10 Maggio, 2008 20:10
Pasolini e l'antifascismo
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Pier Paolo Pasolini
Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo
«Che cos’è la cultura di una nazione?
Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la
cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei
cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece
non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che,
appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente.
Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura
popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di
tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta
se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e
nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per
molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche
se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento -
distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che
realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A
cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.
Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa
che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo
perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo
rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né
nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche
nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero
limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto
(industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano
(transnazionale).
Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune
caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo
rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di
abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di
trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la
sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo
"Sviluppo": produrre e consumare.
L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo
Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti
alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma
anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti
falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista
come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una
decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai
conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e
dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio
vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di
fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente
l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso
l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. La strategia della
tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo.
Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto
Ferrarotti, in « Paese Sera », 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con
questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un «
artista », cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto. Ma il fatto per
esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in
realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a
vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere
anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe
dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il
senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di
«anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria
considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul
problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente
e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come
rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la
cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il
comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio
verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del
comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza.
Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi
sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una
nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il
linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo
quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di
linguaggio verbale.
È a un tale livello di comunicazione linguistica che
si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro
completa omologazione a un unico modello.
Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle
spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione
protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi
una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche;
seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller;
vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti
ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con
la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali.
Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi
identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili;
cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria:
ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono
interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere,
dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa
che era ancora possibile nel 1968.
I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija
sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari
l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra
comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo
subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non
appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se
invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente
realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di
correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto
al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974). Tuttavia, come a
Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di
pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia
critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono
dunque i miei problemi?
Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato
questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili
reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia
italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci
sarebbero state. È un luogo comune. Ebbene, a questo punto mi farò
definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo
anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti
questi anni non abbiamo fatto nulla:
1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse
un luogo comune, e tutto si fermasse lì;
2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i
fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra
coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era
l’indignazione più tranquilla era la coscienza.
In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli
giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto
credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di
fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non
nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di
quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non
era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola
parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a
loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E
magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non
sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura
per semplice disperazione.
Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico
dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra
spaventosa giustificazione.
Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito
saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella,
Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è
andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi
al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più
orribile e a sopportare il più disumano dolore.
Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei
ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era
da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con
capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa
bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il
loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o
Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con
dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della
liberazione della donna, e in generale dello sviluppo... Erano insomma giovani
come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo
voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il
vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva:
mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è
umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione
e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
Pier Paolo Pasolini
"Che cos'è questo golpe?"
Io so. Io so i nomi dei responsabili di
quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes
istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre
1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi
mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle
prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi
più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della
tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase
antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in
second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del
resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e,
in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono
ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del
referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e
l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a
vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un
potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare
in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a
questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva
tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei
personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto
operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei
personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici
ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni,
siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e
sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e
stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto
ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto
ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette
insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro
politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà,
la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che
sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non
abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone
reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri
sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la
ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il
1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande
quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di
immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi,
dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre
1974 [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del
Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. Probabilmente
i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli
indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo
forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque
compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio,
ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non
ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un
intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma
egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del
potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali
liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere
prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale,
e
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico
(del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi
partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove
ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché
è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che
si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la
verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica
politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale -
profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana
- si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile:
quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a
questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito
(come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei
chierici". Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi
e una gratificazione per i politici e per i del potere. Ma non esiste solo il potere:
esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è
così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco
naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la
presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista
italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni
democratiche. Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese
sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in
un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico
in un paese consumistico.
In questi ultimi anni tra il Partito comunista
italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto
"insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto
dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista
italiano è divenuto appunto un "paese separato", un'isola. Ed è
proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai
col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di
rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali
sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro
totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel
"compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal
completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una
"alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati
uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito
comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente
negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al
collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e
non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre,
concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè
come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere:
che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale
opposizione non possono
non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in
questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito
all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale
viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con
somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come
probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei
responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose
stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui
distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità
politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono
al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo
sognano nemmeno, com'è del
resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve
continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a
iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il
caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare
pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica.
Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica,
non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente
intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi
di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso
pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica
italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi
"formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti.
E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un
comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto
altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè
non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità
di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di
Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non
avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo
consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a
un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a
proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli
saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori
responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso
americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero
colpo di Stato.
Corriere della sera" del 14 novembre 1974
02 Maggio, 2008 16:55
Sicurezza a Roma
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RELAZIONE SULLA SICUREZZA NELLA REGIONE LAZIO 2004-2005
Prima “Relazione sulla Sicurezza nella Regione Lazio 2004-2005”
a cura dell’ “Osservatorio Tecnico Scientifico per la sicurezza e la legalità”.
L’Osservatorio effettua un monitoraggio continuo dei fenomeni criminali. Con la prima relazione l’Osservatorio fissa già un buon primato, grazie alla presenza di rappresentanti delle forze dell’ordine al suo interno può presentare una fotografia dello stato della sicurezza prima rispetto alle altre regioni d’Italia che devono aspettare le rilevazioni Istat.
• I dati contenuti nella relazione sono invece estratti direttamente dal sistema di indagine (SDI) della Banca Dati Interforze del Ministero dell’Interno. La nuova metodologia prende in considerazione, oltre alle denunce acquisite dall’Arma dei Carabinieri, dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza, anche i delitti segnalati all’Autorità Giudiziaria dalla Polizia penitenziaria e dal Corpo Forestale dello Stato.
• Numeri ufficiali e numeri oscuri: È inutile dire che anche queste risultanze statistiche riflettono la dimensione della cosiddetta criminalità ufficiale o apparente, costituita dall’ammontare dei reati che pervengono alla conoscenza delle agenzie di controllo sociale, a seguito delle denunce dei cittadini o dell’attività quotidiana delle forze dell’ordine.
Tali dati sono, perciò, irrimediabilmente condizionati dall’entità del cosiddetto numero oscuro, vale a dire dalla quantità di delitti che ogni anno sfuggono alla registrazione ufficiale perché, per diverse motivazioni, non vengono denunciati dalle vittime e non risultano altrimenti perseguiti dagli organismi istituzionali
• Per una più rapida ricognizione delle fattispecie criminose si è proceduto ad una classificazione dei reati per macrocategorie omogenee
La rilevazione dei reati commessi sul territorio della Regione Lazio nel biennio 2004-2005 consente la realizzazione di una vera e propria analisi georeferenziata del fenomeno criminale nel Lazio attraverso accurate rappresentazioni grafiche. Si nota in questo modo come l’indice di delittuosità ( ovvero il rapporto tra i reati commessi e la popolazione residente per ogni singolo comune, nella relazione è stato calcolato ogni 10.000 abitanti) sia in aumento nelle province di Roma (l’85% del totale), Latina e Viterbo, resti invece invariato in quella di Rieti e tenda a decrescere in quella di Frosinone. Naturalmente il dato di incidenza dei reati nei capoluoghi di provincia risulta essere più elevato e colpisce particolarmente la città di Roma (70% del totale dei reati denunciati a livello regionale) che, sia per la concentrazione degli interessi economici che per l’etereogeneità della composizione etnica, appare di notevole entità. D’altro canto una maggiore propensione alla denuncia dei reati da parte dei cittadini è certamente indice di adesione convinta ai valori della legalità e di una presenza efficace e ramificata sul territorio da parte delle forze dell’ordine.
Se si analizzano i dati riguardanti le specifiche macrocategorie di reati individuate dall’Osservatorio si può certamente evidenziare il calo complessivo delle denunce che riguardano i “reati contro la vita” (stragi, attentati e varie tipologie di omicidi), meno che a Frosinone e a Latina.
Per quanto riguarda i “reati della conflittualità quotidiana” (lesioni, percosse, minacce e ingiurie), che costituiscono da sempre la percentuale maggiore delle fattispecie criminose, hanno registrato un lieve aumento su tutto il territorio regionale
Molto difficile, come noto, la rilevazione dei “reati sessuali” da sempre presenti anche in realtà private e familiari praticamente irraggiungibili dalle rilevazioni ufficiali che pure evidenziano un andamento oscillante nelle varie province. Si nota però una crescita delle denunce di violenza sessuale nei comuni non capoluogo di tutte le province del Lazio.
In crescita tutta quella categoria di reati contro il patrimonio che l’Osservatorio ha inserito nella macrocategoria dei “reati predatori” (varie tipologie di truffe, furti e rapine).
L’impegno contro il crimine è riscontrabile invece grazie alla categoria dei “reati individuati attraverso l’attività delle forze dell’ordine” (contrabbando, contraffazione, ricettazione, sequestri di persona e sfruttamento della prostituzione), anche se il dato ha un’affidabilità numerica relativa. I dati relativi alle denunce sono infatti frutto di lavori di indagine che durano nel tempo, quindi è difficile avere un raffronto significativo. Oltre al fatto che ovviamente per alcuni reati della categoria ci sono denunce che seguono un preciso iter giudiziario.
Ciò che appare importante è l’andamento di reati che evidenziano la crescente infiltrazione della criminalità organizzata nel Lazio, rilevabili ad esempio nel campo del contrabbando (con i dati delle dogane di Roma San Lorenzo, Fiumicino e Civitavecchia). Per quello che riguarda la contraffazione, il Lazio si configura come zona di distribuzione delle merci e non di produzione. Le denunce in questo campo sono aumentate del 31% grazie all’azione delle forze dell’ordine in certe realtà e in specifici periodi. Diminuzione di quasi il 7% delle denunce per i casi di ricettazione
“Reati indicatori della presenza della criminalità organizzata” (associazioni a delinquere e di stampo mafioso, usura, estorsioni, riciclaggio, stupefacenti). E’ questa la macrocategoria individuata dall’Osservatorio che più delle altre rileva la crescita del fenomeno ed evidenzia maggiormente il discostarsi tra la realtà dei numeri e la realtà vera. La presenza della criminalità organizzata che sarà oggetto di una relazione a parte dell’Osservatorio presentata in autunno, è evidente soprattutto dai dati relativi al traffico di stupefacenti che si conferma essere, soprattutto in alcune zone della regione, uno dei principali settori di attività. Il radicamento è tale che in alcuni comuni del litorale è stata denunciata la presenza di connivenze tra elementi della criminalità organizzata e esponenti delle amministrazioni locali.
Una macrocategoria a parte è stata individuata nei “reati di danneggiamento e incendi” (incendi, vandalismo) che appaiono generalmente in crescita e vedono una differenziazione molto vasta delle denunce (dai fatti più esigui a quelli che testimoniano nuovamente la presenza della criminalità organizzata).
Le conclusioni della relazione sottolineano soprattutto le conseguenze, o meglio la percezione d’insicurezza dell’opinione pubblica, in riferimento ai fenomeni della microcriminalità e a prescindere dalla loro reale incidenza e persino dalla loro effettiva pericolosità. Un elemento che le istituzioni, a partire dalla Regione Lazio, devono considerare in modo da definire un intervento istituzionale integrato anche di natura propriamente socioculturale (educazione alla legalità e alla multiculturalità) che affianchi l’azione delle forze dell’ordine e favorisca le varie forme di prevenzione (giovanile, sociale e situazionale)
La Regione Lazio, nel rispetto delle proprie competenze e secondo le norme contenute dalla legge regionale del 2001 e successive modificazioni nel 2005 e nel 2006, si è fatta
carico di garantire una serie di finanziamenti per la creazione di un vero e proprio sistema regionale integrato di sicurezza che punta sulla riqualificazione delle aree urbane degradate, su iniziative di carattere educativo tese alla prevenzione, sulla ristrutturazione e il riutilizzo di beni confiscati. Importante anche l’avvenuta istituzione del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio.
01 Maggio, 2008 22:06
Sicurezza a Roma_3
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Roma tra le città più sicure
Reati in calo, 20 mila in meno
La tendenza generale, nel nostro paese, è quella di un calo dei reati nell´ultimo semestre dell´anno. Di fronte alle 2.805.171 denunce del 2006 nel 2007, da Aosta a Porto Palo, i delitti sono stati 2.864.338 con un aumento di 59.167 reati ma, tra le due metà dell´anno passato, si registra un´inversione di tendenza: un calo di ben 105.822. Uno studio recente del sindacato dei bancari e dell´Abi ha evidenziato come, nei primi tre mesi del 2008, le rapine in banca (uno dei reati più comuni sia a Roma che in altre città d´Italia) siano in ulteriore, notevole diminuzione dopo anni di inarrestabile ascesa.
Ma veniamo alle cifre di Roma. Tra il 2006 e il 2007 i reati restano, sostanzialmente, in pareggio: 272.866 denunce contro le 272.953 con un incremento di "soli" 87 delitti. Una tendenza che, stranamente, la capitale condivide con Napoli. La sorpresa viene dai numeri del secondo semestre rispetto al primo: ben 20.277 denunce in meno, dalle 146.615 del periodo gennaio-giugno alle 126.338 dei mesi luglio-dicembre. Quanto alla tipologia dei reati, tra il 2006 e il 2007 aumentano (anche se in modo molto relativo) gli omicidi volontari che passano dai 38 ai 40 (ma con una percentuale molto elevata di delitti "familiari").
In crescita, purtroppo, anche le violenze sessuali (da 296 a 320 denunce di stupri di donne o minori) e le rapine che passano da 5.020 a 4.454. Anche in questo caso, però, il secondo semestre dell´anno riserva una sorpresa rispetto al primo con una diminuzione generalizzata dei reati: 4 omicidi, 12 violenze sessuali e 286 rapine in meno. Molto difficile analizzare, invece, i motivi di questa inversione di marcia: alcuni la attribuiscono alla possibilità di espulsione di cittadini comunitari (il decreto Prodi varato all´indomani dell´assassinio di Giovanna Reggiani) altri a una politica più "mirata" della sicurezza.
Il confronto con le altre città, ad ogni modo, dovrebbe far tirare ai romani un sospiro di sollievo perché Roma e provincia registrano il calo più sensibile di reati rispetto agli altri capoluoghi italiani. Quella di Milano è la provincia con il più alto numero di delitti: 303.167 denunce nel 2007 contro le 292.600 dell´anno precedente con un aumento di ben 10.567. Nel capoluogo lombardo la diminuzione tra il secondo e il primo trimestre è a quota 18.535.
A Torino, la variazione tra i due anni è di 2.252 denunce (171.630 reati contro i 169.278 del 2006) e la diminuzione tra i due trimestri è di 15.729 delitti. A Napoli, invece, la tendenza di inverte e i reati scendono nel 2007 rispetto al 2006: da 146.418 denunce si passa a 143,791 con una diminuzione di 2.627 delitti. All´ombra del Vesuvio la tendenza al calo tra i due semestri viene ampiamente rispettata: 8.397 reati in meno. Anche a Bologna e Firenze la statistica indica un aumento tra il 2006 e il 2007 e una diminuzione del secondo semestre rispetto al primo. Tornando ancora alla situazione nazionale, i dati del Viminale, nel raffronto 2006-2007, evidenziano una diminuzione generale degli omicidi (da 630 a 627) e degli stupri che scendono da 4.694 a 4.663 (ma in questo caso il numero di violenze che non vengono denunciate resta ancora molto significativo).
Aumentano, in tutta Italia, i furti (da 1.590.697 a 1.622,218), le rapine "a domicilio" (da 2.134 a 2.504) e le estorsioni (da 5.659 a 6.177), tutti reati con un altissimo impatto sociale. Il sostanziale "pareggio" della Capitale sembra già un traguardo importante, anche a prescindere del calo degli ultimi mesi.
01 Maggio, 2008 22:00
Sicurezza a Roma_2
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L'indagine rientra in un progetto, la Consulta delle Province della Regione Lazio, voluto dalla presidente della Commissione Sicurezza della Regione Lazio, Luisa Laurelli, e dedicato ad analizzare capillarmente la situazione della violenza contro le donne in ogni provincia. |
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Secondo alcuni
risultati della ricerca, anticipati oggi prima della presentazione
complessiva mercoledì prossimo 19 dicembre, molte donne, il 58%, di
fronte alla violenza fisica provano un tale senso di frustrazione da
non riuscire a parlarne con nessuno. Molte di più, il 66%, nel caso di
violenza subita da un'amica, la inviterebbero a reagire e farsi aiutare
da strutture competenti, come i centri antiviolenza.
Commentiamo questi dati
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30 Aprile, 2008 21:01
«Pace e uguaglianza ecco i contenuti del nuovo antifascismo» di Vittorio Bonanni
Inviato da madriroma, Categorie [ Per approfondire ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]







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