04 Luglio, 2008 20:14
Diaz, è stato un massacro
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la requisitoria al processo che si tiene nell'aula bunker del tribunale di genova
G8, il pm: «Diaz, è stato un massacro»
Cardona Albini: «Ha accomunato le 93 vittime, di varie nazionalità, che prima neppure si conoscevano»
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GENOVA - «È stato un massacro». Così il pm Francesco Cardona Albini ha definito l'irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 a Genova, all'inizio della sua requisitoria nel processo che si tiene nell'aula bunker del tribunale e che vede imputati 29 poliziotti, tra cui dirigenti e alti vertici. «Ed è stato questo massacro e non certo il reato associativo contestato dalla polizia, ad accomunare le 93 vittime di questo processo, di varie nazionalità, che prima neppure si conoscevano» ha sottolineato. Il pm ha parlato poi dello sfondamento dei cancelli delle scuole da parte dei poliziotti, ripreso da telecamere poste sul tetto della scuola adiacente Pascoli da parte di cineoperatori che si trovavano al centro stampa. Il magistrato ha raccontato che il primo poliziotto a sfondare la porta è stato un agente del settimo Nucleo sperimentale di Roma, riconoscibile dalla divisa blu e dalla foggia del casco. Il pm prosegue nella sua requisitoria raccontando i pestaggi subiti dai 'no global' dentro l'edificio.
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| Un arrestato dopo la perquisizione della polizia nella scuola Diaz (Reuters) |
«CHIEDIAMO RIGORE» - Nella requisitoria il pm Zucca ha citato il giudice inglese Lord Denning, raccontando che bloccò una causa civile contro dei poliziotti «perché se fosse stato vero quello che dicevano le parti lese, condannate per un attentato a Birmingham, avrebbe voluto dire che i poliziotti si sarebbero resi responsabili di falsa testimonianza, di minacce e violenza e che le condanne erano sbagliate». Undici anni dopo però riconobbe l'errore. «Noi riteniamo di aver usato prudenza nelle indagini, ma ora chiediamo alla giustizia rigore. Invochiamo ordine e legge per il rispetto delle persone e dei diritti - ha detto Zucca -. Il G8 nel suo complesso è stato messo fuori da questo processo perché ci siamo dovuti concentrare sui fatti». Il pm ha quindi citato il prefetto Ansoino Andreassi, responsabile del G8 a Genova fino all'arrivo del prefetto Arnaldo La Barbera, il quale nella sua deposizione spiegò che all'origine della perquisizione nella scuola Diaz vi fu la ricerca da parte delle forze dell'ordine del riscatto del loro operato e della loro immagine offuscata dai disordini e dalla morte di Carlo Giuliani. Andreassi inoltre rivelò che l'azione fu decisa dai vertici presenti a Genova. Il pm ha poi contestato che ci sia stata una sassaiola da parte degli occupanti la scuola Diaz contro una pattuglia della polizia. Sassaiola che è stato il motivo addotto dai vertici della polizia per decidere l'irruzione nella scuola che sfociò nella «macelleria messicana» e nell'arresto di 93 manifestanti.
GIORNALISTA PICCHIATO - Il pm ha ricostruito poi cosa avvenne fuori della scuola prima dell'irruzione: giovani picchiati a manganellate perché tentarono di fuggire all'arrivo della polizia. Tra questi il giornalista inglese Mark Cowell che solo un poliziotto riuscì a salvare. «Mi sembrava - ha riferito Cowell, presente in aula - di essere un pallone a cui ognuno voleva dare un calcio». Il giornalista riconobbe anche dei carabinieri presenti davanti alla scuola prima dell'arrivo della polizia. Cowell riportò la rottura della mascella e di tutti i denti. «La sera del 21 luglio in via Cesare Battisti e nelle vie limitrofe alla scuola - ha aggiunto il pm - non vigeva neppure il codice penale». Tra i 29 imputati figurano alti vertici della polizia quali Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, all'epoca rispettivamente direttore dello Sco e vice direttore dell'Ucigos, e Gilberto Caldarozzi, vice direttore Sco, Spartaco Mortola, capo della Digos di Genova, Vincenzo Canterini, comandante del VII Nucleo sperimentale del I Reparto Mobile di Roma. Tra il pubblico era presente Heidi Giuliani, madre del ragazzo morto in piazza Alimonda.
04 luglio 2008
Corriere della Dera
04 Luglio, 2008 20:10
Riccardo come Federico
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Il caso La vittima aveva 34 anni, l'intervento perché aveva lanciato petardi
«Soffocato da 4 poliziotti»
Il giallo che scuote Trieste
L'accusa: sono saltati sulla schiena di un fermato
MILANO — Ammanettato, le mani dietro la schiena, i piedi legati con filo di ferro. Nonostante fosse immobilizzato, «esercitavano sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie». Poi, «nonostante fosse ammanettato, continuavano a tenerlo in posizione prona per diversi minuti».
È così che, secondo la procura di Trieste, quattro poliziotti della Volante hanno provocato la morte di Riccardo Rasman, 34 anni, una pensione da invalido per atti di nonnismo subiti durante il servizio militare, e un monolocale in affitto dove non ha mai dormito. Un gigante buono, figlio di operai, e una sorella, Giuliana, che un giorno gli promise che nessuno gli avrebbe più fatto del male. Promessa disattesa il 27 ottobre 2006 quando gli agenti, allertati da un vicino di casa, fanno irruzione in casa sua. Nasce una colluttazione, mai negata dai poliziotti, ma giustificata «dall'intento di difendersi dalla reazione inconsulta di Rasman e nella convinzione di trovarsi nell'esercizio di un dovere».
Dopo quasi due anni di indagini e un'iniziale
istanza di archiviazione, ora il caso Rasman sembra avviarsi verso il
processo: qualche giorno fa il pm Pietro Montrone ha notificato ai
quattro indagati l'avviso di conclusione dell'inchiesta, preludendo a
una richiesta di rinvio a giudizio. Trieste come Ferrara. La fine di
Riccardo ricorda la tragedia di Federico Aldrovandi, lo studente morto
a 18 anni il 25 settembre 2005 dopo un intervento di polizia. Il
processo di primo grado che vede imputati quattro agenti è prossimo
alla sentenza. Casi apparentemente fotocopia. «Asfissia da posizione»
la causa di morte per entrambi; per ognuno, quattro i poliziotti
coinvolti di cui tre uomini e una donna; identico capo di imputazione:
«omicidio colposo». E un avvocato in comune, Fabio Anselmo.

Riccardo Rasman quando giocava a calcio
Solo coincidenze? «Le similitudini sono inquietanti — spiega il legale, chiamato, tramite gli Aldrovandi, dalla famiglia di Riccardo —, ma aldilà degli aspetti tecnici, colpisce che entrambe le vittime siano persone deboli, che non avrebbero mai fatto male a nessuno. Con un'unica colpa: aver fatto un po' di rumore». All'alba del 25 settembre di tre anni fa Federico urla e tira calci a vuoto quando una signora avverte il 113. Dopo l'intervento di una volante, muore ammanettato con la faccia sull'asfalto. Il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman, una volta aspirante meccanico, ridotto a invalido dopo sette mesi in Aeronautica, tira petardi dal balcone perché è felice: ha trovato lavoro come netturbino. Una dirimpettaia avverte la polizia e il copione si ripete. Gli agenti sfondano la porta, Riccardo reagisce. Nessuno aspetta di sapere se per caso ha qualche problema psichico. Quando si appura che è in cura in un centro di salute mentale, è già troppo tardi: dopo botte, manette e rantolii, Riccardo smette di respirare, forse terrorizzato anche dalle uniformi, secondo la sorella. In cucina un biglietto, scritto prima dell'irruzione: «Mi sono calmato, per favore non fatemi del male».
Grazia Maria Mottola
04 luglio 2008
Corriere della Sera






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