24 Luglio, 2008 14:29
Ricordando Carlo Giuliani
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Di più o di meno dello scorso anno? La memoria distorce i ricordi: nessuno sa dirlo con precisione tra le centinaia di persone che domenica scendevano per via Venti verso Piazza Alimonda
di Checchino Antonini
Di più o di meno dello scorso anno? La memoria distorce i ricordi: nessuno sa dirlo con precisione tra le centinaia di persone che domenica scendevano per via Venti verso Piazza Alimonda. Era il 20 luglio di sette anni fa che la pistola di un carabiniere ammazzava un ventitreenne che s’era trovato incastrato nelle cariche illegittime contro un corteo regolarmente autorizzato che voleva solo contestare il G8.
S’è marciato seguendo la banda senza nome di musicisti rom, gli stessi che suonano nei vicoli del centro. Un lenzuolo bianco colorato da mani intinte nella vernice e, più tardi, la decorazione con impronte digitali della piazza denunciano il razzismo dei governanti contro i bambini rom. Gli slogan e gli applausi rimbombano sotto il Ponte monumentale dedicato ai partigiani: "Carlo è vivo!".
Gracchia la radio di uno della digos che a manifestare sono in 500 e altrettanti saranno già in piazza. Giuliano Giuliani, che ha fortemente voluto questo corteo, conta almeno 800 partecipanti. Avanti a tutti marcia, tenendosi a braccetto con Haidi, un gruppo di madri, sorelle, figlie. Stefania, la mamma di Renato Biagetti che lotta perché l’omicidio di suo figlio non sia rubricato alla voce "rissa tra balordi", proprio come fa Rosa, la mamma di Dax. Ci sono la sorella di Iaio, ucciso trent’anni fa dai fascisti col suo compagno Fausto, e c’è Natascia, la figlia di Giuseppe Casu, ucciso dalla malapsichiatria che l’ha legato a un lettino di contenzione per sette giorni. Anche di Carlo si dice che aggredì con l’estintore anziché che provò a difendersi.
In Alimonda Andrea Rivera ha dedicato uno dei suoi blues a Carlo, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, raccontando di un’Italia di ecomafie, lavoro nero, diritti negati, cocaina nell’aria, nuvole di Fucksas per cantarci sotto "Piove governo ladro". Non l’avessero ucciso, Carlo avrebbe avuto trent’anni, l’età in cui aveva promesso a Enrico, per tutti Gogo, che avrebbero aperto un bar insieme: «Sette anni fa ha pagato il prezzo più alto - ha letto Enrico dal palco - e il giorno dopo i violenti eravamo noi». La memoria è dolore: Carlo aveva 17 anni quando lesse, per un servizio tv, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Domenica la sua voce registrata è risuonata a ridosso delle 17,27, l’ora dell’omicidio per il quale non c’è mai stato processo.
Lettere di ragazzi come lui che chiedevano scusa alle famiglie ma non avevano nulla da rimproverarsi. Sulla cancellata della chiesa tornano gli striscioni, le poesie scritte sui fogli di quaderno, i quadri. In piazza, tra gli altri, don Gallo, alcuni dei portavoce di quel luglio - Raffaella Bolini, Vittorio Agnoletto, Alfio Nicotra, Luciano Muhlbauer, che il giorno prima avevano partecipato alla discussione sul prossimo G8 alla Maddalena - e tanta gente di sinistra e di Rifondazione genovese e nazionale, Paolo Ferrero, Claudio Grassi, Giovanni Russo Spena, Tiziana Valpiana. «Un dovere politico esserci - spiegano - specie dopo la scandalosa sentenza che ha finto di non vedere la tortura a Bolzaneto».
A un angolo della piazza, quello che sembra il più alto in grado dei digossini ordina: «Bisogna capire che vuol dire quel 25!». Gli dev’essere sfuggito il tg regionale che ha mostrato alcune delle vittime di Diaz e Bolzaneto respinte poco prima del corteo all’ingresso di Tursi, il municipio, perché avevano indosso una maglietta con quel numero stampigliato. 25 come i manifestanti condannati per devastazione e saccheggio, scelti a casaccio tra i 300mila per obbedire a un teorema e contro cui il predecessore di Vincenzi aveva provato a costituirsi parte civile.
Volevano solo dire alla nuova sindaca (che punta a ospitare l’agenzia Ue per i diritti umani e che domenica ha ricevuto alcune delle vittime della Diaz) che «Genova non può essere una città dei diritti finché i responsabili delle violenze e delle torture continueranno a occupare posizione di comando e a essere promossi». cena?
16 Luglio, 2008 16:59
In risposta al piano di sicurezza del Sindaco Alemanno
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Al Sindaco di Roma
Abbiamo
appreso dalla stampa il suo piano di sicurezza per far vivere i cittadini di
Roma più tranquilli e sereni. Abbiamo letto di 4000 pistole ai vigili urbani e
di circa 300 militari distribuiti nelle periferie romane. E ancora sgomberi ai
centri sociali.
Il piano sembra indirizzato a controllare una parte della città che lei sente sua nemica. E che il suo metodo sia preferibilmente quello della repressione.
Anche il nostro Comitato di Madri per Roma Città Aperta si è costituito sul tema della sicurezza. Un giovane ingegnere romano di 26 anni, Renato Biagetti è stato accoltellato dopo un concerto di musica reggae a Focene da due giovani del posto di 17 e 18 anni.
Noi madri, che non disponiamo di apparati di sicurezza come vigili urbani armati e soldati per proteggere i nostri e i figli degli altri, giovani che ascoltano musica e lavorano, abbiamo scelto di lavorare in un altro modo. Lavoriamo con il dialogo democratico, mettendo al primo posto il rispetto della vita e delle diversità. Ci farebbe piacere se lei volesse prendere in considerazione la nostra esperienza di madri e tentasse di risolvere il problema della sicurezza prioritariamente attraverso il confronto con le tante realtà che compongono il corpo sociale della nostra città..
Provi a considerare le occupazioni di spazi pubblici degradati, e abbandonati come proposte sociali, economiche e culturali.
Provi a considerare, come ha fatto in occasione delle impronte ai bambini rom, di vedere un bambino prima di vedere un delinquente.
Provi a considerare i cittadini come una società da cui farsi rispettare e non temere.
Noi pensiamo che, con tali fattivi accorgimenti, la percezione di sicurezza di cui tanto si parla forse sarebbe rafforzata.
La violenza non è solo quella diretta, del pugno, dello stupro, della coltellata, ma è anche quella strutturale di un intero sistema a danno delle categorie economiche e sociali più fragili (come nel caso dei rom e degli immigrati) e quella culturale, la più subdola e devastante. Su quest’ultima si basano i regimi dittatoriali ed è questa che porta a volere l’eliminazione del diverso.
In questo momento a Roma la violenza è di tutti e tre i tipi ma l’opinione pubblica vede solo la prima. L’autorità pubblica e di governo alimenta, a nostro parere, questa lettura e ritiene che si possa agire solo in forma autoritaria, non considerando un aspetto: i gruppi che vengono considerati una minaccia per la sicurezza ( rom e non solo), provocano la minaccia o subiscono il degrado? Non si cerca di distinguere fra buoni e cattivi, si sceglie di usare la forza per tutti e per ogni occasione.
A nostro parere bisogna invece partire dai bisogni e avviare subito procedure per risolverli.
Le chiediamo quindi di farci sentire sicuri in una “città aperta”, in serenità e non perché fuori nella strada ci sia un vigile urbano armato e un militare volontario nelle cui regole di ingaggio Bagdad o Roma sono considerati alla pari. Ricorrere alle armi serve solo ad acuire i problemi, non certo a cercare soluzioni.
Madri per Roma Città Aperta
madrixromacittaperta.noblogs.org
madrixromacittaperta@libero.it
04 Luglio, 2008 20:10
Riccardo come Federico
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Il caso La vittima aveva 34 anni, l'intervento perché aveva lanciato petardi
«Soffocato da 4 poliziotti»
Il giallo che scuote Trieste
L'accusa: sono saltati sulla schiena di un fermato
MILANO — Ammanettato, le mani dietro la schiena, i piedi legati con filo di ferro. Nonostante fosse immobilizzato, «esercitavano sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie». Poi, «nonostante fosse ammanettato, continuavano a tenerlo in posizione prona per diversi minuti».
È così che, secondo la procura di Trieste, quattro poliziotti della Volante hanno provocato la morte di Riccardo Rasman, 34 anni, una pensione da invalido per atti di nonnismo subiti durante il servizio militare, e un monolocale in affitto dove non ha mai dormito. Un gigante buono, figlio di operai, e una sorella, Giuliana, che un giorno gli promise che nessuno gli avrebbe più fatto del male. Promessa disattesa il 27 ottobre 2006 quando gli agenti, allertati da un vicino di casa, fanno irruzione in casa sua. Nasce una colluttazione, mai negata dai poliziotti, ma giustificata «dall'intento di difendersi dalla reazione inconsulta di Rasman e nella convinzione di trovarsi nell'esercizio di un dovere».
Dopo quasi due anni di indagini e un'iniziale
istanza di archiviazione, ora il caso Rasman sembra avviarsi verso il
processo: qualche giorno fa il pm Pietro Montrone ha notificato ai
quattro indagati l'avviso di conclusione dell'inchiesta, preludendo a
una richiesta di rinvio a giudizio. Trieste come Ferrara. La fine di
Riccardo ricorda la tragedia di Federico Aldrovandi, lo studente morto
a 18 anni il 25 settembre 2005 dopo un intervento di polizia. Il
processo di primo grado che vede imputati quattro agenti è prossimo
alla sentenza. Casi apparentemente fotocopia. «Asfissia da posizione»
la causa di morte per entrambi; per ognuno, quattro i poliziotti
coinvolti di cui tre uomini e una donna; identico capo di imputazione:
«omicidio colposo». E un avvocato in comune, Fabio Anselmo.

Riccardo Rasman quando giocava a calcio
Solo coincidenze? «Le similitudini sono inquietanti — spiega il legale, chiamato, tramite gli Aldrovandi, dalla famiglia di Riccardo —, ma aldilà degli aspetti tecnici, colpisce che entrambe le vittime siano persone deboli, che non avrebbero mai fatto male a nessuno. Con un'unica colpa: aver fatto un po' di rumore». All'alba del 25 settembre di tre anni fa Federico urla e tira calci a vuoto quando una signora avverte il 113. Dopo l'intervento di una volante, muore ammanettato con la faccia sull'asfalto. Il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman, una volta aspirante meccanico, ridotto a invalido dopo sette mesi in Aeronautica, tira petardi dal balcone perché è felice: ha trovato lavoro come netturbino. Una dirimpettaia avverte la polizia e il copione si ripete. Gli agenti sfondano la porta, Riccardo reagisce. Nessuno aspetta di sapere se per caso ha qualche problema psichico. Quando si appura che è in cura in un centro di salute mentale, è già troppo tardi: dopo botte, manette e rantolii, Riccardo smette di respirare, forse terrorizzato anche dalle uniformi, secondo la sorella. In cucina un biglietto, scritto prima dell'irruzione: «Mi sono calmato, per favore non fatemi del male».
Grazia Maria Mottola
04 luglio 2008
Corriere della Sera
18 Maggio, 2008 20:07
Il 17 maggio si manifesta a Verona ricordando il recente assassinio di Nicola Tommasoli. La mia casella di posta elettronica e' piena di messaggiche me lo ricordano.
Per Lorena Cultraro, quattordicenne uccisa, bruciata, gettata in un pozzo,non mi arriveranno comunicati e inviti. Non ci sara' una manifestazione nazionale per Lorena promossa dai partiti della sinistra. Nessuno scrivera un appello dal titolo "Lorena siamo tutti noi". Nessuno si sentira' fieramente antifascista e percio' orripilato per la sorte di Lorena. E infatti che c'entra?
Ci sono troppi fattori diversi. I tre assassini sono minorenni, hanno alle spalle famiglie da tutelare, e poi esprimevano a loro modo dei bisogni, e. c'e' da fare il conto con la loro "diversa" cultura, no?
Hanno pianificato l'omicidio, hanno pianificato l'occultamento del cadavere,ma erano evidentemente in preda a raptus: "abbiamo perso la testa", hanno dichiarato. E poi, maggior differenza di tutte, il cadavere di Niscemi e'
di sesso femminile. Quindi, come ben dicono le tacche sui calci delle pistole di John Wayne, sono cadaveri che "don't count", le donne non si contano, valgono meno e tutti sappiamo che valgono meno, percio' a che pro agitarsi tanto? Sara' stata consenziente. Un po' se l'e' voluta. Non avrebbe dovuto... (e qui metteteci quel che vi pare: uscire da sola, innamorarsi, avere amici). E' colpa sua. Percio' i tre fascistelli assassini, che tali sono perche' imbevuti di ideologia patriarcale, non riceveranno le manifestazioni di sdegno di nessun eminente politico e gli opinionisti sdottoreranno di psicologia e pulsioni, e qualche testa di rapa proporra' ancora che le femmine escano di casa indossando un collare da cane (al polso) con messaggino d'aiuto incorporato, o che non dimentichino lo spray al peperoncino, o che si impegnino in corsi d'autodifesa i quali insegnano come si cacciano le dita negli occhi ad un altro essere umano, ma niente sul tuo valore e sulla stima che fai di te stessa. E meno che mai su cosa fare quando ami il tuo assassino.
La prossima Lorena ricevera' tutti questi messaggi: che la morte della sua coetanea non conta nulla per nessuno, che quindi gli adulti sono ancora piu' falsi e ipocriti di quanto pensava e non si puo' assolutamente contare su di loro quando si e' nei guai; che le donne sono vittime predestinate e se manifestano segni di indipendenza e intraprendenza devono essere severamente punite; che la sessualita', per le donne, e' morte. Poi la prossima Lorena verra' assassinata, ed io leggero' a commento eruditi articoli sugli effetti dei videogiochi sulla psiche giovanile. Le mani dei "piccoli" omicidi verranno impunemente armate di nuovo, e di nuovo, dall'indifferenza, dalla misoginia e dal machismo. Ma alla sinistra i "femminicidi" interessano, quando interessano, solo se si danno a Ciudad Juarez.
E alla destra solo se gli assassini sono romeni.
MARIA G. DI RIENZO
11 Maggio, 2008 19:04
Renato, Stefania e la Costituzione
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