molti
episodi, siano dovute al fatto che certe forze sono ancora attive e influenti in Italia. Tra
l’altro, quando si parla di stragi si parla di fatti per molti versi analoghi e con “attori” in
comune, che si iscrivono sicuramente in un quadro generale, ma che si differenziano per
momenti politici comunque diversi, da piazza Fontana alla strage di Bologna del 1980.
Questa tua riflessione mi fa venire in mente un passaggio di Io so di Pasolini, che
sarebbe da approfondire. «Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi,
opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una
seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)». Credo che la chiave di lettura
più corretta sia questa: la strage di Milano rientra in una strategia “attiva” da
parte delle organizzazioni neofasciste. Rappresenta cioè il “fare” qualcosa
nell’ottica di un obbiettivo da perseguire: provocare una svolta golpista o
comunque reazionaria in Italia. La strage di Brescia, invece, rientra in una
strategia “di risposta” da parte degli stessi neofascisti, che cercano di uscire dalla
marginalizzazione, di dimostrare la loro forza, la loro presenza e la loro
pericolosa vitalità. In un certo senso direi che le prime stragi sono un mezzo
indirizzato ad un dato fine (ossia: facilitare la svolta a destra del Paese); le
seconde rappresentano esse stesse – almeno parzialmente – il fine.
Fortunato Zinni: Sì, credo che le stragi che vanno dalla Banca dell’agricoltura a piazza
della Loggia, passando per quella alla Questura di Milano e per Peteano, sono
contraddistinte da una manovalanza e da una regia in gran parte comuni, ma si muovono
verso finalità diverse, e in questo senso ritengo che la ricostruzione più credibile l’abbia
sostanzialmente fornita il giudice Guido Salvini. Piazza Fontana è un attentato fatto per
spaventare il Paese, per favorire l’instaurazione di uno Stato d’emergenza, per annullare
le libertà costituzionali e il valore della Repubblica nata dalla Resistenza. Se questa svolta
reazionaria non è avvenuta dopo la bomba di piazza Fontana lo si deve alla grande civiltà
della risposta della popolazione, che fu evidente già il giorno dei funerali.
Io credo che nel fumetto sia difficile “raccontare la politica” di quegli anni, ma con le
immagini si può dire molto. Ad esempio, mi piacerebbe che nel vostro lavoro riusciste a
rappresentare il muro umano del 15 dicembre: ci sono fotografie bellissime di quel
giorno, primi piani di persone comuni raccolte in un silenzio doloroso e dignitoso, un
silenzio composto che diceva “non passerete”… Quella, a mio avviso, è stata una svolta
epocale per il Paese.
Penso che le persone che dovevano proclamare o appoggiare lo stato di emergenza (per
semplificazione possiamo individuare questi soggetti nella destra democristiana, ma la
cosa sarebbe ben più complessa) non abbiano avuto il coraggio di fare quel passo. È
proprio a quel punto che nei fascisti matura l’idea della ritorsione. È in quest’ottica che
va letto l’attentato del 17 maggio 1973 alla Questura di Milano. Quel giorno, primo
anniversario dell’uccisione del Commissario Calabresi, era presente proprio Mariano
Rumor (nel dicembre ’69 era il presidente del Consiglio). Rumor, per i motivi che dicevo
prima, non se l’era sentita di proclamare lo stato d’emergenza e favorire una svolta
reazionaria o golpista, e per questo era visto dai neofascisti come un traditore da punire.
Esiste un’ipotesi, che ovviamente andrebbe sottoposta a ulteriori verifiche e
approfondimenti, secondo cui per le stesse ragioni anche i carabinieri diventano a questo
punto oggetto di attentati (come a Peteano, il 31 maggio ’72): scontano il fatto di non
aver appoggiato il disegno eversivo dell’estrema destra. Seguendo questa versione pure la
strage di piazza della Loggia a Brescia può essere inquadrata nello stesso modo, anche se
meno palesemente (e dovremo vedere quali saranno gli esiti del processo attualmente in
corso). Come saprai, il 28 maggio ’74 forse l’obbiettivo dell’attentato di Brescia erano
proprio i carabinieri, che dovevano essere schierati sotto il portico dove è esplosa la
bomba. Solo la pioggia portò a spostare i militari da quella posizione, per garantire un
riparo ai manifestanti, che poi tragicamente morirono nell’attentato.
Insomma, dopo piazza Fontana i fascisti cambiano parzialmente obbiettivo e indirizzano
i loro crimini verso le istituzioni, nella misura in cui i fascisti stessi si sentono traditi.
Negli anni ancora successivi assistiamo alle stragi del Rapido 904 e della stazione di
Bologna, dove torna rilevante il coinvolgimento dei servizi segreti, perché questi
intendono riprendere quella strategia tesa a indebolire la crescita di consensi del
movimento operaio.
Fortunato, nel fumetto abbiamo scelto di fare introdurre a te, direttamente, la
scena dei funerali e i momenti immediatamente successivi all’esplosione. Mi
piacerebbe che in questa intervista quelle considerazioni, nel racconto solo
sintetizzate per esigenze sceniche, fossero ampliate, anche riguardo i giorni
seguenti l’attentato.
Fortunato Zinni: La mia storia è quella di un ragazzo del sud, reso orfano ed emigrante
da una guerra stupida e crudele. Io ho 11 anni più di Franca, all’epoca della strage lei
aveva 17 anni, io 28. Ero un giovane impiegato di banca, membro della commissione
interna, avevo già una mia formazione politica, maturata nelle lotte di quegli anni.
Ricordo che nei cortei partecipavo fianco a fianco a quegli operai che reclamavano più
diritti, non senza che questi dimostrassero diffidenza verso noi “colletti bianchi”. Loro ci
dicevano «dove andate con quello striscione dei bancari! Voi siete amici dei padroni!» e
cose del genere. Però alla fine anche quelle resistenze erano scemate e, ripeto, io mi ero
formato lì, a quella “scuola di vita”.
Mi chiedevi dei giorni successivi al 12 dicembre. Ti dirò che già quella sera arrivò la
percezione che tutto era cambiato, anche per me. Fu il direttore a prendermi da parte
dicendomi: «Da stasera la mia e la tua vita non saranno più quelle di prima. Innanzitutto
dobbiamo rimettere in piedi la banca, vedere come ristabilire la normalità». Non era
un’impresa da poco. Lavorammo il sabato e la domenica, e il 17 facemmo un’assemblea,
per decidere come proseguire, come pianificare gli straordinari per tornare quanto prima
alle attività consuete.
In occasione di quell’assemblea, uno di noi disse che era giusto proseguire, ma non
avremmo dovuto tenere noi i soldi degli straordinari: dovevano essere utilizzati per
aiutare i figli delle vittime. L’accordo sulla proposta fu unanime, ma io proposi di
aggiungere alla lista dei beneficiari i figli di Pinelli. L’assemblea si spaccò; dev’essere stata
l’unica volta nella mia lunga vita lavorativa in cui finii in minoranza, e i figli di Pinelli
furono esclusi. Pure questa fu una delle tante conseguenze amare della sciagurata
campagna di stampa condotta contro gli anarchici e la sinistra, nel tentativo di addebitare
loro la strage.
Quell’episodio lo considero una macchia nel nostro impegno, ma devo dire che in
seguito anche chi votò contro quella proposta si rese conto di essere in errore. E il
nostro impegno, comunque, proseguì negli anni: erano i lavoratori principalmente, con le
loro collette, a pagare avvocati come Pecorella (che poi trent’anni dopo finì col diventare
difensore di Delfo Zorzi, uno degli ordinovisti imputati per la strage…), non erano certo
i partiti, totalmente assenti (purtroppo anche quelli di sinistra).
Su questo aspetto le cose hanno poi avuto un’evoluzione, nel corso del tempo?
Fortunato Zinni: I parenti sono sempre stati soli. Sono stati aiutati dal Comitato
permanente antifascista, da qualche avvocato. Sì, qualche aiuto da personalità politiche è
arrivato, ma furono casi isolati e sporadici. Penso, per fare un nome, ad Aldo Aniasi. Il
vento è cambiato davvero solo dopo la sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005, con
la scandalosa decisione di addebitare le spese processuali alle parti civili. Tecnicamente si
trattava di una decisione legittima, ma, dopo 36 anni, quella scelta, unita alla
constatazione che la Giustizia si arrendeva di fronte all’impossibilità di condannare i
responsabili materiali della strage, suonava come uno schiaffo.
Dopo quella sentenza, e ancor più dopo l’accorato appello alla città di Milano firmato dai
parenti delle vittime, le cose sono cambiate. Perché il non aver accertato i colpevoli di 17
morti innocenti e 84 feriti, e quella decisione circa le spese processuali, erano cose che
ferivano e umiliavano non solo le vittime, ma tutta Milano e l’intero Paese. E soprattutto
c’era la ferma volontà, da parte nostra, di non lasciar cadere nel dimenticatoio la strage,
dopo che la Giustizia aveva certificato la sua impotenza (seppure riconoscendo, è giusto
ricordarlo, la matrice della strage, ascrivibile alla destra eversiva e neofascista).
Anche per me quel momento si è trasformato in uno spartiacque. Pure il mio libro sono
riuscito a scriverlo sull’onda di quell’indignazione: negli anni avevo già preso in mano
quegli appunti non so quante volte, ma solo dopo il 2005 sono riuscito a dare
concretezza al progetto. E quest’anno sono stato chiamato a raccontare la storia di
piazza Fontana in 16 licei, trovando sempre nei ragazzi attenzione, interessamento,
partecipazione. Perché la memoria è importante, e comincia proprio lì, nelle scuole.
Su Piazza Fontana esistono molti elementi che possono provocare indignazione,
dalla mancata condanna dei colpevoli alla questione delle spese processuali.
Oltre a questi temi principali, c’è qualche particolare che ancora oggi, a
quarant’anni di distanza, ti indigna?
Fortunato Zinni: A parte le tematiche cui accennavi, credo che la cosa più scandalosa
sia stata la dislocazione del processo dalla sua sede naturale, da Milano a Catanzaro e poi
a Bari. Specie perché si trattò di uno spostamento deciso dalla Cassazione, cioè uno dei
massimi organi dello Stato. Fu una decisione che, come ha accennato prima Franca,
costrinse i parenti a fatiche enormi. Ed è intollerabile che una scelta del genere – che
oggettivamente ostacolava e rallentava il normale svolgimento del processo – sia stata
compiuta volontariamente dallo Stato. Nessuno, nel mondo politico o nell’informazione,
si indignò davvero per quel provvedimento, che ancora oggi grida vendetta… È così che
si è allontanata la verità. Poi non c’è da sorprendersi se c’è chi pensa che la strage di
piazza Fontana sia un crimine delle Brigate rosse o se, in generale, c’è così tanta
confusione nella memoria storica di questo Paese.
Paolo Dendena: A questo proposito ricordo un particolare del trentesimo anniversario.
Era stata organizzata una mostra sulla strage, al Liceo di Lodi frequentato da mia figlia.
Per combinazione un giorno mia moglie si trovò a guardare i cartelloni della mostra,
appesi lungo la scalinata della scuola, e sentiva i commenti degli studenti: nessuno era in
grado di fare un legame storico preciso. Nemmeno vedere menzionato il cognome
Dendena fra le vittime li aiutava, nessuno riusciva a stabilire un nesso con mia figlia. Si
tratta di un piccolo episodio, ma fa capire come la storia di Piazza Fontana sia
totalmente rimossa, nel Paese.
A proposito di rimozione, mi viene in mente un altro episodio. Nel 2005, dopo il
venticinquesimo anniversario della strage di Bologna, Ernesto Galli Della Loggia
stigmatizzò i fischi che la folla aveva riservato ai rappresentanti del Governo. Lo
storico scrisse che «a un certo punto il passato va accolto nella memoria per ciò
che è stato, con tutte le sue ambiguità e contraddizioni», praticamente invitando
a consegnare la strage di Bologna ai misteri italiani, senza aver raggiunto una
completa chiarezza (ricordo che per quell’attentato sono stati condannati gli
esecutori materiali, ma l’Associazione delle vittime si batte da anni affinché sia
fatta luce anche sui mandanti e sugli ispiratori politici). Quello di Galli Della
Loggia mi sembra un atteggiamento sintomatico di quanto persino nel “grande
giornalismo” sia ormai affermata la cultura della rimozione.
Fortunato Zinni: Sono d’accordo. Paolo Mieli, dopo la sentenza del maggio 2005,
sostenne per piazza Fontana più o meno le stesse cose: si dovevano accettare, a suo
avviso, i limiti della giustizia, ci si doveva rassegnare al fatto che la magistratura non
avesse accertato i colpevoli.
Credo però che il punto sia un altro. A fianco dei colpevoli materiali ci sono molti su cui
ricadono responsabilità morali che nessuno vuole riconoscere. Sulla nostra vicenda è
colpevole la magistratura (con nobili eccezioni), così pure la politica, e la stessa opinione
pubblica non ha mostrato la rabbia e l’indignazione che sarebbero state doverose. Anche
il mondo dell’informazione è stato distratto, sempre con lodevoli eccezioni (Zavoli,
Lucarelli e pochi altri). Insomma, abbiamo avuto un ceto politico imbelle e complice,
una magistratura che ha inizialmente guidato il processo verso la negazione della verità,
una stampa adagiata sulle veline dei servizi segreti e del potere politico, e un’opinione
pubblica che assolvo solo per la fiammata d’orgoglio dei funerali del 15 dicembre. E
meno male che ci fu quello scatto d’orgoglio, perché altrimenti ci saremmo svegliati la
mattina successiva coi colonnelli in casa…
In altre parole mi sembra limitato il discorso fatto da Mieli o da Galli Della Loggia. È
chiaro, la giustizia umana non è infallibile, si può e si deve accettare una sua sconfitta.
Ma su piazza Fontana non è accaduto questo, non si è trattato di mancanze “tecniche” o
oggettive: per la strage del 12 dicembre abbiamo visto gente condannata all’ergastolo
fatta scappare, per di più con l’aiuto dei servizi segreti! Se fallimento c’è stato, si è
trattato di un fallimento voluto e cercato ad alti livelli. Chiedere oggi di accettare la
mancata giustizia come un semplice dato di fatto cui ci si deve rassegnare mi sembra
davvero assurdo.
Carlo Arnoldi: Aggiungerei una cosa. Nel 2005 sono stati definitivamente accertati due
colpevoli, Freda e Ventura, ma questi non sono più perseguibili in quanto assolti in un
altro processo. Come si può accettare tutto questo?
Tu all’inizio chiedevi se ci sentiamo sconfitti o no. Per quanto mi riguarda posso dirti
che non mi sento sconfitto. C’è solo tanta rabbia. Anzi, dal 2005 la rabbia è aumentata.
Quella sentenza paradossalmente ci ha dato più forza, più voglia di andare avanti.
No, direi proprio che non si può parlare di una storia chiusa. Non è accettabile per noi (e
non deve esserlo per il Paese) considerare chiusa la vicenda solo perché il tribunale ha
emesso una sentenza del genere: piazza Fontana non finisce con il giudizio del tribunale.
Carlo, per te cosa significa ricordare il giorno della strage?
Carlo Arnoldi: Quel 12 dicembre mio padre non doveva andare a Milano. C’era una
fitta nebbia e non si sentiva bene, quindi aveva rimandato i suoi appuntamenti al venerdì
successivo.
Verso le 15 mia madre ricevette una telefonata di un agricoltore di Lodi. Cercava mio
padre e lo invitava alla banca di piazza Fontana: c’era da chiudere un affare per la vendita
di una cascina nel milanese e la sua presenza era necessaria (lui conosceva bene tutta la
trattativa). Mio padre cercò di rimandare, ma l’agricoltore insistette. Alla fine accettò di
malavoglia, salutò mia madre e si diresse a Milano. Per mia madre fu l’ultima volta che lo
vide vivo.
Arrivò a Milano, parcheggiò la macchina a Porta Ticinese (la ritrovammo dopo circa un
mese) e con i mezzi si diresse in piazza Fontana, dove giunse verso le 16,30. Davanti
all’entrata della Banca nazionale dell’agricoltura incontrò un altro agricoltore di
Magherno, il signor Morstabilini (rimasto poi ferito nell’attentato). Mio padre gli chiese
se aveva visto l’agricoltore di Lodi e, quando il Morstabilini gli rispose negativamente, lo
salutò ed entrò nel salone della Banca. Dopo pochi minuti avvenne lo scoppio della
bomba. Mio padre morì dopo circa mezzora, all’ospedale milanese Fatebenefratelli.
Quando avete saputo della tragedia?
Carlo Arnoldi: Verso le 19,30, tramite il medico di famiglia, avvertito a sua volta dalla
Questura di Milano. Ci raccontò di avere appreso dai carabinieri di una caldaia scoppiata
in banca (in quel momento era quella la versione che circolava…) e che mio padre era tra
i feriti. Ci disse di andare subito a Milano. Mia madre non aveva la patente: chiamò suo
fratello Sergio a Milano e gli chiese disperatamente di andare a verificare cosa fosse
realmente successo in piazza Fontana.
Mio zio, dopo aver girato diversi ospedali, arrivò al Fatebenefratelli. Qui non riuscì a
riconoscere mio padre immediatamente. Poi, convinto dal personale dell’ospedale, tornò
sui suoi passi e scoprì l’orribile verità grazie alle scarpe, che avevano comprato qualche
tempo prima insieme. Ci chiamò al telefono verso le 21 per darci la notizia…
Tutto quello che avvenne dopo è un incubo continuo. Il riconoscimento il giorno
successivo, i funerali in piazza Duomo, con quella atmosfera grigia e cupa ma
soprattutto silenziosa che non dimenticherò mai. Poi, nel pomeriggio, i funerali al nostro
paese a Magherno, con tutto il paese partecipe al nostro dolore.
Da quel giorno la mia vita e la vita di tutta la mia famiglia è cambiata. Ci siamo trovati
(proprio come aveva fatto lui a 15 anni, dopo la morte di suo padre) ad affrontare
difficoltà enormi, ma grazie all’abnegazione di mia mamma, che non ringrazierò mai
abbastanza, oggi siamo ancora qui a vivere e lottare. Non solo per lui, ma anche per fare
avere ai nostri figli e alle future generazioni le verità storiche che i tanti processi non
sono riusciti a darci in modo definitivo.
Volevo tornare a quella volontà di “andare avanti” di cui ha parlato Carlo. Dopo
che la magistratura ha scritto la parola finale – per quanto di sua competenza e
con i limiti e le critiche che possono essere espressi sul suo operato – sentite
ancora un compito sulle vostre spalle? A questo proposito volevo parlare anche
degli obbiettivi che si prefigge la vostra associazione.
Francesca Dendena: Noi facciamo parte della Unione familiari vittime per stragi, che
raccoglie al suo interno i familiari delle vittime di piazza Fontana, piazza della Loggia,
treno Italicus, rapido 904, via Georgofili e stazione di Bologna. Ma recentemente ci
siamo costituiti formalmente anche in un’associazione nostra: Piazza Fontana 12
dicembre 1969. Centro studi e iniziative sulle stragi politiche degli anni ’70. Abbiamo
deciso che dopo la sentenza questo sarà il nostro compito: continuare a raccontare la
storia del 12 dicembre, innanzitutto nelle scuole, come accennava Zinni. Tutto questo
per far sì che nulla di questa vicenda venga distorto, per far sì che non ci sia più nessuno
che dimentichi che questo è stato un Paese dove le stragi di cittadini innocenti sono state
un mezzo usato per indirizzare la politica. Abbiamo deciso di farlo solo ora, e può
sembrare strano, a quarant’anni dai fatti. In realtà abbiamo pensato che questo può
essere lo strumento più adatto per proseguire nel nostro compito, che è anche una sorta
di passaggio del testimone della memoria alle prossime generazioni.
Tornando invece al lato penale, volevo accennare al nuovo processo per la strage
di Brescia. Con che spirito e quali attese lo seguite? Sia per Brescia, intendo, che
per i riflessi che eventualmente potrebbero emergere sulla vostra vicenda.
Paolo Dendena: Sì, effettivamente c’è la speranza che da quel processo, dove sono
presenti tra gli imputati alcuni soggetti che sono stati coinvolti, a vario titolo, anche per
piazza Fontana, possa uscire qualcosa di nuovo. Ma onestamente mi sembra
un’eventualità molto remota.
Quello su piazza della Loggia sarà, comunque vada, il processo finale sulla stagione delle
stragi italiane, per cui lo seguiamo con grande interesse, anche se l’informazione
purtroppo non ne parla per niente (e questo mi sembra grave).
È chiaro, come ti dicevo, che per noi è naturale sperare che dal tribunale di Brescia esca
qualche fatto nuovo pure per la strage di Milano. Alle udienze non siamo ancora andati.
Ci siamo sentiti con Manlio Milani (presidente dell’Associazione dei caduti di piazza della
Loggia), gli siamo vicini e gli esprimiamo solidarietà, ma dopo quarant’anni di questa
giustizia confesso che la fiducia razionale è pochissima.
Ci sono cose in particolare che vorreste chiedere per il prossimo 12 dicembre?
Fortunato Zinni: Il quarantesimo anniversario è importantissimo, anche
simbolicamente. Io vorrei che venisse il presidente della Repubblica a Milano, come
massimo rappresentante di quelle istituzioni che ci hanno deluso. E vorrei che lo facesse
non tanto per chiedere scusa, ma per dimostrare una reale vicinanza dello Stato alle
vittime, un reale cambio di registro rispetto ai quarant’anni trascorsi. Credo che
proveremo a muoverci in questo senso assieme alle associazioni dei familiari delle altre
stragi, per chiedere al capo dello Stato questo gesto.
Vedi, il punto non è decidere se sia o meno il caso di mettere una pietra sopra la strage.
Quella, purtroppo, c’è già… Il punto è riconoscere che tutte le istituzioni sono state
assenti – e in molti casi ben peggio che assenti – e questo riconoscimento deve avvenire
dalla più alta carica dello Stato. Forse, se così fosse, potremmo dire davvero che qualcosa
è cambiato. (da http://www.memoria.san.beniculturali.it)

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