Gentile Prefetto Mosca,

con grande rammarico abbiamo appreso la notizia del suo allontanamento dall’incarico. In verità la notizia non ci ha preso di sorpresa perché già da molte settimane se ne leggeva sui giornali ma abbiamo voluto credere fino alla fine che lo spessore istituzionale della persona, il suo alto profilo morale, la grande umanità avesse il sopravvento su quello che non esitiamo a definire un atto gravemente autoritario e antidemocratico.

Manteniamo il ricordo di un incontro civile, dove l’aggettivo civile rimanda a incontro tra cittadini sia pure molto lontani tra loro e, a volte, su posizioni contrapposte che, però, trovano nel confronto la via per dare sostanza alla parola democrazia.

Cresce in noi il timore che stiamo vivendo tempi sempre più lontani da questi valori e sicuramente il suo allontanamento non fa che confermare il nostro timore.

Noi continueremo a lottare perché la nottata, come direbbe Eduardo, abbia termine e siamo sicure che Lei farà altrettanto.

Con stima

 

Madri per Roma Città Aperta

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di CURZIO MALTESE

AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.


Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
(30 ottobre 2008)


Roma 21 Ottobre 2008

 

 

Al Sindaco di Roma

Al Prefetto

Al Presidente della Provincia di Roma

Abbiamo appreso dell’intervento di sgombero effettuato stamattina presso il Centro sociale Horus, un centro che raccoglie attualmente le presenze più giovani tra gli occupanti i centri sociali romani. Riteniamo quindi L’attacco ad Horus è quindi ancora più odioso, perché colpisce giovanissimi che stanno costruendo il loro progetto di vita e offrono a tutta la città il loro progetto urbano e i loro spazi liberati.

Avevamo chiesto al Sindaco di  considerare le occupazioni di spazi  degradati e abbandonati come proposte sociali, economiche e culturali, e di instaurare con i cittadini un dialogo aperto e rispettoso delle differenze, per non creare un clima violento e repressivo.

Il presupposto dell’illegalità applicato per motivare lo sgombero e ripetuto dal Sindaco Alemanno , dovrebbe essere applicato a ben altre situazioni romane, come abusivismo edilizio, illegalità nelle trattative di trasformazione del territorio romano, che hanno riempito sicuramente le tasche di proprietari, di costruttori, di realizzatori di centri commerciali inutili e di faccendieri, pubblici e privati, che su questo hanno costruito vere e proprie  fortune personali .

La nostra città è stata trasformata in un vero e proprio trionfo dell’illegalità.

Lo Stato e le Amministrazioni locali devono essere loro stessi modelli di legalità per i cittadini.

Occupare un immobile abbandonato, fonte di degrado e di disagio non è illegalità ma è una proposta democratica di utilizzo della città.

Lo sgombero di Horus è il vostro piano di cancellare la straordinaria esperienza dei centri sociali, spazi sottratti alla speculazione e alla rendita, luoghi di produzione culturale, luoghi di socialità fuori dalle logiche del mercato, luoghi del conflitto, luoghi di libertà. Spazi liberati che hanno ridisegnato il territorio dal basso, promosso occupazioni abitative, reti antisfratto, sportelli contro la precarietà, palestre popolari, laboratori di sperimentazione culturale e tanto altro ancora, ma certamente non sono mai stati luoghi di violenza e discriminazioni.

I centri sociali sono realtà che, ormai da decine di anni, producono attività di diverso interesse sociale e politico in ogni angolo del pianeta. Veri e propri laboratori di democrazia, luoghi di sperimentazione di un’altra città, dentro la città, sono popolati da studenti, precari, migranti, operai.  Hanno costruito uno spazio che va oltre i muri dell’edificio occupato, un protagonismo sociale che si diffonde in città e diventa di interesse pubblico.

Forse proprio per questo la presenza dei Centri Sociali in ogni territorio è ancora considerata dalle istituzioni un’anomalia da reprimere e normalizzare e non quello che sono in realtà per chi li vive quotidianamente: spazi di libertà e democrazia, luoghi di produzione politica, sociale e culturale.

Noi madri, che a partire dall’aggressione e dalla cultura dell’odio abbiamo scelto e praticato la via del dialogo e del rispetto delle diversità e ne abbiamo fatto il nostro impegno politico, vogliamo  che l’Horus continui a vivere, là dove i ragazzi lo hanno creato, come tutti i centri sociali romani, perché rappresentano, insieme alle altre realtà di base cittadine un vero e proprio progetto urbano di democrazia e di antifascismo.

Esprimiamo tutta la nostra preoccupazione che gli sgomberi dei centri sociali, auspicati dal sindaco Alemanno, interrompano un'esperienza che da anni sta costruendo e conservando la democrazia  nella nostra città.

 

  Madri per Roma Città Aperta

  madrixromacittaperta.noblogs.org

madrixromacittaperta@libero.it

Firenze, 08 settembre 2008

Spett.le redazione
Ufficio Stampa

Egregio sig. Ignazio La Russa Ministro della Difesa,
l'Associazione Nazionale Ex Deportati esprime il suo più totale sdegno nei confronti delle sue oltraggiose dichiarazioni espresse durante le celebrazioni del 65esimo anniversario della battaglia di Porta San Paolo.
Le ricordiamo sig. Ministro, che i militari della RSI si sono macchiati dei peggiori crimini contro la popolazione civile, quali stragi, torture e deportazione verso i lager nazisti di migliaia di uomini, donne e bambini che avevano come unica colpa quella di essere antifascisti e/o ebrei. Lei parla di militari che in buona fede hanno difeso la loro patria
.. quale patria??? Non certo la nostra, i militari che hanno aderito alla Repubblica Sociale di Salò con questa loro scelta hanno deciso di schierarsi dalla parte dell'occupatore nazista contro la popolazione occupata e cioè contro gli italiani stessi, hanno deciso di condividere con i nazisti l'antisemitismo e le teorie della razza superiore ariana che in Europa hanno determinato lo sterminio di circa 13.000.000 di esseri umani.
Le sue parole di ieri, ci hanno profondamente ferito in quanto Lei come Ministro della Repubblica Italiana rappresenta tutti gli italiani e non soltanto una parte politica e noi Le diciamo che la nostra Associazione non si sente in alcun modo di condividere i suoi pensieri, espressi inoltre nella data dell'8 settembre giorno in cui 65 anni fa centinaia di migliaia di soldati italiani scelsero di non aderire alla RSI e per questa scelta circa seicentomila di loro furono deportati nei lager nazisti.
Egregio sig. Ministro non possiamo parlare di costruire una storia condivisa se non si condanna una volta per tutte il fascismo quale male assoluto per la storia del nostro Paese, purtroppo in seguito alle Sue dichiarazioni, dobbiamo prendere atto che Lei non è ancora pronto nell'affrontare questo delicato passaggio.

Cordiali saluti

ANED Sez di Firenze

 

 Sono passati ormai due anni da quanto, il 27 agosto del 2006, Renato, uscendo da una dance hall reggae sulla spiaggia di Focene, insieme alla sua fidanzata e al suo amico Paolo, furono aggrediti da due giovani scesi dalla loro auto coltelli alla mano. Gli urlarono di tornare a casa, che quello non era il loro territorio. Colpirono Renato che, a 26 anni, morì poche ore dopo in ospedale. Nella disperazione di quei giorni i familiari, gli amici e i compagni si trovano a spiegare una scomoda verità: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato diverso, altro, di colore, gay, di sinistra, è un fascista. Che solo a Roma, nell’anno precedente c’erano state più di 130 aggressioni di matrice fascista. Oggi, che sono passati quasi 2 anni, si apre il processo per l’imputato minorenne. Il PM sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di “banale diverbio degenerato per futili motivi”, e così lo uccidono una seconda volta.

Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni. Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno Apostoli della strada, Bestie Rare, Rancore, Ork's Machine vs Muver, Filippo Gatti, Bobo Rondelli e i 24 Grana e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l
’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato. Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi Venerdì 29 agosto 08 dalle 18 alle 24 Parco della Basilica di San Paolo Via Ostiense, Roma.

Con rabbia e con amore
i compagni e le compagne di Renato
”