Ricordando Carlo Giuliani

Di più
o di meno dello scorso anno? La memoria distorce i ricordi: nessuno sa dirlo
con precisione tra le centinaia di persone che domenica scendevano per via
Venti verso Piazza Alimonda

di
Checchino Antonini

Di più
o di meno dello scorso anno? La memoria distorce i ricordi: nessuno sa dirlo
con precisione tra le centinaia di persone che domenica scendevano per via
Venti verso Piazza Alimonda. Era il 20 luglio di sette anni fa che la pistola
di un carabiniere ammazzava un ventitreenne che s’era trovato incastrato nelle
cariche illegittime contro un corteo regolarmente autorizzato che voleva solo
contestare il G8.

S’è
marciato seguendo la banda senza nome di musicisti rom, gli stessi che suonano
nei vicoli del centro. Un lenzuolo bianco colorato da mani intinte nella
vernice e, più tardi, la decorazione con impronte digitali della piazza
denunciano il razzismo dei governanti contro i bambini rom. Gli slogan e gli
applausi rimbombano sotto il Ponte monumentale dedicato ai partigiani:
"Carlo è vivo!".

Gracchia
la radio di uno della digos che a manifestare sono in 500 e altrettanti saranno
già in piazza. Giuliano Giuliani, che ha fortemente voluto questo corteo, conta
almeno 800 partecipanti. Avanti a tutti marcia, tenendosi a braccetto con
Haidi, un gruppo di madri, sorelle, figlie. Stefania, la mamma di Renato
Biagetti che lotta perché l’omicidio di suo figlio non sia rubricato alla voce
"rissa tra balordi", proprio come fa Rosa, la mamma di Dax. Ci sono la
sorella di Iaio, ucciso trent’anni fa dai fascisti col suo compagno Fausto, e
c’è Natascia, la figlia di Giuseppe Casu, ucciso dalla malapsichiatria che l’ha
legato a un lettino di contenzione per sette giorni. Anche di Carlo si dice che
aggredì con l’estintore anziché che provò a difendersi.

In
Alimonda Andrea Rivera ha dedicato uno dei suoi blues a Carlo, Federico
Aldrovandi, Aldo Bianzino, raccontando di un’Italia di ecomafie, lavoro nero,
diritti negati, cocaina nell’aria, nuvole di Fucksas per cantarci sotto "Piove
governo ladro". Non l’avessero ucciso, Carlo avrebbe avuto trent’anni,
l’età in cui aveva promesso a Enrico, per tutti Gogo, che avrebbero aperto un
bar insieme: «Sette anni fa ha pagato il prezzo più alto – ha letto Enrico dal
palco – e il giorno dopo i violenti eravamo noi». La memoria è dolore: Carlo
aveva 17 anni quando lesse, per un servizio tv, le lettere dei condannati a
morte della Resistenza. Domenica la sua voce registrata è risuonata a ridosso
delle 17,27, l’ora dell’omicidio per il quale non c’è mai stato processo.

Lettere
di ragazzi come lui che chiedevano scusa alle famiglie ma non avevano nulla da
rimproverarsi. Sulla cancellata della chiesa tornano gli striscioni, le poesie
scritte sui fogli di quaderno, i quadri. In piazza, tra gli altri, don Gallo,
alcuni dei portavoce di quel luglio – Raffaella Bolini, Vittorio Agnoletto,
Alfio Nicotra, Luciano Muhlbauer, che il giorno prima avevano partecipato alla
discussione sul prossimo G8 alla Maddalena – e tanta gente di sinistra e di
Rifondazione genovese e nazionale, Paolo Ferrero, Claudio Grassi, Giovanni
Russo Spena, Tiziana Valpiana. «Un dovere politico esserci – spiegano – specie
dopo la scandalosa sentenza che ha finto di non vedere la tortura a Bolzaneto».

A un
angolo della piazza, quello che sembra il più alto in grado dei digossini
ordina: «Bisogna capire che vuol dire quel 25!». Gli dev’essere sfuggito il tg
regionale che ha mostrato alcune delle vittime di Diaz e Bolzaneto respinte
poco prima del corteo all’ingresso di Tursi, il municipio, perché avevano
indosso una maglietta con quel numero stampigliato. 25 come i manifestanti
condannati per devastazione e saccheggio, scelti a casaccio tra i 300mila per
obbedire a un teorema e contro cui il predecessore di Vincenzi aveva provato a
costituirsi parte civile.

Volevano
solo dire alla nuova sindaca (che punta a ospitare l’agenzia Ue per i diritti
umani e che domenica ha ricevuto alcune delle vittime della Diaz) che «Genova
non può essere una città dei diritti finché i responsabili delle violenze e
delle torture continueranno a occupare posizione di comando e a essere
promossi». cena?

 

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