Madri e bambini dietro le sbarre

Madri e bambini dietro le sbarre
“Agente, mi apri?”

Se fossi
Se fossi una parola vorrei far nascere un sorriso sulle tue labbra.
Se fossi una fata inventerei un mondo in cui ogni cosa sia uguale.
Se fossi un occhio mi piacerebbe guardare nel tuo cuore,
nei tuoi pensieri di oggi e di ieri per scoprire gioia, emozioni e
dolori.
Se fossi un uccello ti insegnerei a volare regalandoti le mie ali.
Se fossi…
DI KATIA MANTOVANI Casa Circondariale “Dozza” di Bologna

La  condizione
Le donne rinchiuse in carcere attualmente in italia sono circa 2600 il 4% dei detenuti.
Di queste poco più di 60 sono detenute con la  presenza di 70 bambini con eta’ inferiore ai 3 anni presenti in carcere a poco meno di 70 unita’. Le detenute in stato di gravidanza oscillano intorno alle 20-30 unita’.
In Italia sono 6 le carceri interamente femminili e 16 gli asili nido funzionanti.
L’associazione Antigone riporta i dati di una ricerca condotto a livello Europeo sui problemi principali per le donne in carcere o per le ex detenute riconducibili, in tutta Europa, alla scarsa considerazione dei bisogni specifici che le donne hanno, prima, durante e dopo la carcerazione.
Gli esigui numeri che la detenzione femminile coinvolge in tutta Europa portano ovunque a trascurare la categoria sociale delle donne detenute ed ex detenute nell’elaborazione di politiche specifiche.
La  condizione sociale delle donne detenute è caratterizzata in tutta Europa da quadri ripetuti di svantaggi multipli
– madri single, con una bassa scolarizzazione, disoccupate per lunghi periodi- straniere, prostitute, tossicodipendenti- donne rom, immigrate clandestine, prive di formazione scolastica e di esperienza professionale, con figli avuti in giovanissima età
– donne tossicodipendenti, che provengono da un contesto maschile violento e hanno subito una violenza di genere, spesso con figli avuti in giovane età
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, la difficoltà principale – – sta nell’esiguo numero di donne in carcere e nella loro dispersione in tante piccole sezioni femminili ospitate all’interno di carceri maschili (in Italia sono 63) e in pochi istituti esclusivamente femminili (solo cinque).
le poche risorse esistenti vengono convogliate verso le masse più numerose di detenuti maschi, e quindi l’offerta di operatori, corsi professionali, corsi scolastici, attività trattamentali e lavoro per le donne, specialmente per quelle ristrette in piccole sezioni femminili, diventa scarsissima.
Inoltre, la composizione della popolazione detenuta femminile è caratterizzata dal 40% di donne ancora in attesa di giudizio e da donne condannate prevalentemente a pene brevi. Questi due fattori contribuiscono ulteriormente all’esclusione di queste donne da ogni attività in carcere: in mancanza, infatti, di un’offerta adeguata di attività, vengono escluse tutte coloro la cui pena è troppo breve per assicurare una continuità o la cui pena ancora non è stata stabilita.
Troppo poca, in particolare, è la considerazione di quanto la maternità influisca sulla vita carceraria (sia che i figli siano dentro il carcere, sia che siano fuori), troppo poca è l’attenzione di istituzioni e società ai motivi stessi  spesso legati alla loro specificità femminile -che portano le donne in carcere, troppo poca è l’attenzione all’impatto che il carcere ha sulle donne e sulla loro vita.

Maternità interrotta
La maternità in carcere è, secondo Silvia Girotti dell’associazione AVOC, una maternità interrotta, così come interrotta è la vita di quei bambini che tra 0 e i 3 anni vivono reclusi nel carcere, così come segnata per sempre la vita dei figli con le madri in carcere.
S. di 2 anni , che da un anno e detenuto corre per il corridoio del carcere e aggrappato alle sbarre” agente mi apri”
Presso la Casa Circondariale Dozza di Bologna sono accolti alcuni bambini che condividono la detenzione con la propria madre, anche se il carcere in quanto struttura detentiva, costruito perciò sulla base dei bisogni degli adulti, non è adatto al sano sviluppo di un minore. In particolare sono stati osservati alcuni effetti negativi della struttura penitenziaria sui minori. Alcune ricerche sottolineano come i bambini sviluppino un attaccamento insicuro vivendo un rapporto simbiotico con la madre e mostrino diffi-coltà anche in brevi separazioni da lei, inoltre mostrano comportamenti di forte protesta e auto-lesionistici come sbattere la testa, graffiarsi…(Poehlmann, 2005; Biondi, 1994); un altro ricer-catore ha osservato difficoltà nell’alimentazione e nel ritmo sonno/veglia con difficoltà nell’addor-mentamento (Biondi, 1994).Particolari disagi si possono vedere nello svilup-po cognitivo e linguistico che risulta ritardato poichè il carcere è un ambiente con scarsi stimoli: ibambini imparano poche parole (le prime parole possono essere “agente” “apri”…), prediligono una comunicazione gestuale ed, inoltre, la socia-lizzazione così importante nei primi anni di vita è ridotta al minimo (Poehlmann, 2005; Biondi,1994) . Infine anche nel gioco si possono osserva-re gli effetti del carcere: si nota come i bambini usino poco la fantasia e utilizzino giochi ripetitivi come aprire e chiudere le porte, quando possono farlo, (infatti imparano che devono aspettare che l’agente apra la porta) e giocano con le chiavi con un richiamo alla realtà carceraria
F. in lacrime parla dei suoi figli lontani, che non sente e non vede.
Questi bambini dietro e fuori le sbarre sono veri e propri invisibili per la società e le istituzioni.
Le donne che hanno figli fuori dal carcere mostrano molta sofferenza legata alla lontananza dai figli e all’impossibilità di svolgere il proprio ruolo di madre.
Oggi è ancora difficile parlare di maternità in detenzione. Le donne vengono considerate cattive madri e incapaci di portare avanti il proprio ruolo materno e così spesso cala maggiormente sulla detenzione materna rispetto a quella paterna una “cortina di silenzio”, alimentata dalla donne detenute stesse che non vogliono far sapere ai figli della loro detenzione
In Italia non è calcolabile il numero delle madri detenute. Gli istituti non lo sanno e le donne spesso non lo dichiarano.

Maternità e carcere, un tema delicato. “Un pensiero angoscioso”, confessa Paola Marchetti, che ha vissuto l’esperienza della detenzione. Sia per le detenute più giovani che vorrebbero, un giorno, avere un bambino, sia per coloro che sono già madri, come Paola che aveva giù una figlia quando è entrata in carcere. “C’è una grande paura di perdere i propri figli -ricorda-. Il timore di non essere più in grado, a pena finita, di ricucire lo strappo che sicuramente si crea”.
Lo strappo è una conseguenza naturale dell’allontanamento forzato, dell’impossibilità di un rapporto normale. Spesso anche della poca sensibilità degli istituti di pena nel comprendere che il rapporto madre-figlio ha bisogno di tempo e che non sono certo sufficienti sei ore di colloqui al mese per mantenerlo. “I bambini crescono senza la madre ed eleggono a figura materna altri soggetti -commenta Paola-. Riprendere il proprio ruolo a pena finita è quasi impossibile se non si vuole creare in loro altra angoscia e altra sofferenza. In ogni caso, richiede un tempo lungo, enorme pazienza ed equilibrio”

Da  Donne in carcere: la portata del castigo
http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Settembre10/03-09-10DonneCarcere.htm
In Argentina da una ricerca condotta nel 2010 in alcuni penitenziari federali emerge con forza e preponderante rispetto agli altri temi  quello legato alla maternità delle donne incarcerate. L’85,8% delle donne intervistate ha dichiarato di essere madre. In media, le recluse che sono madri hanno tre figli e l’86% ha figli minori di diciotto anni; più di un quinto è madre di bambini minori di quattro anni. Queste donne occupano un ruolo centrale nella cura giornaliera e nel mantenimento economico dei loro figli, circostanze che aggravano le conseguenze della reclusione. Nei casi di donne con figli minorenni che non vivono più con loro per via della detenzione, le conseguenze dell’arresto in genere sono devastanti poiché la loro detenzione implica lo smembramento del gruppo familiare con gravissime conseguenze per i figli, sia sul piano affettivo-psicologico sia materiale.
Inoltre, le detenute che portano avanti una gravidanza o che convivono con i loro figli nel penale devono affrontare maggiori difficoltà delle altre. I pochi servizi previsti non coprono tutte le necessità specifiche che si presentano e le pone in una situazione di maggior vulnerabilità, poiché alle consuete difficoltà si aggiungono quelle date dalla condizione di gestante, in periodo di allattamento o per l’attenzione e la cura dei figli più piccoli.
L’impatto provocato dalla detenzione della madre sui figli minori di età riguarda non solo il vincolo madre-figlio, ma si estende anche a quasi tutti gli aspetti della vita dei bambini e adolescenti. Nel caso di bebè e bambini che vivono in carcere questo impatto è evidente, poiché patiscono le stesse condizioni deficitarie di detenzione delle madri. Nei figli minori di età che hanno perso la convivenza con la madre, alcune delle conseguenze più frequenti sono tra le altre: smembramento del gruppo famigliare, perdita di contatto con la madre e con i fratelli, pellegrinaggio da una famiglia all’altra, aumento delle incertezze economiche, abbandono degli studi o difficoltà di apprendimento, sfruttamento del lavoro infantile, depressione, problemi di salute.
L’assenza dello Stato di fronte alle necessità specifiche delle detenute e dei loro figli si avverte nella mancanza di consulenza, assistenza o accompagnamento nel processo seguente all’arresto per decidere del destino dei figli minori di età e per fare in modo di preservare il loro vincolo. Questa mancanza di attenzione dello Stato accentua la vulnerabilità delle donne recluse e lascia senza protezione bambini e adolescenti che, spesso, si trovano in situazione di abbandono.
Di fronte alle necessità specifiche delle madri recluse e dei loro figli, le agenzie governative non offrono l’assistenza necessaria, lasciando i bambini alla loro sorte. Tutto questo fa sì che l’adattamento al carcere e la detenzione delle donne che sono madri comportino una maggiore sofferenza, supplemento di pena non considerato né calcolato dal legislatore o dai tribunali.

Come l’Europa intende  affrontare il tema della maternità in carcere

L’Europa ha emesso una risoluzione dal titolo “Resolution on socio-labour reinsertion of female ex prisoners. Tra gli elementi più importanti vengono indicati:

•    La detenzione per le donne deve essere considerarta come ultima
•    E’ necessario promuovere misure alternative e sostitutive alla detenzione in particolare per donne con bambini
•    E’ necessario favorire i regimi detentivi aperti  per le donne
•    Considerato il basso numero delle donne in prigione e la loro scarsa pericolosità sociale sarebbe meglio non imprigionarle nelle sezione di alta sicurezza
•    In ogni prigione deve esserci personale specializzato in detenzione femminile e reinserimento femminile ;
•    Ogni stato membro deve elaborare specifici programmi all’interno delle prigioni con un forte supporto terapeutico, sociale ed economico per donne che hanno subito violenza
•    In ogni prigione deve essere organizzato un servizio di guida e sviluppo specializzato nel lavoro femminile
•    Ogni stato membro deve organizzare corsi di preparazione per le detenute in liberazione
•    Le amministrazione penitenziarie nazionali devono organizzare campagne di informazione e sensibilizzazione sui diritti delle donne ex detenute e promuovere immagini non stigmatizzate delle donne ex detenute, straniere o coinvolte in uso di stupefacenti, al dine di non consentire allarmi superficiali di paura che favoriscano una domanda di restrizione penale, per fornire corrette e complete informazioni sulle misure alternative di detenzione
•    Ogni stato membro dovrebbe promuovere ricerche studi e riflessioni sui bisogni specifici delle donne detenute
•    Ogni stato membro dovrebbe favorire e fornire risorse per attività in prorpio di donne ex detenute.

In Italia
Le donne condannate a pene detentive con figli minori non saranno più detenute in carcere fin quando il bambino non avrà compiuto il sesto anno di età (nel regime vigente il limite è di 3 anni di età), se non nella ipotesi in cui vi siano “esigenze di eccezionale rilevanza” (in tal caso la detenzione sarà disposta presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri – c.d. ICAM).
Così dispone la Legge 21 aprile 2011, n. 62 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 5 maggio 2011, n. 103) recante “Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”.
Le norme previste saranno applicabili anche ai padri, nel caso in cui la madre sia deceduta oppure assolutamente impossibilitata all’assistenza dei figli.
Le nuove regole scatteranno a partire dal primo gennaio 2014.
Nuove regole sono previste anche per quanto concerne il diritto di visita al minore infermo, anche non convivente da parte della madre detenuta o del padre.
Nella ipotesi di imminente pericolo di vita o anche nel caso di gravi condizioni di salute, il magistrato di sorveglianza potrà concedere il permesso con provvedimento urgente alla detenuta o imputata (o al padre) per far visita al figlio malato, con modalità che devono tener conto (nel caso ad esempio di ricovero ospedaliero) della durata del ricovero e anche del decorso della patologia.
Nelle ipotesi assolutamente urgenti il permesso viene concesso dal direttore dell’istituto.
Viene, altresì, previsto il diritto della detenuta o imputata (o del padre) di essere autorizzata dal giudice all’assistenza del figlio minore durante visite specialistiche, con un provvedimento che dovrà essere rilasciato non oltre le 24 ore precedenti la data della visita.
Altra novità concerne gli arresti domiciliari delle condannate incinte (o madri di figli con età inferiore a 10 anni), in quanto con la normativa prevista dal disegno di legge in commento si prevede che le condanne, in tal caso, possano essere espiate fino a 4 anni presso una casa famiglia protetta.
Il Ministero della Giustizia dovrà definire, con apposito decreto, le caratteristiche tipologiche delle strutture.
Nel caso in cui non vi sia concreto pericolo di fuga o, comunque, di commissione di altri delitti, e vi sia, inoltre, la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, le detenute potranno espiare la pena nella propria abitazione o, in ogni caso, in altro luogo privato o luogo di cura dopo aver scontato almeno un terzo della pena o almeno 15 anni nel caso di condanna all’ergastolo.
(Altalex, 6 aprile 2011. Nota di Manuela Rinaldi)

LEGGE 21 aprile 2011, n. 62
Modifiche al codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. (11G0105)
(GU n. 103 del 5-5-2011)
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga
la seguente legge:
Art. 1 Misure cautelari
1. Il comma 4 dell’articolo 275 del codice di procedura penale e’ sostituito dal seguente: «4. Quando imputati siano donna incinta o madre di prole di eta’ non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, non puo’ essere disposta ne’ mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Non puo’ essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputato sia persona che ha superato l’eta’ di settanta anni».
2. Al comma 1 dell’articolo 284 del codice di procedura penale sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «ovvero, ove istituita, da una casa famiglia protetta».
3. Dopo l’articolo 285 del codice di procedura penale e’ inserito il seguente: «Art. 285-bis. – (Custodia cautelare in istituto a custodia attenuata per detenute madri). – 1. Nelle ipotesi di cui all’articolo 275, comma 4, se la persona da sottoporre a custodia cautelare sia donna incinta o madre di prole di eta’ non superiore a sei anni, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, il giudice puo’ disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano».
4. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano a far data dalla completa attuazione del piano straordinario penitenziario, e comunque a decorrere dal 1° gennaio 2014, fatta salva la possibilita’ di utilizzare i posti gia’ disponibili a legislazione vigente presso gli istituti a custodia attenuata.
Art. 2 Visite al minore infermo
1. Dopo l’articolo 21-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e’ inserito il seguente:
«Art. 21-ter. (Visite al minore infermo). – 1. In caso di imminente pericolo di vita o di gravi condizioni di salute del figlio minore, anche non convivente, la madre condannata, imputata o internata, ovvero il padre che versi nelle stesse condizioni della madre, sono autorizzati, con provvedimento del magistrato di sorveglianza o, in caso di assoluta urgenza, del direttore dell’istituto, a recarsi, con le cautele previste dal regolamento, a visitare l’infermo. In caso di ricovero ospedaliero, le modalita’ della visita sono disposte tenendo conto della durata del ricovero e del decorso della patologia. 2. La condannata, l’imputata o l’internata madre di un bambino di eta’ inferiore a dieci anni, anche se con lei non convivente, ovvero il padre condannato, imputato o internato, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, sono autorizzati, con provvedimento da rilasciarsi da parte del giudice competente non oltre le ventiquattro ore precedenti alla data della visita e con le modalita’ operative dallo stesso stabilite, ad assistere il figlio durante le visite specialistiche, relative a gravi condizioni di salute».
Art. 3 Detenzione domiciliare
1. All’a linea del comma 1 dell’articolo 47-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, dopo le parole: «o accoglienza» sono inserite le seguenti: «ovvero, nell’ipotesi di cui alla lettera a), in case famiglia protette».
2. All’articolo 47-quinquies della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, secondo le modalita’ di cui al comma 1-bis»; b) dopo il comma 1 e’ inserito il seguente: «1-bis. Salvo che nei confronti delle madri condannate per taluno dei delitti indicati nell’articolo 4-bis, l’espiazione di almeno un terzo della pena o di almeno quindici anni, prevista dal comma 1 del presente articolo, puo’ avvenire presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri ovvero, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti o di fuga, nella propria abitazione, o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo di cura, assistenza o accoglienza, al fine di provvedere alla cura e all’assistenza dei figli. In caso di impossibilita’ di espiare la pena nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora, la stessa puo’ essere espiata nelle case famiglia protette, ove istituite».

Art. 4 Individuazione delle case famiglia protette
1. Con decreto del Ministro della giustizia, da adottare, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, d’intesa con la Conferenza Stato-citta’ ed autonomie locali, sono determinate le caratteristiche tipologiche delle case famiglia protette previste dall’articolo 284 del codice di procedura penale e dagli articoli 47-ter e 47-quinquies della legge 26 luglio 1975, n. 354, come modificati, rispettivamente, dagli articoli 1, comma 2, e 3 della presente legge.
2. Il Ministro della giustizia, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, puo’ stipulare con gli enti locali convenzioni volte ad individuare le strutture idonee ad essere utilizzate come case famiglia protette.
Art. 5 Copertura finanziaria
1. Agli oneri derivanti dalla realizzazione di istituti di custodia attenuata di cui all’articolo 285-bis del codice di procedura penale, introdotto dall’articolo 1, comma 3, della presente legge, pari a 11,7 milioni di euro, si provvede a valere sulle disponibilita’ di cui all’articolo 2, comma 219, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, compatibilmente con gli effetti stimati in termini di indebitamento netto.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addi’ 21 aprile 2011.

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli: Alfano

In Argentina

In Argentina sono state individuate  linee di lavoro alternative alla detenzione come unica risposta punitiva dello Stato nei confronti delle donne che hanno violato la legge penale:
– per le donne, una prima alternativa alla detenzione è legata alla condizione di madri di bambini minori di età. Oltre al riconoscimento della gerarchia costituzionale di numerosi trattati internazionali sui diritti umani e l’approvazione della Legge N. 26.472, che include le donne incinte o madri di figli minori di cinque anni tra le condizioni per ottenere l’arresto domiciliare, come prassi si dovrebbe evitare l’uso della detenzione o sostituirlo, quando questo non è possibile, con gli arresti domiciliari.
– In secondo luogo, le istituzioni coinvolte in questa ricerca sostengono la proposta di una modifica legislativa e delle relative pratiche giudiziarie, che permetta di sospendere la reclusione carceraria quando si tratta di donne al primo arresto accusate di delitti non violenti, come nel caso del traffico di droghe su scala ridotta.
– Applicazione delle misure di permessi transitori e di semilibertà previste dalle normative-
Si è visto infatti i regimi previsti  non sono adeguati alle condanne brevi, che sono quelle applicate alla stragrande maggioranza delle donne recluse, poiché le condanne sono concentrate nelle prime fasi del procedimento. Questo si traduce soprattutto nel fatto che le donne non hanno accesso ai permessi transitori o al regime di semilibertà.
Queste sono solo alcune delle proposte tese a produrre una drastica riduzione della quantità di donne detenute nell’ambito del Servizio Penitenziario Federale, così come la regolazione della detenzione allo scopo di ridurre l’enorme danno sociale prodotto dalla detenzione femminile, che non ha alcuna proporzione con il danno sociale prodotto dai delitti che vengono imputati.

In Messico
Detenute in carceri disumane, insieme ai loro figli di Patricia Briseno *
OAXACA, Messico, 4 settembre 2011 (IPS) – María S. adagia il figlio neonato sulla fredda lastra di cemento della sua cella nel penitenziario centrale della città di Santa María Ixcotel, sud-ovest del Messico.
Avvolto soltanto in una piccola coperta sottile, il bambino comincia a piangere. María S. (che chiede di mantenere l’anonimato) lo conforta e lo sdraia sul pavimento, mentre le altre nove detenute con cui condivide uno spazio di 20 metri quadrati la osservano.
Arrestata con l’accusa di spaccio di droga, la diciannovenne Maria S., della comunità indigena zapoteca, è una delle 234 detenute attualmente rinchiuse nelle 14 sovraffollate prigioni dislocate in tutto lo Stato di Oaxaca.
Abbandonata dalla sua famiglia, lei è solo una delle tante donne che vive nelle terribili condizioni dei penitenziari di Oaxaca.
L’anello più debole
Secondo i dati del Dipartimento di pubblica sicurezza (SSP in inglese) a Oaxaca, uno degli Stati più poveri del Messico, le donne rappresentano il sei per cento della popolazione carceraria del Paese.
Tra le 234 detenute ci sono donne ancora in attesa di giudizio e altre già condannate.
Se il carcere femminile non è disponibile nella giurisdizione in cui sono state incriminate, le donne vengono inviate nei reparti femminili di uno dei 14 penitenziari di Stato.
Le donne sono per lo più povere e la maggior parte di loro sono madri sole con figli a carico con meno di cinque anni – età in cui è necessario rinunciare alla custodia e affidarli a un parente o a un tutore.
Le detenute devono gestire da soli i loro figli, perché non ricevono assistenza dalle autorità carcerarie né cibi adatti ai bambini.
Alcune delle donne sono state arrestate per piccoli traffici di droga, altre per omicidio.
Ci sono 29 donne indigene, per lo più zapoteche originarie della catena montuosa meridionale, ma ci sono anche donne dal Mixe, mixteche, Triqui e altre popolazioni indigene.
La maggior parte di queste sono state spinte alla criminalità dalla terribile situazione economica. Alcune sono in prigione dopo essersi dichiarate colpevoli, ma altre sono ancora impantanate nelle procedure giudiziarie e in attesa del processo.
La povertà non lascia molte altre possibilità a queste donne: patire la fame o unirsi al traffico di stupefacenti. Così fanno la loro scelta di essere “trasportatrici di droga”. Sono l’anello più debole, dice il sociologo Concepción Núñez Miranda, l’ingranaggio più vulnerabile nella macchina di impunità che sostiene il commercio della droga.
Secondo Núñez Miranda, autore del libro intitolato “Traffico di droga, povertà, giustizia e diritti umani: Donne indigene in prigione per crimini contro la salute”, finché il Messico non affronterà il problema della povertà estrema, sempre più persone continueranno a migrare a nord e negli Stati Uniti e saranno facile preda dei cartelli della droga.
“Abbiamo bisogno di dare nuovo impulso alla lotta al narcotraffico in Messico, finora poco efficace, e convogliare le risorse sulla sanità, istruzione, occupazione e sulla riduzione della povertà strutturale che è la causa di arresti ingiusti di tante donne”.
Núñez Miranda, che nel 2006 ha ricevuto una menzione d’onore nel concorso Sor Juana Inés de la Cruz dall’Istituto Nazionale delle Donne (Inmujeres), dice che le donne di Oaxaca “sono sole”.
“I loro partner sono emigrati e sono state abbandonate dalle loro famiglie che non possono permettersi il costo del viaggio verso le città dove si trovano le detenute e non sono disposte a subire le umilianti perquisizioni cui sono soggette i visitatori delle carceri”.
Un esperto sostiene che un approccio di genere sia necessario per proteggere i diritti delle detenute.
“L’approccio di genere in un carcere vuol dire essere consapevoli che l’impatto sulle donne è diverso (rispetto a quello sugli uomini) e che, di conseguenza, non può esserci soltanto un approccio quantitativo”.
Particolarmente vulnerabili
Secondo Emmanuel Ruiz Castillo, sottosegretario alla Prevenzione, Criminalità e Reintegrazione sociale, il settantadue per cento delle detenute non sono state ancora processate né condannate.
A causa del sovraffollamento delle carceri molte di queste donne si trovano a condividere celle con detenute già condannate.
Attualmente ci sono sette donne in gravidanza che saranno trasferite all’Ospedale civile di Oaxaca non appena cominceranno ad avere le contrazioni.
Tenere i bambini in cella con le loro madri significa esporli quotidianamente ai disagi subiti dalle donne a causa del sovraffollamento delle carceri.
Il sottosegretario spiega che il suo dipartimento spende 8,6 pesos (70 centesimi di dollaro) a persona per dare da mangiare ai detenuti che hanno commesso reati a livello statale, e 50 pesos (quattro dollari) per i reati federali. © IPS
*L’articolo è apparso sull’agenzia messicana Comunicación e Información de la Mujer AC (CIMAC).(FINE/2011

Appendice
Dal carcere Numero 5 di San Cristobal de Las Casas, Chiapas, Messico
10 aprile 2011
Compagni e compagne delle differenti associazioni che oggi siete riuniti in questo incontro contro la tortura nelle carceri, buongiorno o buonasera a tutti e tutte voi. Vi manda un saluto la umile persona che sono io, e che la benedizione di Dio sia con voi, oggi e sempre.
Prima di tutto vi ringrazio per lo spazio che mi state dando. Oggi, per la prima volta, voglio raccontare con la  mia voce quello che ho vissuto e sto vivendo in questi 4 anni di carcere.
Il mio nome è Rosa López Díaz e sono un’indigena di lingua tzotzil, nata in una famiglia di umili origini, con poche risorse. Mi hanno arrestata il giorno 10 maggio del 2007 insieme a mio marito. Ci hanno accusato di un delitto che non abbiamo commesso. Ho sofferto trattamenti inumani come le torture fisiche, le torture psicologiche, minacce di morte. E’ stata la cosa più triste della mia vita. Come donna mai potrò scordare i volti delle persone che mi hanno picchiata senza un motivo, uomini e donne che dicono di avere un’autorità, ma non si toccano mai il cuore e si dedicano solamente a violare i diritti umani e a imputare delitti alle persone che non danno loro denaro. E fabbricano  i delitti di cui ci accusano e ci rinchiudono in carcere perchè non conosciamo i nostri diritti. E siamo calpestati, ignorati e privati dei nostri diritti come esseri umani.  Chiedo solo perdono a Dio, perchè un giorno possa curare le ferite che porto dentro e fuori. Quello che è il dolore  più grande della mia vita è che io mentre mi torturavano ero incinta di 4 mesi e dopo 5 mesi ho dato alla luce un bambino che si chiama Nataniel López López che è nato malato, con una paralisi cerebrale e deformato in volto. Non può muovere il suo corpo, nulla. I dottori hanno detto a mia madre che il bambino è nato malato per le torture che ho ricevuto quando mi hanno arrestato.
Oggi continuo a chiedere misericordia a Dio perchè mio figlio possa ricevere una cura adecuata alla sua malattia.  Ho toccato varie porte, ma nessuno mi ha fatto caso e oggi chiedo a Dio che tocchi il vostro cuore, perchè un giorno,  insieme, mi possiate aiutare a superare questo dolore che mi trascino dentro giorno dopo giorno sola. Ma non ce la faccio più, ho bisogno di tutti voi, compagne e compagni, perché  insieme dobbiamo distruggere il mal governo che gestisce i nostri paesi. Ci meritiamo di essere trattati con dignità, ci meritiamo uguaglianza, pace, giustizia, democrazia. Perchè in un mondo di bambini, entrano molti mondi!
Compagni e compagne non perdetevi d’animo, non vi lasciate turbare. Bisogna continuare ad andare avanti senza guardarci  indietro. Dobbiamo perseverare per vincere. E animo in tutte le vostre attività.
Tutti quelli che sono presenti oggi non mi conoscono, però sento comunque che siamo una grande famiglia unita, perché dove siete voi, ci sono io e dove sono io, ci siete voi. Vi porto nel mio cuore oggi e sempre, in questo incontro  indimenticabile vi saluto.
> Dio benedica ognuno di voi e le vostre famiglie.
> A presto.Rosa López Díaz
>
RISPOSTA DELLE MADRI PER ROMA CITTA’ APERTA
> Roma 20 aprile 2011
Cara Rosa,  un poeta italiano ha scritto che la pancia di una donna è una culla, che una donna non è il cielo, ma terra che non vuole la guerra, e se pensiamo a una donna pensiamo a tutta l’umanità.
Questo ci è venuto in mente quando abbiamo letto la tua lettera. Solo una donna poteva scrivere cose così semplici e profonde insieme, solo una donna parlando di sé ha  parlato a tutti, solo una donna poteva parlare di un figlio con la struggente commozione con cui ne hai parlato tu.
Noi, donne e madri italiane, siamo state profondamente colpite dalle parole che ci hai scritto. Sappiamo che non c’è futuro per i nostri popoli se non si parte dalla difesa delle donne nella società.
Parità e dignità vuol dire dare a tutte le Rose del mondo la possibilità vera di veder crescere i propri figli, di poterli svegliare ogni mattina, di accompagnarli a scuola. Vuol dire permettere ai bambini di essere bambini e vivere la loro infanzia serenamente. ‘Prima le donne e i bambini’ non può essere una frase priva di senso ma un impegno fondante per uomini e governi.

Intervista a Franca Salerno, militante dei Nuclei armati proletari, arrestata nel 1975 e condannata dopo un tentativo di evasione a 18 anni per banda armata.
Al processo, a quanti anni ti hanno condannata? “A 18, per banda armata”.
Sapevi di essere incinta al momento dell’arresto? “Sì, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era stata portata via con l’autoambulanza ferita, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale”.
Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? “Guarda che io il figlio l’ho fatto fuori, in carcere l’ho partorito. Ma non mi sono sentita mamma da subito, all’inizio mi vergognavo. Quasi che il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione”.
Ed è rimasto con te in carcere? “Sino ai tre anni andava e veniva, perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola, come a Nuoro, dove in sezione c’eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo alla prova”.
Come si chiama? “Antonio”.
Poi cosa è successo? “Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita. Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che “loro” mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme, per crescerci assieme”.
Chi lo ha tenuto? “Mia madre, mia sorella, l’altra nonna”.
Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? “Si, aveva cinque anni e voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c’è stato quando sono uscita e lui aveva 16 anni”.

Da “Donne ai tempi dell’oscurità- Voci di detenute politiche  nell’Argentina della dittatura militare” di Norma Victoria Berti
La maternità
Nidia “ Fui molto felice quando in carcere ebbi la certezza d’essere incinta. Vissi il tempo della gravidanza  con tranquillità, in condizioni fisiche e psicologiche di serenità ed equilibrio. Sentire mio figlio che cresceva giorno dopo giorno era un sfida alla vita che ci stavano negando. Mio figlio era una vita che stava nascendo con forza contro ogni previsione, in un luogo concepito per la non-vita, per frenare la continuazione della vita. Sapevo che sarebbero passati molti anni prima che potessi stare con lui dopo la sua nascita però la certezza della maternità mi dava una proiezione differente, mio figlio sarebbe nato libero e io, un giorno l’avrei raggiunto fuori dal carcere dove lui m’avrebbe aspettata”.
Nidia”Quando mi tolsero il bebè sentii una lacerazione quasi fisica. Mi ero preparata psicologicamente per mesi a questo momento, ma non potei evitare un doloroso impatto emotivo. Credo di non aver neppure pianto per lo stordimento e l’alienazione che il trauma mi provocò , o forse, per non spalancare le porte allo sconforto che senza dubbio mi avrebbe condotta alla depressione più profonda. Era necessario superare questo sentimento e impedirgli di diventare ossessivo e permanente, pensare ad altro…..”
Nonostante ne fosse noto il destino, la separazione dai figli fu sempre un’esperienza dolorosa, ma immaginare la vita dei figli fuori dal carcere fu anche un sollievo , almeno per quelle madri che avevano la certezza d’aver affidato i piccoli alle loro famiglie.
Il regime carcerario del penitenziario di Villa Devoto offrì alle detenute, mesi più tardi, (siamo nel 1977), la possibilità di rivedere sia i figli nati dal carcere che quelli, sempre assai piccoli, dai quali erano state separate al momento dell’arresto.
Estela” I bambini erano un altro problema. Dopo aver sopportato lunghi viaggi , code interminabili, aver subito la perquisizione erano introdotti in un ambiente lugubre, in corridoi pieni di cancelli e di gente in uniforme che gridava ordini, essi arrivavano stanchi e storditi. I più piccoli erano disorientati, non capivano perché dovevano avvicinare la bocca al microfono per poter parlare con la mamma…Era duro incontrarsi con i bambini attraverso un vetro. Alcuni chiedevano se anche la mamma avesse un corpo e le gambe .Molti disegni infantili dell’epoca testimoniano dell’iniquità di queste modalità di incontro: la madri sono raffigurate solamente con un volto disegnato in un riquadro”
La cura dei bambini, affidati soprattutto ai nonni, fu anch’essa fonte di litigi e di conflitti di diversa natura, né mancarono tensioni per stabilire che dovesse avere cura dei piccoli  e come aver cura di loro.
Estela “Un problema fu la separazione dei bambini: uno l’allevò mia madre e l’altro mia zia. Io protestavo, imploravo, insistevo perché i bambini restassero insieme, ma non ottenni nulla. Mi sentivo impotente perché non potevo minimamente influire sulle decisioni che riguardavano i miei figli:”
Per le madri , una volta rimesse in libertà, il compito essenziale e delicatissimo sarà quello di recuperare la relazione con i loro figli cresciuti lontani da loro e che, praticamente , non le conoscevano

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