Pier Paolo Pasolini

Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo

«Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. 
     Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale).
     Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare. 
     L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. La strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo.
     Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto Ferrarotti, in « Paese Sera », 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un « artista », cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto. Ma il fatto per esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di «anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
     Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza.
     Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale.
     È a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello.
     Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali.
     Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968.
     I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974). Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?
     Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo comune. Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla:
     1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì;
     2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza.
In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione.
     Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.
     Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore.
     Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della liberazione della donna, e in generale dello sviluppo... Erano insomma giovani come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

  24 giugno 1974.


Pier Paolo Pasolini

"Che cos'è questo golpe?"


Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). 
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. 
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. 
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. 
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). 
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. 
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. 
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una  grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè  non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. 
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi,  dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974  [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del Sid,  generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o,  almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo  forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo  ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella  pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da  perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei  nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti  pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per  il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e 
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente  politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e  quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta  probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è  proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si  identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la  verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due  cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da  tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto  e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e  ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del  suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che  questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al "tradimento dei  chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i   del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere.  In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere  essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito  all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza  dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un  paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese  umanistico in un paese consumistico. 

In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in  senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di  dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un  baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto  un "paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può  oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,  corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici,  quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono  incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.  È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso",  realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo  sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra  due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista  italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo  nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non  compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo  oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si  identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono 
non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci  riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato  stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione  di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno -  come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi  dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle  spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella  misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un  intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi,  naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi  l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del 
resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene  imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di  intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della  storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia  contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno.  Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella  che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a  servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei  tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo)  io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro  l'intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei  principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei  partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è  quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto  altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità,  cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la  possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei  responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente  egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari  decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò  che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon -  questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che  hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro  maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che  siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.

 Corriere della sera" del 14 novembre 1974

RELAZIONE SULLA SICUREZZA NELLA REGIONE LAZIO 2004-2005


Prima “Relazione sulla Sicurezza nella Regione Lazio 2004-2005

a cura dell’ “Osservatorio Tecnico Scientifico per la sicurezza e la legalità”.

 

L’Osservatorio effettua un monitoraggio continuo dei fenomeni criminali. Con la prima relazione l’Osservatorio fissa già un buon primato, grazie alla presenza di rappresentanti delle forze dell’ordine al suo interno può presentare una fotografia dello stato della sicurezza prima rispetto alle altre regioni d’Italia che devono aspettare le rilevazioni Istat.

 

I dati contenuti nella relazione sono invece estratti direttamente dal sistema di indagine (SDI) della Banca Dati Interforze del Ministero dell’Interno. La nuova metodologia prende in considerazione, oltre alle denunce acquisite dall’Arma dei Carabinieri, dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza, anche i delitti segnalati all’Autorità Giudiziaria dalla Polizia penitenziaria e dal Corpo Forestale dello Stato.

 

Numeri ufficiali e numeri oscuri: È inutile dire che anche queste risultanze statistiche riflettono la dimensione della cosiddetta criminalità ufficiale o apparente, costituita dall’ammontare dei reati che pervengono alla conoscenza delle agenzie di controllo sociale, a seguito delle denunce dei cittadini o dell’attività quotidiana delle forze dell’ordine.

Tali dati sono, perciò, irrimediabilmente condizionati dall’entità del cosiddetto numero oscuro, vale a dire dalla quantità di delitti che ogni anno sfuggono alla registrazione ufficiale perché, per diverse motivazioni, non vengono denunciati dalle vittime e non risultano altrimenti perseguiti dagli organismi istituzionali


• Per una più rapida ricognizione delle fattispecie criminose si è proceduto ad una classificazione dei reati per macrocategorie omogenee

 

La rilevazione dei reati commessi sul territorio della Regione Lazio nel biennio 2004-2005 consente la realizzazione di una vera e propria analisi georeferenziata del fenomeno criminale nel Lazio attraverso accurate rappresentazioni grafiche. Si nota in questo modo come l’indice di delittuosità ( ovvero il rapporto tra i reati commessi e la popolazione residente per ogni singolo comune, nella relazione è stato calcolato ogni 10.000 abitanti) sia in aumento nelle province di Roma (l’85% del totale), Latina e Viterbo, resti invece invariato in quella di Rieti e tenda a decrescere in quella di Frosinone. Naturalmente il dato di incidenza dei reati nei capoluoghi di provincia risulta essere più elevato e colpisce particolarmente la città di Roma (70% del totale dei reati denunciati a livello regionale) che, sia per la concentrazione degli interessi economici che per l’etereogeneità della composizione etnica, appare di notevole entità. D’altro canto una maggiore propensione alla denuncia dei reati da parte dei cittadini è certamente indice di adesione convinta ai valori della legalità e di una presenza efficace e ramificata sul territorio da parte delle forze dell’ordine.

Se si analizzano i dati riguardanti le specifiche macrocategorie di reati individuate dall’Osservatorio si può certamente evidenziare il calo complessivo delle denunce che riguardano i “reati contro la vita” (stragi, attentati e varie tipologie di omicidi), meno che a Frosinone e a Latina.

Per quanto riguarda i “reati della conflittualità quotidiana” (lesioni, percosse, minacce e ingiurie), che costituiscono da sempre la percentuale maggiore delle fattispecie criminose, hanno registrato un lieve aumento su tutto il territorio regionale

Molto difficile, come noto, la rilevazione dei “reati sessuali” da sempre presenti anche in realtà private e familiari praticamente irraggiungibili dalle rilevazioni ufficiali che pure evidenziano un andamento oscillante nelle varie province. Si nota però una crescita delle denunce di violenza sessuale nei comuni non capoluogo di tutte le province del Lazio.

In crescita tutta quella categoria di reati contro il patrimonio che l’Osservatorio ha inserito nella macrocategoria dei “reati predatori” (varie tipologie di truffe, furti e rapine).

L’impegno contro il crimine è riscontrabile invece grazie alla categoria dei “reati individuati attraverso l’attività delle forze dell’ordine” (contrabbando, contraffazione, ricettazione, sequestri di persona e sfruttamento della prostituzione), anche se il dato ha un’affidabilità numerica relativa. I dati relativi alle denunce sono infatti frutto di lavori di indagine che durano nel tempo, quindi è difficile avere un raffronto significativo. Oltre al fatto che ovviamente per alcuni reati della categoria ci sono denunce che seguono un preciso iter giudiziario.

Ciò che appare importante è l’andamento di reati che evidenziano la crescente infiltrazione della criminalità organizzata nel Lazio, rilevabili ad esempio nel campo del contrabbando (con i dati delle dogane di Roma San Lorenzo, Fiumicino e Civitavecchia). Per quello che riguarda la contraffazione, il Lazio si configura come zona di distribuzione delle merci e non di produzione. Le denunce in questo campo sono aumentate del 31% grazie all’azione delle forze dell’ordine in certe realtà e in specifici periodi. Diminuzione di quasi il 7% delle denunce per i casi di ricettazione

“Reati indicatori della presenza della criminalità organizzata” (associazioni a delinquere e di stampo mafioso, usura, estorsioni, riciclaggio, stupefacenti). E’ questa la macrocategoria individuata dall’Osservatorio che più delle altre rileva la crescita del fenomeno ed evidenzia maggiormente il discostarsi tra la realtà dei numeri e la realtà vera. La presenza della criminalità organizzata che sarà oggetto di una relazione a parte dell’Osservatorio presentata in autunno, è evidente soprattutto dai dati relativi al traffico di stupefacenti che si conferma essere, soprattutto in alcune zone della regione, uno dei principali settori di attività. Il radicamento è tale che in alcuni comuni del litorale è stata denunciata la presenza di connivenze tra elementi della criminalità organizzata e esponenti delle amministrazioni locali.

Una macrocategoria a parte è stata individuata nei “reati di danneggiamento e incendi” (incendi, vandalismo) che appaiono generalmente in crescita e vedono una differenziazione molto vasta delle denunce (dai fatti più esigui a quelli che testimoniano nuovamente la presenza della criminalità organizzata).

Le conclusioni della relazione sottolineano soprattutto le conseguenze, o meglio la percezione d’insicurezza dell’opinione pubblica, in riferimento ai fenomeni della microcriminalità e a prescindere dalla loro reale incidenza e persino dalla loro effettiva pericolosità. Un elemento che le istituzioni, a partire dalla Regione Lazio, devono considerare in modo da definire un intervento istituzionale integrato anche di natura propriamente socioculturale (educazione alla legalità e alla multiculturalità) che affianchi l’azione delle forze dell’ordine e favorisca le varie forme di prevenzione (giovanile, sociale e situazionale)

La Regione Lazio, nel rispetto delle proprie competenze e secondo le norme contenute dalla legge regionale del 2001 e successive modificazioni nel 2005 e nel 2006, si è fatta

carico di garantire una serie di finanziamenti per la creazione di un vero e proprio sistema regionale integrato di sicurezza che punta sulla riqualificazione delle aree urbane degradate, su iniziative di carattere educativo tese alla prevenzione, sulla ristrutturazione e il riutilizzo di beni confiscati. Importante anche l’avvenuta istituzione del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio.

 

Roma tra le città più sicure
Reati in calo, 20 mila in meno

Sensibile diminuzione delle denunce di delitti nel secondo semestre del 2007
di Massimo Lugli

Delitti in netto calo negli ultimi sei mesi del 2007. La capitale si conferma una delle città più sicure d´Italia: il numero di denunce di reati, già praticamente fermo rispetto al 2006, è in netta diminuzione nell´ultima parte dell´anno. I dati forniti dal Viminale confermano che la sicurezza è soprattutto una questione di percezione più che di statistica. Alcuni episodi, particolarmente brutali o shockanti, contribuiscono a creare un clima generale di paura e diffidenza anche se i numeri generali dovrebbero, invece, tranquillizzare.

La tendenza generale, nel nostro paese, è quella di un calo dei reati nell´ultimo semestre dell´anno. Di fronte alle 2.805.171 denunce del 2006 nel 2007, da Aosta a Porto Palo, i delitti sono stati 2.864.338 con un aumento di 59.167 reati ma, tra le due metà dell´anno passato, si registra un´inversione di tendenza: un calo di ben 105.822. Uno studio recente del sindacato dei bancari e dell´Abi ha evidenziato come, nei primi tre mesi del 2008, le rapine in banca (uno dei reati più comuni sia a Roma che in altre città d´Italia) siano in ulteriore, notevole diminuzione dopo anni di inarrestabile ascesa.

Ma veniamo alle cifre di Roma. Tra il 2006 e il 2007 i reati restano, sostanzialmente, in pareggio: 272.866 denunce contro le 272.953 con un incremento di "soli" 87 delitti. Una tendenza che, stranamente, la capitale condivide con Napoli. La sorpresa viene dai numeri del secondo semestre rispetto al primo: ben 20.277 denunce in meno, dalle 146.615 del periodo gennaio-giugno alle 126.338 dei mesi luglio-dicembre. Quanto alla tipologia dei reati, tra il 2006 e il 2007 aumentano (anche se in modo molto relativo) gli omicidi volontari che passano dai 38 ai 40 (ma con una percentuale molto elevata di delitti "familiari").

In crescita, purtroppo, anche le violenze sessuali (da 296 a 320 denunce di stupri di donne o minori) e le rapine che passano da 5.020 a 4.454. Anche in questo caso, però, il secondo semestre dell´anno riserva una sorpresa rispetto al primo con una diminuzione generalizzata dei reati: 4 omicidi, 12 violenze sessuali e 286 rapine in meno. Molto difficile analizzare, invece, i motivi di questa inversione di marcia: alcuni la attribuiscono alla possibilità di espulsione di cittadini comunitari (il decreto Prodi varato all´indomani dell´assassinio di Giovanna Reggiani) altri a una politica più "mirata" della sicurezza.

Il confronto con le altre città, ad ogni modo, dovrebbe far tirare ai romani un sospiro di sollievo perché Roma e provincia registrano il calo più sensibile di reati rispetto agli altri capoluoghi italiani. Quella di Milano è la provincia con il più alto numero di delitti: 303.167 denunce nel 2007 contro le 292.600 dell´anno precedente con un aumento di ben 10.567. Nel capoluogo lombardo la diminuzione tra il secondo e il primo trimestre è a quota 18.535.

A Torino, la variazione tra i due anni è di 2.252 denunce (171.630 reati contro i 169.278 del 2006) e la diminuzione tra i due trimestri è di 15.729 delitti. A Napoli, invece, la tendenza di inverte e i reati scendono nel 2007 rispetto al 2006: da 146.418 denunce si passa a 143,791 con una diminuzione di 2.627 delitti. All´ombra del Vesuvio la tendenza al calo tra i due semestri viene ampiamente rispettata: 8.397 reati in meno. Anche a Bologna e Firenze la statistica indica un aumento tra il 2006 e il 2007 e una diminuzione del secondo semestre rispetto al primo. Tornando ancora alla situazione nazionale, i dati del Viminale, nel raffronto 2006-2007, evidenziano una diminuzione generale degli omicidi (da 630 a 627) e degli stupri che scendono da 4.694 a 4.663 (ma in questo caso il numero di violenze che non vengono denunciate resta ancora molto significativo).

Aumentano, in tutta Italia, i furti (da 1.590.697 a 1.622,218), le rapine "a domicilio" (da 2.134 a 2.504) e le estorsioni (da 5.659 a 6.177), tutti reati con un altissimo impatto sociale. Il sostanziale "pareggio" della Capitale sembra già un traguardo importante, anche a prescindere del calo degli ultimi mesi.
(30 aprile 2008) - da La Repubblica Roma.it
 
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il 19% delle donne romane ha subito molestie sessuali
il 19% delle donne romane ha subito molestie sessuali
Cronaca: Il 19% delle donne intervistate afferma di aver subito molestie sessuali negli ultimi tre anni, l'8% maltrattamenti fisici, il 20% violenze psicologiche. È quanto emerge da una ricerca sul fenomeno della violenza contro le donne realizzata, nella provincia di Roma, da PublicaReS (società del gruppo Swg) per conto di Telefono Rosa.

L'indagine rientra in un progetto, la Consulta delle Province della Regione Lazio, voluto dalla presidente della Commissione Sicurezza della Regione Lazio, Luisa Laurelli, e dedicato ad analizzare capillarmente la situazione della violenza contro le donne in ogni provincia.
Il 58% delle donne tace sulla violenza subita

Il 58% delle donne tace sulla violenza subita
 

Secondo alcuni risultati della ricerca, anticipati oggi prima della presentazione complessiva mercoledì prossimo 19 dicembre, molte donne, il 58%, di fronte alla violenza fisica provano un tale senso di frustrazione da non riuscire a parlarne con nessuno. Molte di più, il 66%, nel caso di violenza subita da un'amica, la inviterebbero a reagire e farsi aiutare da strutture competenti, come i centri antiviolenza.
 
 
 
 
 
 
 
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«Pace e uguaglianza
ecco i contenuti
del nuovo antifascismo»
 
L´esultanza dei sostenitori di Alemanno (con tanto di saluti romani) in Campidoglio Reuters

Vittorio Bonanni
Braccia tese in piazza del Campidoglio, croci celtiche e tutta l'iconografia più inquietante della cultura fascista al governo della capitale. Forse non sarà proprio così, o almeno ce lo auguriamo, ma certamente la vittoria dell'"estremista" Alemanno, nuovo sindaco di Roma, sconcerta. E sconcerta, almeno emotivamente, ancor più della vittoria della destra alle elezioni politiche, evento al quale siamo ormai tristemente abituati dal 1994. Su questo scenario desolante che si sta configurando nelle piazze e nelle strade della principale città d'Italia, ma non solo vista per esempio la vittoria storica della destra anche a Brescia, abbiamo raccolto il parere di Alessandro Portelli, già consigliere delegato del Sindaco di Roma per la tutela e la valorizzazione delle memoria storiche della città e docente di letteratura americana alla facoltà di Scienze umanistiche dell'Università La Sapienza. «Credo che dobbiamo temere in primo luogo la tracotanza che già hanno manifestato le frange più fasciste dell'elettorato di Alemanno - dice Portelli - le quali hanno già mandato un segnale molto chiaro. A Roma si erano verificate in varie occasioni delle aggressioni e questo è certamente un dato molto preoccupante. E poi a me sembra che possa venir meno anche uno degli elementi positivi delle precedenti giunte di sinistra, le quali sono riuscite a dare a Roma un respiro da grande capitale internazionale, trasformandola in una città presente sulla scena internazionale. Ho l'impressione che questo cambio della guardia ci risbatta con forza all'interno di una dimensione provinciale».

Come si muoverà nell'immediato il nuovo sindaco?
Non credo che ci saranno subito episodi clamorosi. I ventimila espulsi sono una cosa già promessa nel corso della campagna elettorale. Credo però che già in tempi medi il tessuto della città subirà dei cambiamenti radicali.

C'è tuttavia da chiedersi quale interesse possa avere Alemanno a mantenere in vita le frange più estremiste e nostalgiche...
E infatti per questo parlo di una gradualità della sua azione politica. Non mi aspetto, come dicevo, cose spaventose. Credo invece che ci sarà soprattutto uno scadimento del ceto politico. Quello che temo insomma non è tanto l'ideologia politica di Alemanno ma la pochezza delle gente che lo circonda. E quindi l'idea che queste figure di bassa qualità nel governo della città faranno sicuramente dei danni anche se non si abbandoneranno ad azioni punitive. Le quali comunque prima o poi avverranno.

Come è noto Alemanno rappresenta quella destra sociale, attenta appunto alle esigenze dei ceti meno abbienti. Che ruolo può aver giocato nella sua vittoria questo aspetto?
Certamente loro hanno realizzato una politica di vicinanza, di radicamente sul territorio e anche di concreta attenzione alle esigenze delle persone, molto più di quanto non abbia fatto la sinistra. Un po' come la Lega nel nord. Su questo non ci piove e su questo si è perso.

Uno studio del Censis ha tentato di spiegare le ragioni che hanno spostato l'Italia nettamente a destra. Il declino di valori e ideali, la necessità di un leader in grado di creare consenso. In tutto questo il valore dell'antifascismo, elemento fondativo della nostra repubblica, sembra ormai definitivamente sotterrato. Giustamente qualche giorno fa Giovanni De Luna scriveva che gli unici partiti che si richiamavano ancora a quegli ideali sono stati spazzati via del parlamento. Che cosa dobbiamo fare per riscattare una democrazia, come quella italiana, in piena crisi, privata di tutti i contenuti ancora presenti, non si sa ancora per quanto, nella nostra Costituzione?
Penso innanzitutto che in questo momento l'antifascismo non è più senso comune. E quindi se vogliamo mantenerne il significato credo che dobbiamo ricostruire i suoi contenuti e i principi, più che richiamarci ad una logica di schieramento. Per questo credo che il lavoro sulla memoria serva soprattutto se noi riusciamo a ridare il senso delle ragioni di quella storia. Certo, in questo momento mi sento come facente parte di una sorta di riserva indiana. Nel Partito democratico hanno veramente ritenuto che queste cose fossero ormai vecchie, superate. E il risultato è stato che l'unica ideologia del 900 che è viva e vegeta è quella della destra e del fascismo. Noi non abbiamo più socialisti e comunisti in parlamento, ma i fascisti sì.

A proposito di memoria sarà sempre più difficile trasmetterla ai più giovani e far capire loro come è andata una storia che rischia di essere riscritta completamente...
Faccio un esempio. Mi hanno invitato a Roma, in un liceo, a parlare di Resistenza. Ma non ho la minima idea di come parlarne e non so neanche più a chi parlerò. C'è dunque molto su cui dobbiamo riflettere, perché appunto su queste cose, sui principi fondamentali della convivenza civile stabiliti dalla Costituzione antifascista, non possiamo cedere.

Ma come resistere? A questo punto l'interrogativo è enorme, visto che anche in casa nostra c'è chi ritiene che l'antifascismo sia un tema superato, almeno nelle forme in cui è stato proposto finora...
E infatti non dobbiamo riproporre l'antifascismo in termini ideologici. Perché dire che Alemanno è fascista ormai non spaventa più nessuno. Dobbiamo riprendere quei concetti in termini di contenuto. Interrogarci su cosa è oggi o che cosa può essere oggi l'antifascismo. E' i diritti, è l'uguaglianza, è la partecipazione, è la pace. Insomma dobbiamo insistere più sui contenuti dell'antifascismo piuttosto che sulle etichette per poter ragionare con la massima chiarezza.

Sempre tornando alle interviste realizzate dal Censis emerge con forza la richiesta di un leader, di un capo. Insomma, lungi dal venir meno, la personalizzazione della politica è ormai un dato acquisito, che può portare a scenari presidenzialisti inquietanti visti gli attori in campo. E il caso di Alemanno, finalmente un uomo forte pronto a garantire la sicurezza dei cittadini, non sfugge a questo ragionamento...
E la sinistra, o almeno quella che una volta si chiamava sinistra, ancora una volta deve fare mea culpa perché si è fatta a suo tempo attiva promotrice dell'ipotesi presidenzialista. Si sono chiamati riformisti ma le uniche riforme che hanno realizzato riguardano i meccanismi politici in cui sempre più viene tagliata la dimensione democratica della rappresentanza. Io credo che su questo sarebbe necessaria una forte autocritica ma ho l'impressione che invece penseranno a raddoppiare la dose. In questo senso però c'è un'autopreservazione del ceto politico che riguarda anche la Sinistra l'Arcobaleno e che prende il sopravvento sulla necessaria riflessione che tutti dobbiamo fare. E' necessario a questo punto un rimescolamento delle identità, delle appartenenze e degli schieramenti. Mi sembra un fatto necessario per ricominciare puntando sulle persone che meno sono state coinvolte in tutte queste vicende.


30/04/2008