10 Maggio, 2008 20:10
Pasolini e l'antifascismo
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Pier Paolo Pasolini
Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo
«Che cos’è la cultura di una nazione?
Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la
cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei
cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece
non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che,
appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente.
Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura
popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di
tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta
se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e
nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per
molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche
se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento -
distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che
realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A
cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.
Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa
che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo
perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo
rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né
nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche
nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero
limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto
(industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano
(transnazionale).
Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune
caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo
rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di
abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di
trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la
sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo
"Sviluppo": produrre e consumare.
L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo
Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti
alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma
anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti
falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista
come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una
decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai
conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e
dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio
vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di
fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente
l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso
l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. La strategia della
tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo.
Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto
Ferrarotti, in « Paese Sera », 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con
questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un «
artista », cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto. Ma il fatto per
esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in
realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a
vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere
anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe
dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il
senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di
«anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria
considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul
problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente
e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come
rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la
cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il
comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio
verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del
comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza.
Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi
sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una
nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il
linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo
quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di
linguaggio verbale.
È a un tale livello di comunicazione linguistica che
si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro
completa omologazione a un unico modello.
Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle
spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione
protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi
una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche;
seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller;
vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti
ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con
la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali.
Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi
identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili;
cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria:
ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono
interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere,
dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa
che era ancora possibile nel 1968.
I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija
sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari
l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra
comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo
subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non
appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se
invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente
realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di
correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto
al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974). Tuttavia, come a
Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di
pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia
critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono
dunque i miei problemi?
Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato
questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili
reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia
italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci
sarebbero state. È un luogo comune. Ebbene, a questo punto mi farò
definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo
anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti
questi anni non abbiamo fatto nulla:
1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse
un luogo comune, e tutto si fermasse lì;
2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i
fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra
coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era
l’indignazione più tranquilla era la coscienza.
In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli
giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto
credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di
fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non
nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di
quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non
era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola
parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a
loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E
magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non
sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura
per semplice disperazione.
Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico
dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra
spaventosa giustificazione.
Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito
saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella,
Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è
andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi
al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più
orribile e a sopportare il più disumano dolore.
Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei
ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era
da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con
capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa
bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il
loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o
Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con
dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della
liberazione della donna, e in generale dello sviluppo... Erano insomma giovani
come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo
voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il
vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva:
mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è
umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione
e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
Pier Paolo Pasolini
"Che cos'è questo golpe?"
Io so. Io so i nomi dei responsabili di
quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes
istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre
1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi
mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle
prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi
più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della
tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase
antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in
second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del
resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e,
in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono
ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del
referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e
l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a
vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un
potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare
in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a
questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva
tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei
personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto
operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei
personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici
ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni,
siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e
sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e
stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto
ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto
ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette
insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro
politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà,
la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che
sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non
abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone
reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri
sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la
ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il
1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande
quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di
immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi,
dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre
1974 [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del
Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. Probabilmente
i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli
indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo
forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque
compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio,
ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non
ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un
intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma
egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del
potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali
liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere
prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale,
e
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico
(del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi
partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove
ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché
è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che
si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la
verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica
politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale -
profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana
- si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile:
quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a
questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito
(come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei
chierici". Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi
e una gratificazione per i politici e per i del potere. Ma non esiste solo il potere:
esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è
così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco
naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la
presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista
italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni
democratiche. Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese
sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in
un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico
in un paese consumistico.
In questi ultimi anni tra il Partito comunista
italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto
"insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto
dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista
italiano è divenuto appunto un "paese separato", un'isola. Ed è
proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai
col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di
rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali
sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro
totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel
"compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal
completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una
"alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati
uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito
comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente
negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al
collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e
non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre,
concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè
come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere:
che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale
opposizione non possono
non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in
questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito
all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale
viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con
somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come
probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei
responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose
stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui
distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità
politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono
al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo
sognano nemmeno, com'è del
resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve
continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a
iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il
caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare
pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica.
Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica,
non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente
intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi
di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso
pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica
italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi
"formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti.
E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un
comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto
altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè
non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità
di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di
Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non
avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo
consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a
un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a
proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli
saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori
responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso
americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero
colpo di Stato.
Corriere della sera" del 14 novembre 1974
10 Maggio, 2008 20:07
Lista di aggressioni neofasciste a Verona
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Lista di aggressioni neofasciste a Verona presenti in archivio ·
E¹ innegabile che a Verona i militanti di estrema destra responsabili di
aggressioni e tentati omicidi negli ultimi anni sono vicini a strutture
organizzate e non sia possibile parlare di ³cani sciolti² o ³pazzi dementi².
E¹ innegabile che le forze dell¹ordine siano sempre state a conoscenza dei
fatti e perfettamente informate.
L¹episodio più grave è l¹aggressione il 18 luglio del 2005 da parte di 30
naziskin a cinque esponenti del movimento antagonista: due vengono feriti
con gravi ferite da armi da taglio. Il giorno dopo vengono arrestati 5
neofascisti militanti di Forza Nuova e ultras dell¹Hellas Verona.
Pochi mesi fa, il 17 dicembre 2007, 4 ultras vicini a Fiamma Tricolore
vengono arrestati dopo avere malmenato tre militari che avevano la colpa di
essere meridionali colpendone uno con una sprangata in testa.
Il 15 novembre 2007 viene picchiato un compagno de La Chimica, figlio di un
consigliere comunale del PdCI.
Il 26 novembre 2006 10 neofascisti colpiscono in modo grave tre minorenni.
Nel 2005 e nel 2006 gruppi di neofascisti attaccano il csa La Chimica
lanciando bottiglie molotov.
Il 26 settembre 2005 viene aggredito un consigliere comunale dei Verdi:
³difendi gli zingari².
Prima del 2005 sono riportati i seguenti due episodi nel rapporto dell¹ORSO.
17 aprile 2003 , Verona : una macchinata di fasci lancia alcune bottiglie
molotov contro l¹entrata del c. s. o. a. La Chimica, appiccando il fuoco nel
campo vicino e sul vialetto d¹entrata. I compagni, immediatamente avvertiti
da un ragazzo che ha visto l¹accaduto, escono mentre i 3 o 4 balordi stanno
scappando. pag. 56
2 gennaio 2004 , Verona: venerdì sera verso l¹una e mezza, un gruppo di 16
nazifascisti entra in un¹osteria frequentata abitualmente dai compagni,
subito parte una rissa e i compagni riescono a cacciare gli aggressori fuori
dal locale. pag. 56
Nell¹archivio di antifa.ecn.org sono riportati i seguenti fatti relativi a
Verona.
8.05.08 Due articoli basati sui dati di ecn.org/antifa
7.05.08 2008/05/17 Verona: sabato 17 Manifestazione
7.05.08 Verona rassegna stampa - 3 -
7.05.08 Verona rassegna stampa - 2 -
7.05.08 Verona rassegna stampa - 1 -
6.05.08 Altri due arrestati per l'omicidio. Sono "bravi ragazzi"
6.05.08 C'è un collegamento tra questi gruppi e politica istituzionale
5.05.08 Verona: arrestati altri due aggressori neonazisti
5.05.08 Verona, aggressione a Nicola: comunicati
4.05.08 Verona: ragazzo picchiato in fin di vita, confessa un ultras
neofascista
28.04.08 Verona 25 Aprile, cariche contro migranti e antifascisti
18.03.08 Verona: 2 giorni antifascista
23.12.07 Verona Articolo sulla manifestazione antifascista del 22/12
23.12.07 Verona, manifestazione Fiamma Tricolore - interrogazione
parlamentare
23.12.07 Verona: Corteo nazi e caccia ai «terroni»
22.12.07 Verona: Intimidazioni al quotidiano l¹Arena
22.12.07 2007/12/22 Verona manifestazione antifascista
17.12.07 Verona: Violenza razzista in centro 3 feriti
16.12.07 Verona: La destra estrema in marcia, blindato il Centro
15.11.07 Verona: agguato neofascista contro compagno della Chimica
3.11.07 Verona: terminato il processo per l'aggressione fascista a VoltoS.
Luca del luglio 2005
21.08.07 Verona: Gli spettri neri della Brà
31.07.07 Verona: Miglioranzi (Fiamma tricolore, ex Veneto Front Skinhead) si
dimette dall'Istituto storico per la Resistenza
22.07.07 Verona La nostra Storia dice che nel 1945 ha vinto la Resistenza.
Ma qualcuno non se lo ricorda
29.06.07 Verona: 17 denunce Fronte Veneto Skinheads
27.11.06 Verona: continue aggressioni
28.05.06 Verona: il questore vieta il corteo di Forza Nuova
23.04.06 Verona: commemorazione
5.04.06 2006/04/07 Verona Presidio antirazzista
7.03.06 Il fascista e generale Amos Spiazzi candidato in Veneto
1.03.06 Nazi e mercenari a Verona
31.01.06 - Verona: Molotov contro il csoa La chimica
8.11.05 11/13 Verona: presidio per Giorgio
24.10.05 Verona: arrestato compagno antifascista
5.10.05 Verona: scarcerati tre nazi indagati per le aggresioni a San Luca
26.09.05 - Verona: aggredito consigliere comunale dei Verdi
13.09.05 Verona Bomba esplode nel negozio dello skin
2.08.05 08/04 Verona Assemblea alla Chimica
1.08.05 - Verona Attentato incendiario al c.s.o.a. La Chimica
24.07.05 Verona - rassegna stampa manifestazione 23/07
22.07.05 07/23 Verona manifestazione
18.07.05 Verona 5 arresti e 30 denunce. Forza Nuova e nazisti
18.07.05 - Verona: Aggressione e accoltellamento da parte di una ventina di
nazisti
11.03.05 Strage di Verona, Arrigoni
21.02.05 02/26 Verona: manifestazione
Da
http://isole.ecn.org/antifa/article/2005/lista-di-aggressioni-neofasciste-a-
verona-presenti-in-archivio-
pubblicato il 7.05.08
09 Maggio, 2008 19:58
Stefania vs Santoro
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sono Dile che scrive nel blog di Federico,
ho appena finito di guardarti ad Anno zero.
Oggi sono stata fuori tutto il giorno e, non avendo avuto modo di connettermi al blog degli Aldro; non sapevo della tua partecipazione ad Anno zero.
Sapevo che avrebbero parlato del ragazzo ucciso a Verona e avevo deciso di guardarne una parte almeno; a un certo punto stavo per andare in camera quando a un tratto ho sentito la voce dolce e composta di una signora dall'accento romano che diceva la parola 'Focene'....ti giuro che non potevo crederci!!
Ho detto a tutti a casa mia, mamma , papà , nonna , fratello sorella e pure la cagnolina 'Quella è Stefania, la mamma di Renato!'...
Sono stata felicissima di vederti....sei bella e bionda proprio come ti avevo immaginato, è incredibile; e somigli tanto a Renato, o forse è lui che somiglia a te.
Cara mamma Stefania...sono davver contenta di averti potuto vedere... e volevo dirtelo per questo ti ho inviato questa mail.
Era terribile pensare alla vicenda di Renato e sapere che mai , in nessuna trasmissione, ne avevano parlato. Adesso qualcuno vedrai, metterà i tuoi video su youtube, la vicenda di Renato sarà piu conosciuta....
vorrei metterlo io il video con te su yt ma purtroppo non so come scaricare le puntate.
Sei stata bravissima alla fine, quando hai detto che bisogna chiamare queste metodiche comportamentali con il loro nome, FASCISTE.
quando hai detto che non dirlo sarebbe stato troppo brutto, e sbagliato, e che lo dovevi a Renato.
Quando hai detto 'Santoro, noi cosi li legittimiamo questi comportamenti'...quando hai parlato del rispetto dei valori costituzionali....
noi da casa ti abbiamo detto BRAVA BRAVA..
Brava Mamma Stefania....avrei voluto essere in studio per abbracciarti.
A dispetto di questa assurda società orwelliana in cui tutti si fanno i fatti loro, denunciano il collega, nominano il collega concorrente e criticano il prossimo per farsi spazio, che berlusconi vuole trascinare nell'abisso, ci saranno SEMPRE tante persone che continueranno a tenere vivi i valori dell'antifascismo.
certe volte penso che sia quasi un miracolo che ci sia ancora metà del paese che non lo voti dopo 20 anni di lobotomizzazione mediatica.
Ma questa sera sono contenta di averti visto.
e siccome penso che non sia giusto che io abbia visto te e tu non conosca me ti mando una mia foto.
In questo paese, a dispetto di tutto, ci saranno sempre, e sempre, e sempre , coloro che terranno vivi i valori dell'Antifascismo.
una carezza dolce a Renato, quel bellissimo ragazzo di tuo figlio...laureato a 24 anni e sorridente come il sole....
un grandissimo abbraccio
Diletta
07 Maggio, 2008 20:24
Ancora una volta, nel nostro
paese, a Verona, una vita è perduta per l'aggressione
da parte di giovani che hanno come idea guida il razzismo, l'intolleranza del
diverso.
L’uso della violenza fisica e verbale è segno di una scomparsa della capacità critica che spinge il violento a proclamarsi giudice e boia del suo avversario dichiarato o anche di qualsiasi categoria egli senta come nemica.
Il razzismo,come caccia al diverso, allo straniero, al povero, al deviante, a chi non accetta di appartenere al gruppo;
la cultura sessista, omofoba, intollerante, escludente che nasconde la paura e l’incapacità di misurarsi con altre culture, di mettersi in discussione;
la mitizzazione e l’uso della forza, delle armi, dei coltelli che vengono sfoderati e mostrati in ogni occasione;
la diffusione di numerose bande di adolescenti che incombono sui quartieri di periferia; portano un unico segno, quello dell’ideologia della sopraffazione, dell’odio per le minoranze e le diversità. Sono figli di una mistica razzista che si richiama ai principi fondanti dell’ideologia fascista e nazista.
Nelle stanze di chi ha ucciso Nicola Tomassoli a Verona sono stati trovati i simboli del fascismo e del nazismo. Sulle braccia di chi ha ucciso Renato Biagetti a Roma erano tatuati i simboli della estrema destra.
Non vedere le dimensioni di questi fenomeni, anzi continuare a darne interpretazioni riduttive significa non capire che non stiamo parlando di ‘gruppetti’ e meno che mai di nostalgici ma di una parte di giovani italiani che guarda al passato non solo come insieme di simboli ma come prova che si può passare all’azione contro un mondo che non funziona e non può funzionare proprio perché è democratico e tollerante.
Eppure questa violenza non si cancella con le rivisitazioni della nostra storia ma piuttosto nel cercare di conoscere e capire come e perchè si senta "escluso" e "potente" chi vive come una gara e una sfida costante la vita della polis, qualunque sia la sua situazione geografica e anagrafica.
Le istituzioni, i massmedia, gli uomini di cultura sono chiamati a rispondere rispettivamente della loro inerzia e dei tanti opportunismi che anche in queste ore permettono di dare dignità di analisi socio-politica a quelle che sono solo pericolose farneticazioni.
Se solo, al primo assalto, alla prima aggressione, al primo saluto romano, fossero state applicate tempestivamente le leggi che in Italia mettono al bando il fascismo e il razzismo,.
Se solo la parola sicurezza fosse interpretata come battaglia per una cultura della tolleranza e del rispetto delle diversità.
Se solo la parola antifascismo invece di essere messa ad equa distanza dalla parola fascismo, fosse interpretata come l’azione continua dei cittadini democratici contro ogni forma di razzismo e intolleranza. Se continuassimo a considerarlo un valore fondante
Nicola e Renato sarebbero ancora qui con noi.
E’ necessario interrogarci su cosa è oggi o che cosa può essere oggi l'antifascismo.
Noi ne siamo convinte: l’antifascismo oggi significa diritti, uguaglianza, partecipazione, pace.
Comitato Madri per Roma Città Aperta
http://madrixromacittaperta.noblogs.org/
06 Maggio, 2008 00:43
Dedicato a Ornella Serpa
Inviato da madriroma, Categorie [ Archivio ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Non ci mancherà,
è con noi
«HIC SUNT LEONES» direbbe Ornella, accattivante leonessa pronta al conflitto a suon di citazioni in latino.
Quante risate ci siamo fatte con lei giocando con il suo piglio da avvocata.
Nelle sue battaglie, affilate quanto disarmanti, emergeva tutta la sua cultura e intelligenza di nuova donna del sud. Prostituta per necessità e virtù, femminista indomita.
In altre parole, un disastro e una meraviglia.
Con Ornella abbiamo capito ed elaborato che non esistono le donne biologiche, che ogni cosa nella vita non è data, ma determinata. Lasciare la prostituzione le ha portato tante complicazioni con le quali non ha fatto in tempo a fare i conti. Ornella ha vissuto sulla propria pelle, con la lucidità della contraddizione, le ingiustizie di questa società: la violenza sessista, il ricatto del lavoro, la "normalità" assassina, la violenza delle speculazioni che a Roma hanno reso un privilegio il diritto alla casa.
Le ha attraversate tutte, ne ha portato i segni addosso. Ha sempre lottato, con rabbia e dolcezza, e la pensiamo così.
Ma non ci mancherà. Perché Maria Ornella Serpa è e sarà parte del nostro percorso, delle nostre vite e dei nostri progetti.
A/matrix
amatrix@inventati.org
Umanità, dolcezza,
rabbia
Ornella Serpa, una delle primissime militanti di Facciamo Breccia, è morta.
La ricordiamo attiva in molte circostanze, in particolare durante l'organizzazione del primo "no vat", quando è stata una delle pochissime presenti su Roma, o durante le contestazione di Ratzinger alla Sapienza.
Una vita sulla strada, una vita nelle lotte glt e femministe, una vita sulle barricate.
Una vita coraggiosa: il coraggio e l'orgoglio di non essere l'uomo d'onore che avrebbe dovuto, ma di essere una donna incazzata e tenera al contempo.
Ha vissuto le sue contraddizioni visceralmente, con umanità, dolcezza e rabbia: davvero troppo per questo mondo.
Una vita coraggiosa che ha pagato fino in fondo.
Per ora semplicemente possiamo dire che è morta una di noi, ma che proprio per questo abbiamo un motivo in più per vivere e combattere. Anche per lei, per la vita che ha fatto, perché aveva scelto anche noi come compagn* di strada del suo riscatto.
Hasta la breccia, Ornella!
Facciamo Breccia
La ricordano sex workers
di tutta Europa
Ornella è stata una compagna di lotta, un'attivista appassionata che ha avuto spesso il coraggio di denunciare e gridare scomode verità. Non si è mai tirata indietro ed ha avuto il coraggio di esporsi non solo per battersi contro le ingiustizie sociali, ma anche contro gli abusi di potere e l'arroganza che lei stessa ha subito dalle istituzioni. Le minacce e la violenza le ha provate sulla propria pelle, e anche gli affronti e quelle ferite psicologiche che incidono profondamente e restano incancellabili.
Ornella ha speso molta parte della vita per affermare il proprio diritto ad esistere. Perché quando non viene riconosciuta la propria soggettività, il proprio orientamento sessuale e il proprio genere di fatto ci viene impedito di esistere.
Siamo pervasi da modelli dominanti che pretendono di mettere al bando chi fa scelte non conformiste. Società la nostra fondata su quelle sacre famiglie patriarcali, benedette e bigotte che non esitano a chiudere le porte e il cuore anche ai propri figli pur di salvare le apparenze. Perfino l'aiuto e l'assistenza delle istituzioni viene meno quando non si è "conformi", anche questo lo ha toccato con mano Ornella.
Questa primavera si sta rivelando non solo sfortunata ma anche crudele, si è portata via una compagna combattiva e generosa che si era unita alle lotte di tante compagn* non solo per le cause che la riguardavano di persona, ma per le tante lotte per le libertà e i diritti di tutt* . Io non la dimenticherò, e tutte le sex workers del movimento europeo non la dimenticheranno.
Pia Covre
Occuperemo
una casa insieme
La materialità della vita pesa come pesano le cicatrici stampigliate sui corpi, e fanno la differenza. Mi sento una straniera e mi sento piccola di fronte a lei. Non ci sono parole possibili per colmare la distanza, mi sembra. E' il suo sguardo denso che mi dice che non c'è vicinanza. Parole parole parole che risuonano a lato, come se non avessero la forza di mutare nulla.
Ma la chiacchierata di oggi è autentica, è diversa da sempre forse perché ci troviamo a parlare delle condizioni materiali delle nostre vite. Ci troviamo a parlare di case. La casa di cui abbiamo bisogno entrambe. Vogliamo una casa. Scopriamo che è l'obiettivo concretissimo che ci accomuna. La casa è un sacrosanto diritto, siamo accordo. Che fare? Dobbiamo costituirci in associazione, mi dice. Una associazione di donne, per organizzare una occupazione di donne. Occuperemo uno stabile a Roma, possibilmente nella zona centrale. Dobbiamo darci da fare da subito. Entusiasmo! Occupazione, autogestione. Risolveremo il nostro problema principale. Ma daremo alla cosa una valore aggiunto. Sarà una occupazione tutta al femminile. Ci inventeremo attività culturali, iniziative politiche, renderemo quello spazio un luogo di produzione di idee, con spazi condivisi, aperti all'esterno. Dopo l'esito elettorale ci metteremo a lavoro. Ci salutiamo piene zeppe di futuro dentro il corpo.
E' passato meno di un mese da quel pomeriggio. E io la prendo alla lettera. Ci metteremo al lavoro da subito, cara Ornella.
Linda Santilli del Forum delle donne Prc
Oltre il femminismo "biologico"
Ornella è stata una presenza importante negli incontri della Rete femminista, non solo per le sue analisi sul "lavoro sessuale", ma soprattutto per la scioltezza con cui ci ha messo a confronto con la sua fisicità transgender. In questa è stata certamente al di là di ogni luogo comune, senza mai rivendicare una posizione particolare, ma assumendo fino in fondo la sua nuova identità. L'agio con cui stava nel giardino della Casa internazionale delle donne, mettendo al bando ogni curiosità morbosa, testimoniava del lavoro su di sé che indubbiamente aveva compiuto. La semplicità dei suoi saluti, affettuosi e fisici, e dei suoi interventi nel corso delle assemblee, contribuiva a cullarci nella soddisfazione di essere andate avanti rispetto a quel femminismo "biologico" che, almeno per le più grandi, rimaneva il nostro orgoglio, ma anche il nostro dubbio. Non era facile intravvedere nella sua calma sicurezza la difficoltà e la solitudine di un percorso di vita così innovativo, così radicalmente rivoluzionario. Di questo ci parla la sua morte prematura. Di questo e dell'incapacità di accogliere la diversità senza, in un modo o nell'altro, volerla normalizzare. Ancora - dunque - grazie, Ornella.
Bianca Pomeranzi della Rete femminista
Sembrava pronta
a lottare ancora
Ornella Serpa era una bellissima donna, bruna, dagli occhi scuri che ti guardavano dritto in faccia mentre dalla bocca le uscivano parole sincere, anche dure, critiche, senza indulgenza e senza diplomazia. Era molto colta, preparata giuridicamente sui diritti delle persone e in particolar modo di quelle che avevano deciso di non conformarsi, di non subire le imposizioni dei bigotti, dei campioni della doppia morale, degli ipocriti contro i quali combatteva strenuamente. L'ultima volta che ci siamo incontrati mi ha raccontato delle difficoltà esistenziali che stava vivendo, era piuttosto depressa ma la luce dei suoi occhi non si era spenta, sembrava fosse pronta a risollevarsi per continuare a lottare e infatti stava per cominciare a lavorare, a guadagnare il necessario per superare almeno gli ostacoli più vicini. Ciao Ornella, grazie per quello che ci hai insegnato, non ti dimenticheremo.
Saverio Aversa
Il libro
che non ha scritto
«Quando andrò in pensione scriverò un libro di fuoco sulle prostitute e sui clienti». Così mi prometteva Maria Ornella al termine di una intervista, nel dicembre 2006. Ci eravamo incontrate nel suo bar preferito di San Lorenzo, dove servono té e biscottini, e avevamo chiacchierato sul mondo della prostituzione. Scherzava, Ornella: «Con quei capelli biondi potresti farmi concorrenza». Infarciva il discorso con dotte citazioni in latino, il residuo degli studi di giurisprudenza. Era contraria alla legalizzazione della prostituzione perché, diceva, avrebbe legalizzato il dominio dell'uomo sulla donna. «In fondo tutti gli uomini sono clienti», amava ripetere. E così, quando le avevo chiesto come si immaginava a 60 anni, si era fermata un attimo per pensare, e poi aveva risposto che le sarebbe piaciuto scrivere un libro-denuncia per squarciare il velo di ipocrisia che circonda clienti e prostitute. Purtroppo quel tempo non è arrivato. E questo è il ricordo indelebile che ho di lei: un pomeriggio di lavoro trasformato in una chiacchierata piacevole e colta. Che la terra ti sia lieve, dolce Ornella.
Laura Eduati
Gli articoli
che non firmerà più
Ornella il giorno che l'ho conosciuta, alla Casa internazionale delle donne, per un dibattito sui Pacs: la sua era la relazione più "quadrata", più documentata, giuridicamente inattaccabile. Le sue mani le più curate.
Ornella durante un forum su movimento glbtq e femminismo qui a Liberazione : lucida, radicale, irriducibile nel chiedere meno leggi più diritti. Per tutte e tutti. Per le donne, le/i trans, le prostitute. I mondi che aveva attraversato. Le persone che le stavano a cuore. Con gli occhi a volte severi, a volte ridenti.
Ornella alle assemblee femministe. Ornella alle manifestazioni.
Ornella con la sua firma sul nostro giornale. Pochi pezzi, importanti, preziosi. Nati dal vivo della vita vissuta, intelligenti, ironici, capaci sempre di dare battaglia.
Ornella con la sua morte, per noi inattesa e ancora incredibile. Ci manchi già, ci mancherai moltissimo strada facendo.
Carla Cotti





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