La repubblica - Mercoledì 19 marzo 2008

 

Carlo Bonini

Il  nuovo manifesto del delirio ultrà

“La rivoluzione parte dalla curva”

 

Nella notte di un derby che, in nome di Gabriele Sandri, si annuncia della pubblica riconciliazione” almeno tra tifoserie, c’è una scoperta che racconta dell’altro. Di quale odio covi nelle curve dell’Olimpico, quale ne sia il segno ideologico e il possibile trasversalismo, quali possono esserne gli sbocchi, dentro e fuori lo stadio. Non stanotte. Non domani. Ma in un futuro non troppo lontano. E’ un ciclostile di ventinove pagine dal titolo onirico-“Ultras oltre il tempo. Storie di barricate e lacrimogeni”- che all’alba del 23 febbraio scorso, viene trovato in un appartamento di Ponte Lungo, quartiere tuscolano. L’uomo che ne è in possesso non è esattamente un ragazzino. Si chiama Roberto Sabuzi. Ha 41 anni ed un lavoro . E’ un tifoso della Lazio. Si fa chiamare “er capitano”. Gli mettono le manette per ordine del pubblico ministero Pietro Saviotti. Perché ha partecipato ai fatti dell’11 novembre 2007, la domenica della vendetta, dell’assalto alle caserme. La notte in cui il sangue di Gabo doveva chiamare altro sangue.

Gli investigatori che si rigirano tra le mani lo scartafaccio si stropicciano gli occhi. Non tanto per l’abborracciato quanto farneticante scheletro ideologico che lo sostiene. Ma per ciò che il documento , per la prima volta suggerisce e teorizza: un abbraccio tra una forma di fascismo primordiale, delle origini e il ribellismo anarchico; l’urgenza di una nuova forma di “clandestinità “ nelle curve che recuperi le origini del “pensiero ultras” rendendo invisibile le nuove sigle che a quel pensiero si ispirano; la necessità di rompere il “ghetto” dello stadio per esportare nelle piazze “la rivolta”. Insomma, un nuovo “ trasversalismo della ribellione violenta” come vuole l’incipit del documento; “Dedichiamo questo scritto a tutti i patrioti, rivoluzionari e ribelli italiani. In particolare: a Garibaldi, alle squadre di azione e le sette carbonare del risorgimentali: agli Arditi della prima guerra mondiale; a Benito Mussolini;…agli eroi di Bir El Gobi ed el Alamein: a Carlo Giuliani, per non dimenticare; a Edo, Sole e Baleno, come  a tutti gli anarchici scomparsi nelle prigioni di stato dei quali da anni non si ha notizia, con immenso rispetto”

Il ciclostile ha delle annotazioni in corsivo . Di Sabuzi, sono convinti gli inquirenti. Che, verosimilmente ne è anche uno degli estensori. Sicuramente il ciclostile ha circolato e circola nelle curve. “Ci teniamo a precisare-si legge- che questo ciclostilato non ha assolutamente scopo di lucro. Le piccole offerte serviranno a sostenere le spese processuali sostenute dalle famiglie di alcuni nostri amici….Non possono essere descritti tutti gli scontri ai quali abbiamo partecipato. Qualcuno di noi dovrebbe cominciare dalla fine degli anni ’70…Nessuna resa all’assalto del tempo, per carità. Nuovi impulsi di ribellione si aprono a chi sa trovare la strada. Non troverete nomi, cognomi, codici di identificazione. Chi deve capire, che c’era, capirà. Alle guardie di tutte le età, le condizioni, le simpatie umane e calcistiche: non leggete queste pagine!”.

Il gruppo si presenta così: “Siamo ultras romani e vogliamo manifestare il nostro disagio (a volte disgusto) nei confronti di un ambiente che non ci appartiene più…Nell’inesorabilità e nella durezza di una repressione invocata dagli “ spacciatori dell’oppio dei popoli ( il calcio),dai seminatori di in cultura sociale, dalla meschinità degli pseudo ultras, di fronte al Dio denaro, legami fino a ieri indissolubili si sciolgono provocando fratture insanabili”. La strada, dunque, è un ritorno alla “purezza” sotto l’ombrello di una nuova sigla “Ultras Lazio”. “Ultras Lazio”-si legge- è l’incontro di anziani militanti della curva Nord con i giovani ultras che vogliono effettivamente sperimentare l’impulso della mentalità ultras in luogo di qualsiasi altra esperienza esistenziale, che viene considerata da questi giovani con disprezzo “borghese”…Prende così corpo l’idea di un movimentiamo ribelle ed irregolare antipolitico, quello stesso che ha contrassegnato la storia del “primo fascismo”. Per farne cosa?

“Il nucleo più consapevole degli Ultras Lazio -prosegue il documento- ha un retroterra teorico che lo porta ad identificare nello squadrismo mistico-fascista l’essenza di una condotta che vuole essere una risposta nelle nera consapevolezza di una sterilità politica contingente (la politica” è rifiutata dai ribelli in quanto luogo di tenebrosi giochi di tipo capitalistico  e mercantilistico, inevitabilmente scaduti a logiche di accumulazione di denaro fondate su intrighi e menzogne)”.

Nella farneticazione squadrista, il ciclostile indica la ricerca di aggregazione con ogni forma di nuovo radicalismo . “Riserviamo stima,senza ombra di dubbio, a quei compagni di cui condividiamo la mentalità radicalista, barricadiera, che li porta non a caso in prima fila nella lotta a fianco delli oppressi e degli emarginati”- e un metodo. “Per i giovani delle squadre fasciste del 1919 e del 1920, il farsi fascisti divenne una ribellione ai costumi, alla morale, alle ipocrisie  e alle debolezze della borghesia. Non può cos’ stupire che quando parte “ la carica alle guardie” il grido di battaglia, come una sfida intera al mondo antifascista, rimane il classico “ Duce, Duce”.

Nella cartellina in cui Sabuzi custodiva il manifesto del nuovo “ultras”, un secondo documento di 23 pagine, in lingua inglese- Bodyhanner: tactis and self-defense for moderm protester- traduce la teoria in prassi della violenza. Si va dalla storia delle centurie romane e della formazione a testuggine, agli scontri di Napoli (17 marzo 2001) tra no-global e polizia. Di quell’esperienza si consiglia di ricordare l’utilità dei grandi scudi di plexiglass”. “ leggeri, facili da fabbricare, psicologicamente disarmanti per la polizia, che non potrà vedere la prima linea di carica, perdendo così il senso di adrenalina nei confronti dei singoli lanciati all’assalto”